L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 4 maggio 2021

La conferma che Euroimbecilandia è serva degli Stati Uniti

Le 96 ore di «coincidenze» che hanno spinto Mosca a rompere con Bruxelles

2 Maggio 2021 - 11:01

Mentre la Banca centrale russa celebrava la de-dollarizzazione del suo commercio a colpi di euro, il Parlamento Ue avviava la 3 giorni di iter per le sanzioni. In contemporanea, la nomina della «pasionaria ucraina» Victoria Nuland al massimo grado della diplomazia Usa. Il dado delle alleanze era tratto. L’Europa ha davvero scelto in base al suo interesse?


Il tempismo è tutto nella vita. Ancor di più sul mercato. E in politica. Quindi, il fatto che il 26 aprile scorso la Banca centrale russa abbia reso noto il raggiungimento di un primato assoluto nella sua opera di de-dollarizzazione del commercio e in contemporanea l’Europarlamento avviasse la due giorni di iter che ha portato all’approvazione della risoluzione sanzionatoria contro Mosca fa drizzare le antenne. Casualmente, poi, il 29 aprile il Senato americano ratificava la conferma di Victoria Nuland al ruolo di Under Secretary of State for Political Affairs, di fatto il ruolo più alto in grado del Foreign Service. Solo coincidenze.

Ma andiamo per gradi, cominciando dal significato di questi due grafici,

Fonte: Bloomberg
Fonte: Bloomberg

riferiti appunto al bilancio presentato dalla Banca centrale moscovita. Per la prima volta in assoluto, la quota di export russo denominata in dollari è scesa sotto la soglia del 50%, frutto della continua diversificazione monetaria intrapresa da Mosca per aggirare proprio le sanzioni economiche statunitensi. Ma è il secondo grafico a far riflettere, se messo in correlazione alla de facto dichiarazione di guerra dell’Ue verso Mosca: più dei tre-quarti di quella quota monetaria è stata rimpiazzata dall’euro, se si guarda al fondamentale interscambio bilaterale fra Russia e Cina. E stando ai dati del quarto trimestre 2020, la quota di transazioni russe denominate in euro è esplosa di dieci punti percentuali al 36%. All’Europarlamento forse infastidisce la crescita dello status della moneta unica come riferimento benchmark globale per il commercio? Se così fosse, qualcosa stonerebbe. In caso contrario, occorrerebbe un discepolo di Freud per decodificare la mossa politica intrapresa nei confronti di Mosca. Di fatto, Bruxelles sembrerebbe essere scesa in campo con durezza senza precedenti in difesa dello status del dollaro. Materia che, fino a prova contraria, dovrebbe riguardare Congresso, Treasury e Fed.

Ma andiamo oltre. Nelle medesime ore, 3.100 chilometri più a Ovest, il Senato Usa confermava appunto l’ex vice-capo missione Nato, Victoria Nuland, a plenipotenziaria effettiva del Dipartimento di Stato. Un falco, atlantista convinta, consigliere speciale della NSA sotto la guida di Dick Cheney, pasionaria dell’esportazione di democrazia e con un pallino per l’allargamento a Est dei confini dell’Alleanza. Talmente forte e sentito da spingerla a diventare funzionario in capo dell’attività diplomatica Usa in Ucraina fra il 2013 e il 2014. Ovvero, il periodo esatto del golpe che portò alla deposizione del presidente filo-russo, Viktor Yanukovych e all’ascesa del più controllabile Victor Poroshenko. La telefonata del 28 gennaio 2014 fra Victoria Nuland, formalmente Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs e l’allora ambasciatore Usa a Kiev, Geoffrey Pyatt, passò alla storia per la precisione chirurgica con cui furono azzeccate tutte le posizioni che sarebbero state incasellate nel futuro governo post-transizione.

Quasi i due recitassero una parte in commedia.

Poi, la perla. Sottolineando con fastidio le riottosità dell’Europa di fronte a quella che appariva sempre più una intromissione eterodiretta negli assetti di uno Stato estero, la Nuland tagliò corto con la feluca e sintetizzò il suo pensiero verso Bruxelles con un perentorio Fuck the EU. Licenziata? Assolutamente no. Tanto che tre anni dopo, Hillary Clinton definì la pubblicazione di quella conversazione da parte dei media un chiaro esempio di Weaponizing of intelligence information da parte di Mosca. I prodromi di quel Russiagate che sarebbe stato alla base della sua sconfitta contro Donald Trump nel 2016, insomma.

Sembra La settimana enigmistica, si uniscono i punti e saltano fuori immagini. Ora, stante il danno economico che Kiev patirebbe dalla conclusione del gasdotto russo-tedesco North Stream 2 - voluto da Mosca per bypassare appunto l’Ucraina e azzerare le sue royalties di transito -,

Fonte: Gazprom

forse la conferma di Victoria Nuland avvenuta il 29 aprile sta a significare che Joe Biden intende terminare il lavoro lasciato a metà dal suo Paese proprio in Ucraina? Nazione nel frattempo divenuta anche croce e delizia del figlio Hunter e dei suoi chiacchierati incarichi in consigli di amministrazione di aziende statali. Se così fosse, ancora una volta, la risoluzione dell’Europarlamento avrebbe spianato non poco la strada a Washington, ponendo proprio North Stream 2 nel mirino e minacciandone esplicitamente lo stop operativo all’ultimazione dei lavori. Dove non sono arrivate le sanzioni Usa contro le aziende che collaborano con Gazprom al progetto, ci ha pensato l’Europa.

Insomma, accidentalmente e nel nome dei diritti umani di Andrei Navalny, Bruxelles avrebbe per paradosso ancora una volta operato per conto terzi. Il tutto disvelatosi in soli quattro giorni, a ridosso fra il 26 e il 30 aprile scorsi. Tutto in 96 ore, sembra il titolo di un film. Davvero alla luce di questa lettura alternativa e in controluce dell’accaduto, la reazione del Cremlino appare tanto inaccettabile? Ma soprattutto, davvero i rappresentanti dell’Europa hanno operato una scelta così drastica e gravida di potenziali conseguenze nell’interesse prevalente del Vecchio Continente (e della moneta unica)?

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