L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 maggio 2021

NON produrre, consuma e crepa. Per ora, tutti paiono convinti che funzioni. Ma in cuor loro, tutti sanno altresì che finirà male. Molto male.


Non produrre, consuma e crepa. Negli Usa mancano operai ma non carte di credito

8 Maggio 2021 - 13:00

Wall Street festeggia la delusione del dato occupazionale: fino al quarto trimestre, nessuna discussione sul taper. Ma le PMI non trovano lavoratori, perché i sussidi a pioggia garantiscono redditi più alti. Il tutto, mentre l’inflazione continua a galoppare. E se qualcosa costringesse il governo a frenare l’assistenzialismo? Le banche hanno già provveduto: oggi come mai, ottenere credito con pagamenti elettronici è la regola.


Quando lo scorso 10 febbraio Jerome Powell prese la parola all’Economic Club di New York, nessuno si attendeva granché dal suo intervento. Certamente non un annuncio market-mover. Invece, il numero uno della Fed dimostrò di avere lo sguardo lungo. Commentando il dato del 6,3% di tasso di disoccupazione, Powell infatti definì quell’indicatore non realistico rispetto al contesto economico Usa e sottolineò come, nonostante tutto, gli Stati Uniti scontassero ancora un deficit di 10 milioni di posti di lavoro rispetto all’anno precedente. Insomma, la pandemia aveva colpito duro. E, quindi, occorreva continuare lungo la strada dello stimolo straordinario intrapresa nel marzo 2020.

Questo, nonostante le dinamiche inflazionistiche già allora cominciassero ad andare in ebollizione e i breakevens segnalassero il possibile superamento di quota 2% nel mese di giugno: That won’t mean much, la risposta di Jerome Powell. Insomma, ciò che contava era il numero di occupati da recuperare per colmare il gap pre-Covid, l’inflazione ormai andava intesa come preistoria. Ora schiacciamo un immaginario tasto fast forward e arriviamo al 7 maggio, giorno della grande delusione: il dato dell’occupazione Usa, atteso oltre il milione di unità, segnava soltanto +266.000, la seconda peggior delusione delle attese da quando vengono tracciate le serie storiche. La reazione del mercato? Dow Jones e Standard&Poor’s 500 sui nuovi massimi storici.

Il motivo? Semplice e contenuto in questo grafico

Fonte: Bloomberg

e nella vecchia formula magica che sovrintende il mondo fatato del Qe: Bad news is good news. Appena diffuso il dato, le probabilità di un aumento dei tassi prima del dicembre 2022 sono precipitate sotto quota 50%. Bye bye taper, almeno fino al quarto trimestre di quest’anno la discussione - ancorché solo teorica - su un graduale processo di normalizzazione monetaria è congelata. E il mercato festeggia. Nasdaq in testa, dopo sette sedute consecutive di vendite da parte degli hedge funds e il più classici degli short squeezes innescato proprio dal pessimo dato occupazionale.

Jerome Powell ha avuto ragione lo scorso 10 febbraio, chapeau. C’è però un problema, racchiuso in questi due grafici,
Fonte: NFIB/Deutsche Bank
Fonte: BLS

i quali mettono in prospettiva quale sia il reale stato di salute del mercato del lavoro Usa, al netto delle tracciature ufficiali. Stando all’ultimo sondaggio condotto dalla NFIB fra i titolari di piccole e medie imprese lo scorso aprile, ben il 42% ha segnalato l’impossibilità di trovare dipendenti per coprire le nuove posizioni aperte grazie a stimoli e fine del lockdown. E la seconda immagine contestualizza il tutto: su oltre 100 milioni di americani fuori dalla forza lavoro ufficiale, attualmente solo 6,85 stanno cercando un’occupazione. Gli altri? Chiunque guadagnasse meno di 32.000 dollari l’anno prima della pandemia, attualmente ritiene conveniente stare a casa e beneficiare dei sussidi federali, piuttosto che accettare un lavoro, conferma Joe Song, economista di Bank of America.

Non a caso, la scorsa settimana lo Stato del Montana ha deciso di cancellare alcuni benefit legati alla disoccupazione, stante l’altissimo numero di posizioni da coprire. Al netto di tutto, il quadro apre alcuni quesiti inquietanti. Con il reddito dei percettori di sussidi che oggi dipende per il 34% del totale dai trasferimenti statali e una forza lavoro che sconta un deficit di quel livello, davvero l’America necessita di un piano infrastrutturale da 1,8 trilioni di dollari? Per cosa, creare posti di lavoro che non servono, ghost-town in stile cinese o proverbiali buche keynesiane da ricoprire? Oppure garantire in tandem una politica di sostegno all’economia che è divenuta parassitaria ed esiziale?

Perché questi due grafici
Fonte: Fao
Fonte: Fao

parlano chiaro, mostrando i dati ufficiali degli indici di tracciamento del prezzi agricoli e alimentari della FAO: se il dato di aprile su base annua ha segnato un +30,7, il tasso di crescita più veloce dal 2011 (Do you remember primavere arabe?), a trainare gli aumenti sono stati beni come olio, cereali, latticini, carne e zucchero. Quindi, non solo legname da costruzione o rame: bensì, qualcosa che può operare da detonatore di tensioni sociali su larga scala e non solo criticità produttive e settoriali.

Ecco quindi che appare più chiaro il perché della perpetuazione dell’emergenza da Covid, nonostante i tassi in calo e le vaccinazioni record: da un lato la Fed deve rinviare l’appuntamento con il redde rationem su tassi e controvalore di acquisti, dall’altro il governo deve evitare che - di colpo - i cittadini prezzino la perdita reale del loro potere d’acquisto rispetto a un’inflazione sempre più galoppante e diffusa, non potendo più contare sul sussidio federale permanente. La conferma? Ce la offre questo ultimo grafico,

Fonte: Goldman Sachs/Bloomberg

dal quale si evince come negli Stati Uniti - già patria del pagherò e del credito al consumo - non sia mai stato così semplice ottenere una carta di credito, almeno in base all’indice di tracciamento di Goldman Sachs.

Et voilà, quando anche si dovesse giocoforza ritirare un po’ di grandeur assistenzialista, l’americano medio potrà comunque indebitarsi allegramento su una o più carte di credito/debito fresche di concessione. E le banche, quasi certamente, già pregustano una Fed immobile che garantirà l’habitat perfetto per cartolarizzare con il badile tutto quel debito privato. Negli anni Settanta, era di moda lo slogan Produci, consuma e crepa, cruda messa in guardia dai principi cardine dell’alienazione capitalista. Oggi il Qe perenne e il miraggio dell’helicopter money ci hanno regalato una nuova versione: Non produrre, consuma e crepa. Per ora, tutti paiono convinti che funzioni. Ma in cuor loro, tutti sanno altresì che finirà male. Molto male.

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