L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 2 maggio 2021

La Strategia della Paura nata l'11 settembre 2001 quando due aerei fanno cadere tre torri ha bisogno di essere alimentata continuamente, ieri il terrorismo, oggi l'influenza covid ed è già pronto "l'emergenza climatica"

Emergenzialismo, ultimo volto del capitalismo

di Leonardo Mazzei
20 aprile 2021

A sentire i mezzi di informazione saremmo alla “riapertura”, o ancor più pomposamente alla “ripartenza”. E’ così? No, non è così. Posto che un allentamento delle misure era nelle cose, considerato che le proteste di queste settimane una certa pressione l’hanno esercitata, chi canta vittoria è fuori dalla realtà.

L’allentamento di Draghi è infatti millimetrico. Resta la folle “Italia a colori”, rimane il coprifuoco e vengono introdotti nuovi “pass” per la mobilità tra le regioni. Emblematico poi il caso dei ristoranti: quelli al chiuso (cioè la stragrande maggioranza) potranno riaprire solo il primo giugno, solo a pranzo e con regole capestro peggiori di prima. Dei famosi “sostegni” non si conosce ancora il dettaglio, ma sembrano pensati per le aziende di maggiori dimensioni: i piccoli e le partite Iva non si facciano illusione alcuna. Per chi non l’avesse capito, è questa la “distruzione creativa” annunciata da Draghi fin dal suo insediamento.

Ci sarà modo per tornare sul senso di queste misure. Qui ci limitiamo a cogliere un dato più generale, che non riguarda solo l’Italia. Il punto è che dopo 14 mesi di confinamenti variamente declinati lorsignori non intendono affatto porre fine allo stato d’emergenza. Né a quello formale, né a quello sostanziale. Tantomeno a quello psicologico. L’attacco all’essere umano in quanto tale deve infatti continuare.

Dal virus al clima, l’emergenza non dovrà finire mai

Nei giorni scorsi è uscita una notiziola che merita qualche commento. Il direttore tecnico della Cnn, tal Charlie Chester, è stato pizzicato in un video mentre confessava ad un’amica alcune cosette. Tra queste il ruolo sporco giocato dall’emittente nella sconfitta di Trump, nonché la spudorata partecipazione della stessa alla campagna terroristica sul Covid. Ma la cosa più importante è un’altra. Poiché la gente potrebbe essersi stancata di quella sull’epidemia – dice Chester – la prossima narrazione catastrofista sarà quella sul clima, con la continua proiezione di immagini di ghiacciai che si sciolgono, temperature che aumentano, eccetera. Insomma, clima o virus, l’importante è che l’emergenza non finisca mai.

Ora qualcuno potrebbe pensare che il signor Chester abbia un po’ esagerato, oppure che il video sia il frutto di una montatura trumpiana. Non lo crediamo proprio. Ad ogni modo ci viene qui in aiuto un annuncio di Scientific American, una delle più prestigiose riviste di divulgazione scientifica del pianeta. Nel suo profilo Twitter ufficiale, la rivista informava il 12 aprile scorso di aver «concordato con i principali organi di stampa di tutto il mondo di iniziare a parlare di “emergenza climatica” nella loro informazione sul cambiamento climatico».

Avete capito? Prima hanno cominciato con la solfa del “riscaldamento globale”. Poi, considerato che quella teoria non regge poi tanto alla prova dei fatti, si è passati al più generico ed onnicomprensivo “cambiamento climatico”. Infine, il catastrofismo lo impone, eccoci alla nuova formula dell’“emergenza climatica”.

Di questa transizione da “cambiamento climatico” a “emergenza climatica” aveva già scritto criticamente Lucio Caracciolo nel n. 12/2020 di Limes, riferendo un fatterello emblematico assai: «Nel maggio 2019, così una nota interna alla redazione del Guardian esortava allo speech act: “Usate emergenza o crollo climatico invece che cambiamento climatico. Usate surriscaldamento (heating) invece che riscaldamento (warming) globale. (…) Usate negazionista della scienza del clima o negazionista climatico invece che scettico».

Non c’è molto da aggiungere a tutto ciò. Chiunque può infatti ben comprendere come funzionano i media, cogliendo le impressionanti analogie tra la narrazione pandemica e quella climatica. La loro costruzione nei “laboratori” mediatici, in simbiosi con quella scienza del capitale che ha espulso il dubbio e la discussione per assicurarsi l’intangibilità del dogma e degli affari, è davanti agli occhi di chi vuol vedere, ragionare e capire.

Perché lo fanno?

Clima e virus hanno dunque in comune l’identico sbocco emergenzialista. Questo è un fatto. Ma perché i dominanti battono oggi senza sosta questa strada? Qual è il loro scopo?

Chi scrive provò a rispondere sul tema climatico due anni fa, quando del Covid ancora non vi era traccia. Adesso molti hanno preso consapevolezza delle falsità e della strumentalità della narrazione pandemica, ma pochi vedono invece come il discorso mainstream sul clima abbia la stessa natura, gli stessi protagonisti, gli stessi scopi.

Nel 2019 parlammo degli interessi economici e di quelli politici che stanno dietro alla narrazione climatica, accennando anche al decisivo tema della paura come strumento di controllo sociale. Così scrivevamo allora:

«Viviamo in effetti un’epoca strana, dove all’ottimismo esagerato del periodo precedente – l’idea piuttosto ingenua di un infinito progresso lineare per quanto diseguale – che tuttavia alimentava la sinistra, si è sostituito un pessimismo antropologico senza precedenti. Questo pessimismo è il nemico giurato di ogni speranza di cambiamento. Proprio per questo piace tanto alle élite, oggi evidentemente non più in grado (a differenza del passato) di offrire una positiva narrazione a lieto fine dell’umana vicenda. Sta di fatto che la paura è diventata il principale ingrediente di ogni discorso sul futuro. E’ così al bar come nei media. Nei discorsi dei politici come in quelli degli intellettuali. Infine sono arrivati gli scienziati con il loro carico da 90 del “global warming”».

Bene. In quel testo parlavamo di “pessimismo antropologico”, ma oggi, con l’arma del Covid, siamo andati ben oltre. Se il pessimismo antropologico fa da sfondo, adesso l’obiettivo sempre più chiaro è l’essere umano in quanto tale. Un essere umano da colpevolizzare dopo averlo irregimentato. I casi di contagio calano? E’ merito dei potenti, dei governanti, dei giornalisti, degli scienziati. I casi invece crescono? La colpa è nostra, per non esserci distanziati, mascherati, rinchiusi abbastanza.

Dal punto di vista dei dominanti il meccanismo è perfetto, anche se di tanto in tanto devono allentare per impedire che il conflitto sociale inizi a farsi pericoloso. Ma – domanda delle domande – qual è l’obiettivo finale?

Spero che qualcuno abbia risposte migliori della mia. Ma se si continua ad attaccare (criminalizzandolo) l’essere umano in quanto tale, è difficile non pensare che si voglia esattamente la sua fine, allo scopo di sostituirlo con qualcosa di diverso. Sono sempre stato piuttosto prudente sul transumanesimo, ma forse mi sbagliavo.

Intanto prendiamo atto di una cosa: il capitalismo attuale ha il volto dell’emergenzialismo. Oggi il virus, domani il clima, dopodomani magari qualcos’altro. E non intendono mollare. Ci sarà pure un perché.

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