L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 25 maggio 2021

L'inflazione domata

Inflazione: gli Stati Uniti imparino dalla Cina

25 Maggio 2021, di Alexis Bienvenu (La Financière de l’Echiquier)

Indagini sulle attività economiche a livelli record, calo della disoccupazione, sfiorato – attorno al 2% a lungo termine – l’optimum per l’inflazione, utili aziendali già significativi che continuano a sorprendere al rialzo, una banca centrale ultra-accomodante, nuovi ingenti piani di investimento sul punto di essere varati: cos’altro possiamo sperare?
Bisogna certamente sempre puntare alle stelle ma, dopo averle raggiunte, è lecito chiedersi cosa ci sia oltre.

Ed è proprio questo l’interrogativo che si pone il mercato a proposito dell’economia statunitense. Lo stesso mercato che segna il passo visto che la risposta non è ovvia. E così, tra alti e bassi, le sedute della settimana hanno finito col registrare una crescita praticamente nulla.

La domanda non è tanto riferita ai profitti futuri, che non dovrebbero mancare nei prossimi trimestri, quanto ai tassi, ed è legata all’inflazione. Se, come sostiene la Fed, l’inflazione si rivelasse temporanea, potrebbe essere indolore per il mercato. Se fosse invece persistente, andrebbe a scatenare una stretta monetaria con ripercussioni sulle azioni.

I banchieri centrali sono così intervenuti per fornire rassicurazioni. Esprimendosi quasi all’unisono hanno dichiarato che la Fed rimarrà accomodante per molto tempo ancora poiché l’alto livello di inflazione negli Stati Uniti è artificialmente legato a effetti base e alla temporanea congestione dell’offerta, mentre la disoccupazione è lungi dall’essere stata riassorbita.

La strada della Cina

Se la spiegazione non dovesse essere del tutto convincente, si possono cercare altrove nuovi spunti di riflessione, in un altro Paese stellato, la Cina, che vanta cinque stelle soltanto sulla sua bandiera e non cinquanta. Negli ultimi anni, la Cina sembra essere in anticipo sul resto del mondo. Ha infatti registrato, prima di chiunque altro, alcuni episodi di inflazione, recessione, ripresa e infine di normalizzazione. In questo, sta indicando la via da seguire, perlomeno la sua.

Soffermiamoci sull’inflazione che, in Cina all’inizio del 2020 è letteralmente esplosa, oltre al 5%, per via di un fattore effettivamente temporaneo, il prezzo della carne suina, e non dei chip come sta succedendo attualmente. Nel frattempo, l’inflazione è scesa a meno dell’1%. Problema risolto.

Sul piano economico, la Cina è anche entrata in recessione prima di chiunque altro, sempre all’inizio del 2020, e ha poi registrato un rimbalzo duraturo a partire dal mese di aprile dello stesso anno. Da allora, l’economia si è stabilizzata a un ritmo elevato, senza andare in surriscaldamento. E la sua politica monetaria, da leggermente accomodante nel 2020 è passata a neutrale, o addirittura a leggermente restrittiva, senza occasionare catastrofi.
Il rendimento del decennale cinese ha anche toccato un minimo al 3%, segno che il mercato dei tassi è perfettamente calmo. Da notare la differenza rispetto al mercato dei tassi statunitensi che si è calmato di recente dopo il caos di inizio anno.

La Cina potrebbe quindi essere il futuro degli Stati Uniti, almeno per quanto riguarda lo scenario economico e l’inflazione, anche se alcune differenze riducono la portata del confronto. Prima di tutto, l’inflazione cinese era legata a una componente specifica – il cibo – e non a molteplici fattori come potrebbe succedere negli Stati Uniti. Per ora, anche negli Stati Uniti, uno dei motivi principali dell’inflazione è da ricercare nel costo dei veicoli. Ma se vi si aggiungessero i salari, come si può desumere da alcuni indici, la dinamica dei prezzi potrebbe cambiare drasticamente.
Inoltre, in Cina, gli stimoli all’economia durante l’ultima crisi sono stati di gran lunga inferiori rispetto a quelli degli Stati Uniti. Infine, la politica monetaria cinese si è rivelata molto meno accomodante, senza contare poi che la struttura dell’economia e della demografia è molto diversa.

Nondimeno, il percorso verso una normalizzazione di successo ha dato prova di sé in Cina e potrebbe, in qualche modo, fare da apripista.

E l’Europa?

E per finire, da che parte sta andando il continente che di stelle ne ha 12 (per 27 Paesi!)? Strano da dirsi ma, nelle ultime settimane, sono nettamente risaliti i tassi nell’area con la minore crescita e inflazione: il decennale tedesco si è avvicinato a -0,10% dopo aver toccato -0,57% a inizio anno. Che stia a dimostrare che è finalmente iniziata la corsa alle stelle anche per il Vecchio Continente? Di positivo c’è che non si deve preoccupare di quello che c’è dietro le stelle: deve prima raggiungerle.

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