L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 maggio 2021

Lo "stregone maledetto mantiene quello che ha garantito ai suoi padroni fin dal 1992, la spoliazione dell'Italia dei suoi migliori assets

Draghi e Ouroboros: l’eterno ritorno

di Alessandro Testa
29 aprile 2021

Recovery Fund: nuova strada per privatizzare e distruggere il welfare

Corre il 2 giugno 1992: mentre da pochi anni il muro di Berlino è crollato, segnando l’inizio della fine dell’Unione Sovietica e l’inchiostro è ancora fresco sul trattato di Maastricht che istituisce l’Unione Europea, sul panfilo Britannia, nave di rappresentanza della regina Elisabetta II d’Inghilterra, un giovane Mario Draghi, direttore del Tesoro e membro del consiglio d’amministrazione dell’IRI, garantisce davanti al gotha della comunità finanziaria internazionale ivi riunita che l’Italia attuerà una radicale campagna di privatizzazioni che gli permetterà di ridurre l’esposizione debitoria, mettere in ordine i conti ed entrare “a testa alta” nel nascente carrozzone della moneta unica europea.

Cosa sia poi successo lo sappiamo tutti: l’Italia entrò in effetti nella moneta unica europea, il famoso (o meglio famigerato) Euro, ma le privatizzazioni, che avrebbero dovuto far affluire ingenti risorse nelle casse dello stato e di pari passo in quelle delle sue “ex aziende”, si risolsero in una tragica farsa di spregiudicate operazioni finanziarie, dilapidazione di assets ed esperienze professionali, mancati investimenti, perdita di controllo su settori strategici ed incredibili inefficienze, i cui nefasti effetti perdurano ancor oggi.

Ma lo si sa, come da miglior letteratura poliziesca il colpevole torna sempre sul luogo del delitto.

Ed ecco un Draghi ben invecchiato, onusto di cariche e glorie accumulate in una lunghissima carriera sempre all’ombra dei poteri forti finanziari globali, chiamato da pochi giorni all’improbo ruolo di “salvatore” di un’Italia che si dibatte disperatamente nella morsa di una crisi economica e politica vieppiù aggravata dall’emergenza pandemica, torna a rivestire lo sfavillante abito di “garante” del sistema Paese e con un’accorata telefonata alla signora van der Leyen sblocca magicamente il malloppo del Recovery Fund da tempo congelato e messo in forse, promettendo l’impegno del governo sulle riforme ed assicurando un cambio di passo per il rilancio.

Ma cosa ha promesso davvero Draghi all’establishment europeo?

A giudicare dai suoi trascorsi, può aver promesso solo una cosa: l’ulteriore smantellamento del welfare e la svendita di ciò che ancora rimane di qualche valore nelle disponibilità dello Stato.

Non è un caso, infatti, che si sia immediatamente cominciato a parlare di riforma pensionistica, ovviamente con l’abbandono immediato dal meccanismo della quota 100 col conseguente allontanamento dell’età pensionabile, un probabile “scalone” di cinque anni e presumibili sforbiciate al valore di pensioni già erose da quell’aumento del costo della vita che l’ISTAT si affanna a negare ma tutti noi percepiamo ogni volta che mettiamo mano al portafoglio per pagare le bollette di casa o la spesa al supermercato.

Probabilmente seguiranno a ruota ulteriori tagli: sanità (anche se è già oggi risibile la quota di Recovery Fund che questo governo riserva al comparto, e ciò la dice lunga sulla feroce spietatezza di questa politica di fronte ai morti ed alla sofferenza popolare causata dalla pandemia, gestita con risorse economiche, logistiche ed umane insufficienti che hanno finito per peggiorare il già fatiscente servizio sanitario nazionale), ammortizzatori sociali, servizi e pubblica amministrazione, tutti ovviamente travestiti da “razionalizzazioni” e “semplificazioni”.

Cosa possiamo dunque evincere da quanto detto sopra? Almeno tre cose.

Primo, che il governo italiano ha definitivamente abdicato ad ogni sia pur minima parvenza di governance su quei temi di fondamentale importanza politica e sociale che sono alla base stessa del contratto sociale; ormai ogni diritto, ogni equità, ogni giustizia sono sacrificabili al mostro cieco e famelico del “libero mercato”, abdicando, peraltro, ad ogni ruolo sovrano per il nostro Paese, come l’adesione all’UE contempla e severamente non manca di ricordarci.

Quest’ultima riflessione, se non bastassero gli innumerevoli episodi nei quali il governo italiano si è sottomesso senza alcun moto di ribellione ai diktat provenienti da Bruxelles, ci fa capire in maniera adamantina quanto sia urgente e necessaria l’uscita dell’Italia da un Euro e da una UE ormai irriformabili.

Il secondo punto è forse più raffinato, ma probabilmente di non minore importanza.

Anche ponendosi dal punto di vista del capitale, oggigiorno a dettar legge non sono più le realtà produttive, le industrie, i mercati, ma le oligarchie finanziarie; ad un capitalismo “all’antica” ove a contare era la capacità di produrre e commercializzare merci ricavandone il maggior profitto possibile, si è sostituito il meccanismo perverso del debito in perenne espansione.

Approfondiamo un attimo questo concetto: ormai tutto il sistema capitalista funziona sostanzialmente sulla base del debito, debito che dev’essere ripagato, ovviamente non solo nella sua componente di conto capitale anche in quella di cespiti d’interesse, obbligando così il sistema ad una continua, incessante ed infinita espansione.

È però facile da capire come nessuna espansione può essere eterna: i mercati si saturano, le risorse scarseggiano o diventano sempre più costose e difficili da ottenere, il saggio tendenziale di profitto cala mentre gli investitori richiedono performance sempre più esagerate e insostenibili.

Allora non resta che rifinanziare conto capitale ed interessi contraendo ulteriore debito, ma dopo un certo numero di cicli economici neppure questo basta più: chi si trova dalla parte perdente di questa equazione, sia egli un imprenditore, un investitore o persino uno Stato, si trova costretto a vendere i suoi assets più preziosi e a tagliare tutti i costi che può: salari, qualità, welfare ed in ultima analisi, cessione totale di potere.

Vale appena il caso di ricordare che anche “l’elargizione” UE del Recovery Fund diverrà un immenso e nuovo debito: esso non è infatti un regalo, come si vuol far credere, ma porta con sé tutti i nodi scorsoi che hanno già in passato impiccato la Grecia e ridotto il suo popolo alla misera e alla distruzione sociale.

Draghi vuole dunque ripercorrere oggi lo stesso rovinoso cammino imboccato dall’imbelle e subordinato Tsipras?

Il risultato inevitabile di queste politiche è dunque chiaro: la concentrazione della ricchezza nelle mani di sempre meno persone, impoverimento delle masse, preparazione di crisi future ancor più dure e dalle ancor più tragiche conseguenze.

Se volessimo spingerci oltre, potremmo ragionare sulla trasformazione del denaro da mera unità di conto, merce numeraria che serve in buona sostanza per facilitare gli scambi tra molteplici prodotti, a feticcio recante un valore proprio, del tutto distaccato sia dal valore d’uso che da quello di scambio; ma tale riflessione, gravida di conseguenze antropologiche, politiche ed economiche, ci condurrebbe forse troppo lontano, e sarà probabilmente meglio affrontarla in futuro con la dovuta ponderazione ed ampiezza.

Il terzo ed ultimo punto, conseguenza inevitabile di quanto detto sopra, è lo scivolamento graduale e sempre più scoperto del potere dalla politica e dall’economia alla finanza, fino al punto in cui a guidare i governi vengono chiamati direttamente gli esponenti più in vista dell’élite finanziaria globale, i più diretti e intimi servitori di coloro che detengono il vero potere, che è quello di creare moneta-debito con un semplice atto di volontà.

E qui, come il mitico Ouroboros, il serpente – in altre culture il drago – che in eterno si morde la coda formando un cerchio senza fine, torniamo all’inizio della nostra riflessione, ovvero a quel giovane banchiere che, in un pomeriggio del giugno 1992, promise al ragguardevole consesso riunito sul panfilo della regina d’Inghilterra che avrebbe garantito la spoliazione dell’Italia dai suoi migliori assets, promessa che evidentemente ha preso estremamente sul serio, visto che ha continuato e continua a mantenerla a tutt’oggi.

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