L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 30 maggio 2021

Le multinazionali tecnologiche statunitensi sotto attacco devono lasciare i dati degli internauti russi sul territorio russo


29 MAGGIO 2021

La terza guerra mondiale a pezzi si sta combattendo sia in territori fisici, appartenenti alla realtà tangibile e localizzabili sulle mappe geografiche, sia in teatri immateriali, facenti parte del mondo virtuale e invisibili all’occhio umano, ma non per questo meno importanti. Uno dei più rilevanti ambiti del non visibile in cui stanno guerreggiando le grandi potenze è quello dei cosiddetti Big Data. Perché controllare i dati degli internauti in un’epoca in cui nulla è privato, ma tutto è pubblico, equivale a possedere informazioni utili a condizionare tendenze, a carpire segreti, a spaesare e, non meno importante, a fare soldi.

Le ragioni di cui sopra sono alla base della lungimirante agenda del Cremlino in materia di piattaforme sociali, sovranità tecnologica, autarchia nelle telecomunicazioni, Internet sovrano e monopolio dei Big Data appartenenti a quegli internauti russi che fanno uso dei prodotti di Silicon Valley, come Facebook e Twitter.

I Big Data al centro dello scontro

La notizia è stata data al pubblico nella giornata del 26 maggio e, per quanto importante, non giunge come un fulmine a cielo sereno. Milos Wagner, vicecapo del Servizio federale per la supervisione delle comunicazioni, della tecnologia dell’informazione e dei mass media, ha avvertito “Facebook, Twitter e le altre piattaforme sociali” che, a partire dal primo luglio di quest’anno, dovranno conformarsi obbligatoriamente alla nuova legislazione russa in materia di trattamento e custodia dei dati personali.

La legislazione a cui fa riferimento Wagner obbliga, e obbligherà, le compagnie della nuova informazione, sia russe sia straniere, a custodire i dati personali dei cittadini russi in centri dati siti sul territorio della Federazione russa. Una novità assoluta e radicale, rispetto al passato, perché condurrà al trasferimento di una parte dei nodali siti di stoccaggio dei Big Data dagli Stati Uniti alla Russia, garantendo a quest’ultima l’esercizio di un controllo su di essi che, prima di quest’anno, era stato tanto impossibile quanto impensabile.

Il monito di Wagner è stato tanto chiaro e perentorio: “entro il primo luglio, Facebook, Twitter e le altre piattaforme sociali dovranno assicurare ai loro utenti russi una residenza dati in Russia, […] e attendiamo che ci informino su come verrà soddisfatta questa richiesta”. Le compagnie, ha spiegato ancora Wagner, sono state già avvisate a mezzo di una nota.

Nel caso in cui Facebook, Twitter e le altre realtà della nuova informazione non dovessero adeguarsi alla nuova legislazione, o dovessero farlo in violazione delle tempistiche fornite dal Cremlino, sono previste delle multe dall’uno ai sei milioni di rubli – ovvero da 13.582 dollari statunitensi a 81.492. Se le violazioni dovessero ripetersi nel tempo, le autorità russe sarebbero, o meglio saranno, intitolate ad applicare sanzioni fino ai diciotto milioni di rubli, ergo quasi 245mila dollari.

L’importanza dei Big Data

I Big Data rappresentano uno dei principali terreni di scontro della competizione tra grandi potenze. Un terreno di scontro invisibile, certo, ma non per questo meno rilevante (o meno pericoloso). E la Russia, soprattutto, non è da sola nella sua lotta ai giganti di Silicon Valley, che per anni hanno detenuto il monopolio della rete, dai motori di ricerca alle piattaforme sociali, ma che oggi, in maniera crescente, vedono la stabilità del loro regno minacciata dall’albeggiare del “multipolarismo digitale”, come rammentano i casi dei russi VKontakte, Yandex e Telegram e dei cinesi WeChat e Weibo.

L’obiettivo, da un capo all’altro del mondo, che si tratti di foggiare delle alternative a Silicon Valley o di ridurne lo strapotere, come sta cercando di fare la Turchia, è il medesimo: strappare ai giganti della nuova informazione con base negli Stati Uniti il monopolio dei Big Data. Perché controllare i dati degli internauti in un’epoca in cui nulla è privato, ma tutto è pubblico, e dove ogni informazione riservata, dalle preferenze sessuali alle opinioni politiche, è stata traslata dalle mura domestiche alla rete, equivale a possedere uno strumento utile ad influenzare le visioni e le convinzioni della gente, alimentando sia mode sia moti.

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