L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 25 maggio 2021

Mare Meridionale Cinese contesissimo dall'Impero Cinese Vietnam Filippine dove vuole mettere bocca l'impero statunitense

Gli atolli fortificati nella disputa per gli arcipelaghi del Mar Cinese Meridionale

25 maggio 2021


Nel corso degli ultimi anni vi è stata una frenetica attività da parte di quelle nazioni che reclamano la sovranità sugli atolli e barriere coralline degli arcipelaghi Spratlys e Paracel, è una lunga vicenda il cui risultato ha reso il Mar Cinese Meridionale, una delle zone di mare tra le più militarizzate del pianeta.

Queste acque sono oggetto di frequenti esercitazioni, ci sono le azioni della cosiddetta milizia marittima (grosse formazioni di pescherecci con funzioni dual-use) cinese e in tempi recenti anche di quella vietnamita, sono oggetto di sempre più frequenti ‘crociere’ per la libera navigazione da parte della US Navy, come nell’aprile del 2020 il cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, USS Bunker Hill (nella foto sotto) quando condusse una Freedom of Navigation Operation, un’azione di libera navigazione, ben pubblicizzata via social e media, tutte queste navigazioni che si sono ripetute nel corso del tempo.


Il tutto, soprattutto, nel contesto della nuova politica di Washington di contenimento della Cina, un cambio di approccio iniziato con la presidenza di Barack Obama, proseguito e rafforzato con Donald Trump e ora ribadito da Biden, una scelta strategica di containment rafforzata dal drastico rilancio della Quad Alliance (Stati Uniti, India, Australia, Giappone), nella ‘pivotal-region’ dell’Indo-Pacifico.

Nel contempo le esercitazioni della US Navy anche con gli alleati di turno come Giappone, Australia, e con le unità della Royal Navy della Global Britain vengono regolarmente evidenziate dai media: una infowar in corso anche in questa regione, una delle costanti caratteristiche di questo nuovo secolo assieme alla cyberwarfare e alla rinnovata corsa allo spazio.

La complessa disputa territoriale e marittima sulle Spratlys (nella mappa sotto) e le Paracel coinvolge, da decine di anni, Vietnam, le Filippine, Taiwan e la Malesia, una contesa per circa 70 tra atolli e barriere coralline, i cui consistenti affioramenti sono preda delle rispettive pretese, come riportano le foto satellitari pubblicate regolarmente sul sito della AMTI (Asia Maritime Transparency Initiative).


Queste battaglie di sovranità territoriali e marittime si sono concretizzate con la costruzione, ad oggi, di oltre 90 avamposti; uno sviluppo di infrastrutture militare che negli ultimi anni è stato davvero veloce ed accelerato e con impatti sull'ambiente naturale molto dannosi. La Cina è quella, notoriamente, più attiva in questa attività di installazione di basi e fortificazione, essendo la nazione con il controllo delle maggior porzioni dei due contesissimi arcipelaghi Spratlys e Paracel.


La proiezione di sovranità di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, che sulle carte ha i contorni di una ‘lingua di bue’ (nella mappa sopra), considera questi atolli e scogliere facenti parte della prima linea difensiva, nocciolo fondamentale dell’approccio assertivo di Pechino, come si è visto con Hong Kong e con il dossier sempre aperto sulla ‘provincia ribelle’ di Taiwan.

Pechino ha proceduto, dal 2013, a costruire piste di atterraggio, postazioni radar, moli di attracco, installazioni con missili superficie-aria, depositi, postazioni di difesa. Un complesso di una ventina di avamposti nelle Paracel e sette nelle Spratlys, numeri non definitivi, essendo oggetto di incremento, a motivo di continui ‘lavori in corso’.


I cinesi hanno anche costruito di sana pianta pezzi di arcipelago. Difatti vi sono stati, e sono in corso, grandi ampliamenti artificiali della superficie di alcuni degli atolli delle Spratlys. In particolare le barriere coralline di sei atolli hanno fatto da fondamenta per la costruzione e lo sviluppo di consistenti installazioni militari.

Una delle più grandi è sull’atollo di Subi Reef, che da paradisiaco atollo (nella foto sopra) è divenuto un importante avamposto militare (nella foto sotto) situato a soli 26 chilometri dall’isola Thitu/Pagasa, sotto controllo dei filippini.


Per Subi Reef va sottolineata la valenza e l’assertività di questa mossa, poiché la sovranità sull'atollo, reclamata sia da Hanoi che da Manila, è considerata da diversi analisti un potenziale casus belli

Spratlys e Paracel sono davvero strategiche?

Diversi analisti, in recenti lavori pubblicati in Foreign Policy e Geopolitical Futures, considerano parzialmente efficace dal punto di vista militare la presenza cinese in questi due arcipelaghi.

Pechino considera i due arcipelaghi in funzione di ‘asset’ della costante conferma della sovranità cinese, più che come un vero trampolino di lancio per una guerra.

Una ragione attiene alla geografia: le Spratlys e le Paracel hanno una posizione eccentrica rispetto agli strategici choke points di Singapore e degli Stretti di Malacca e Lombok: come noto da questi Stretti transita il traffico delle portacontainer che è cruciale per Pechino e per Tokio e per tutti gli altri paesi della regione.


Come ha scritto Philip Orchard del think tank Geopolitical Futures, “gli atolli delle Spratlys, come Subi Reef, Mischief, Fiery Cross non equivalgono a Iwo Jima e Guadalcanal”.

Una seconda ragione concerne gli aspetti strettamente militari: le difese cinesi possono essere messe fuori combattimento dalla US Navy senza molte difficoltà colpendo dalla base di Guam e con gli assetti aereonavali della Settima Flotta.

Una terza motivazione concerne le indubbie problematiche logistiche dovute alle distanze dalla madrepatria e dalla vera grande isola-base cinese costituita dall’isola di Hainan, una Malta e Gibilterra sommate assieme tanto per render l’idea della sua importanza strategica.

Una quarta ragione è dovuta al clima inospitale delle Spratlys e Paracel. Consci di questi problemi i pragmatici leader cinesi lavorano di fino con Manila, con il vulcanico presidente Duterte sia con gli strumenti diplomatici sia con le pressioni paramilitari quali la Guardia Costiera (una quasi seconda flotta) e le flottiglie di pescherecci militarizzati.

Le Filippine sono la vera porta di ingresso al Pacifico, e infatti nel secondo conflitto il Giappone si affrettò con grandi forze a prenderne il possesso. Pechino vuole evitare l’attivazione del EDCA, ovvero del Enhanced Defense Cooperation Agreement, l’accordo decennale siglato nel 2014 tra Manila e Washington che permette, su richiesta espressa di Manila, il pieno accesso alle basi militari delle forze statunitensi e la costruzione di nuove strutture.


Per Pechino la chiave di lettura delle attuali relazioni con Manila è proprio basata sull’impedire il ritorno in forze statunitensi nelle Filippine che rappresenterebbe una evidente pesante sconfitta per la Cina.

In queste acque è molto attivo anche il Vietnam, nazione dalle solide tradizioni militari che si muove anche ‘copiando’ i passi di Pechino: ha allestito una sua milizia marittima, ha fortificato le Spratlys sotto il suo controllo, in particolare a West Reef e la isoletta Sin Cowe e ha provveduto alla realizzazione di una serie di installazioni militari, atte a scoraggiare pretese di altre nazioni e a rappresentare una linea di allerta avanzata in caso di conflitto.

Sul West Reef sono state costruite postazioni protette, dei bunker, palazzine uffici, depositi e una torre che si presume sia un centro di comunicazione. Inoltre tra le due estremità dell’atollo corallino è stata costruita una piccola rete di tunnel ed è in corso il re-impianto ex-novo della vegetazione ai fini di un opportuno mascheramento.

Nell’isola di Sin Cowe (nella foto sotto) nel 2018-2020 le opere effettuate hanno riguardato la costruzione di postazioni difensive a copertura di tutta la costa, seguiti dall’allestimento, anche qui, di una piccola rete di tunnel (una abitudine ereditata dai tempi della Guerra del Vietnam del 1955-75).


In altre isolette sono stati allestite delle difese costiere, dei classici bunker e delle protezioni per piccoli reparti; per Hanoi le isolette delle Spratlys sono parte essenziale di un territorio da difendere validamente, tanto che nel 2016 sono stati dislocati lanciarazzi acquisiti da Israele, il sistema EXTRA (EXTended Range Artillery), prodotto dalla IMI.

EXTRA si caratterizza per la facilità di uso e manutenzione, impiegando per la direzione di tiro radar leggeri e con una logistica gestibile (aspetto rilevante vista la posizione geografica di questo arcipelago) e soprattutto con un raggio di azione fino a 150 chilometri).

Alle Paracel si è già combattuto aspramente: nel gennaio 1974 le isole furono oggetto di scontri armati tra cinesi e l’allora Vietnam del Sud, scontro che si risolse in favore di Pechino.

Un avversario inatteso: il clima.

La somma di tutte queste grandi attività antropiche atte a fortificarne le bellissime baie e barriere coralline, costituisce un ‘military footprint’ – per usare un gergo sempre più corrente – molto rilevante.


I dragaggi avviati dal 2013 hanno colpito quegli ecosistemi mentre il clima certo non ospitale aumenta le esigenze manutentive per installazioni fisse, armi e strumentazioni. In effetti si sta manifestando da almeno il 2019 un degrado delle infrastrutture militari nei due arcipelaghi, evidenziando quindi costi e impegni gestionali ulteriori di certo inattesi.

L’umidità e il forte caldo presente 365 giorni l’anno, oltre ai tifoni, hanno reso evidente che resta difficile schierare per lunghi periodi aerei da combattimento o installare strumentazioni high-tech. Difficoltà ambientali che aumentano i costi del dispiegamento militare negli arcipelaghi contesi riducendo l’efficacia delle infrastrutture militari realizzate in questi ultimi anni.

Mappe: CIA e

Foto: US DoD, Xinhua, Asia Maritime Transparency Initiative/ABC, CSIS e Guardia Costiera Cinese

Nessun commento:

Posta un commento