L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 6 maggio 2021

Le religioni genitrici di etiche hanno bisogno del continuo equilibrio tra fede e ragione

Il grande filosofo Habermas, amico di Benedetto XVI, non ritira il premio degli Emirati, in una vignetta di Sillioni

-04/05/2021
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Juergen Habermas ha rinunciato ad un premio letterario di Abu Dhabi da 225 mila euro. Il massimo filosofo tedesco contemporaneo ha spiegato di aver declinato l’invito a ritirare il premio ‘Sheik Zayed Book Award’ degli Emirati arabi uniti perchè “l’intreccio politico non mi era chiaro”. Lo studioso, oggi 91enne, in una dichiarazione resa nota dalla sua casa editrice, la Suhrkamp, ha poi ammesso che accettare in un primo momento il premio “è stata una decisione sbagliata, che adesso correggo” in quanto “non mi era sufficientemente chiaro il legame molto stretto dell’istituzione che conferisce questi prime ad Abu Dhabi con il sistema politico esistente in quel Paese”.
Habermas ha spiegato altresì di “credere al potere illuminante della parola critica quando essa giunge alla luce dello spazio pubblico politico”, e a questo bastano “anche i miei libri pubblicati in arabo”.

Il premio avrebbe dovuto essere conferito al grande filosofo in quanto “Personalità culturale dell’anno” in onore all’opera di tutta la vita, come aveva fatto sapere l’ufficio stampa tedesco dell’autorità turistica di Abu Dhabi, ossia come “riconoscimento di una personalità araba o internazionale che con la sua opera ha contribuito al sostegno della cultura araba, alla tolleranza e ad una convivenza pacifica”.

Lo Sheikh Zayed Book Award riconosce le personalità arabe e internazionali che contribuiscono alla cultura araba, alla tolleranza e alla coesistenza pacifica. Il patrono è Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan, principe ereditario dell’Emirato di Abu Dhabi e vice comandante delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti. Il premio viene assegnato annualmente sin dal 2006.

Tra gli altri, è stato lo Spiegel a criticare con veemenza l’accettazione del premio da parte di Habermas, citando tra gli altri gli arresti arbitrari dei dissidenti, le violazioni dei diritti civili e la forte limitazione della libertà d’espressione denunciate tra gli altri da Human Rights Watch, dal think-tank Freedom House e così come in un rapporto del 2020 del Dipartimento di Stato statunitense.
Con Max Horkheimer, Herbert Marcuse e Theodor W. Adorno, Habermas è considerato una delle anime delle della cosiddetta “Scuola di Francoforte” ed è indicato ancora oggi come uno dei maggiori filosofi della contemporaneità.

Ma Habermas è molto noto anche in Italia e in genere nel mondo cattolico per la sua amicizia con Joseph Ratzinger, il più grande teologo del ‘900, divenuto Benedetto XVI. Un anno prima dell’elezione del Papa, il filosofo Habermas e il teologo Ratzinger si incontrarono a Monaco, presso l’Accademia Cattolica in Baviera, per rispondere alla seguente domanda: “La democrazia liberale ha bisogno di premesse religiose?”.
La democrazia, nella visione habermasiana, è un modalità di produzione legittima di diritto basata sulla “formazione inclusiva quanto discorsiva di volontà e opinioni”. Questa è capace di giustificare autonomamente i propri principi su basi discorsive. I cittadini democratici non sono semplici oggetti del diritto, ma “co-legislatori democratici”, che debbono all’occorrenza farsi carico delle esigenze di concittadini anonimi ed essere disponibili ad accettare sacrifici personali per l’interesse comune.
Com’è possibile ciò, chiede Habermas, ove “una modernizzazione aberrante” indebolisce il legame democratico, sminuisce quella solidarietà sociale, costruendo “monadi isolate, che agiscono solo sulla base del proprio interesse e usano i propri diritti individuali come armi contro il prossimo”?

Qui subentra la religione, non come dato di fatto ma come sfida intellettuale ineludibile. Nelle Sacre Scritture e nelle comunità/esperienze religiose si preserva qualcosa che altrove è sparito. Si tratta di quella “sensibilità per vite andate male, per le patologie sociali, per l’insuccesso di progetti di vita individuali”. Tutti questi elementi rappresentano una risorsa motivazionale per la “solidarietà sociale”.

Il filosofo, allora, deve afferrare quei “potenziali di significato incapsulati nella religione”, renderli accessibili a tutti i cittadini. In un secondo momento essi vanno inseriti in un contesto sociale egemonizzato dalla logica economica. Il filosofo deve anche porsi il problema di pensare una struttura socio-politica che possa accogliere il messaggio religioso, confrontandolo con altre “dottrine comprensive”.
Ratzinger legge la democrazia come una forma giuridica autonoma che permette di subordinare il potere al diritto. Il diritto è, a sua volta, un’elaborazione equa e collettiva dei cittadini mediata dall’istituto della rappresentanza parlamentare. Qual è allora la funzione della religione? Il rifiuto dell’arroganza umana, sostiene il futuro Pontefice osservando che nella società moderna la scienza ha poggiato le mani sulla fonte della vita, potendo creare artificialmente esseri umani e annientare la vita terrestre, come nel caso del nucleare.
La ragione è sì liberatrice, ma ha anche generato l’atomica, quindi ha il bisogno di relazionarsi con le proposte etiche provenienti dalle varie religioni.
Le religioni sono salvifiche e risanatrici, ma hanno giustificato crimini umani e “partorito” i fondamentalismi religiosi, quindi hanno il dovere di lasciarsi illuminare dalla ragione. Sorge, allora, la “necessità di un rapporto correlativo tra ragione e fede […] che sono chiamate alla reciproca chiarificazione e devono far uso l’una dell’altra”.

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