L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 4 maggio 2021

Per citare Antonio Gramsci, ci troviamo in una fase di interregno in cui un vecchio ordine, quello dell’unipolarismo fondato sulla globalizzazione neoliberista, e l’illusione di una sua compiutezza sono tramontati, ma ancora non si intravedono se non in lontananza le matrici di quello nuovo


3 MAGGIO 2021

Nelle scorse settimane, su Inside Over, sono stati approfonditi i diversi fronti su cui si sta sviluppando, passo dopo passo, la cooperazione tra Cina e Russia. Mosca e Pechino, si è visto, stanno inaugurando anno dopo anno una serie di iniziative congiunte che partono dalla volontà di superare una diffidenza conflittuale vecchia di secoli, e che neanche la comune presenza di Unione Sovietica e Cina popolare nel campo socialista ai tempi della Guerra Fredda ha smussato, puntando a plasmare la transizione del sistema internazionale verso un contesto sempre più multipolare.

Abbiamo visto come la “Nuova via della seta” e le comuni infrastrutture per il commercio di materie prime strategiche come il gas naturale siano la base di un’intensa relazione economica e di un interscambio bilaterale che anche nell’anno del Covid-19 è stato considerevole, toccando quota 107,9 miliardi di dollari e non discostandosi troppo (-2,9%) dagli anni di ordinaria amministrazione.

Abbiamo avuto modo di sottolineare come a questi interessi comuni si sovrappongano una comune percezione delle necessità securitarie di uno spazio strategico e vitale per gli interessi nazionali dei due Paesi, l’Asia centrale post-sovietica, e la valorizzazione del ruolo geo-politico e geo-economico di attori come Iran, India e Turchia, ritenuti pur con le diverse sfumature e le eterogenee modalità d’approccio partner (o rivali) con cui necessariamente fare i conti. E abbiamo dato conto della natura strategica di forum multilaterali come l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai.

Infine, abbiamo segnalato come anche il delicato fronte delle forze armate e di sicurezza e il comparto dell’innovazione tecnologica di frontiera, dal 5G allo spazio, siano di comune interesse di Mosca e Pechino, che pur senza aver costruito un’alleanza a tutto campo stanno portando avanti una partnership decisamente intensa sfruttando, come in altri casi, le loro complementarità. La Russia può assistere la Cina, ad esempio, sull’addestramento delle forze armate a scenari di crisi e sulla corsa allo spazio; Pechino può in cambio dare una grande mano a Mosca a compiere un salto quantico nello sviluppo della banda larga, dell’automazione industriale, del 5G.

Un modello alternativo

Ebbene, questo complesso mosaico ci porta, nell’ultima parte del nostro viaggio nelle relazioni sino-russe, a porci una domanda fondamentale: quanto la sinergia sino-russa sta contribuendo nel consolidamento degli obiettivi delle due potenze dell’Eurasia? Quanto i fattori di competizione, dal timore cinese di un possibile “salto” della Russia a una fase di appeasment con l’Occidente a quello russo di una graduale colonizzazione della Siberia da parte dell’Impero di Mezzo, possono giocare un ruolo nel frenare questo rapporto? Quanto la partnership è strutturata in termini valoriali?

La premessa necessaria per dare risposta a tali quesiti sta nella presa di consapevolezza del fatto che il principale fattore unificante di Russia e Cina non è né di matrice economica, né di taglio culturale né, men che meno, di stampo valoriale. È un ragionamento di squisito ordine geopolitico che si lega alla mala gestio da parte degli Stati Uniti d’America della fase aperta dalla caduta dell’Unione Sovietica tre decenni or sono e che attraverso le varie declinazioni Washington ha preteso, in un modo o nell’altro, di amministrare in termini unilaterali. Lo sdoganamento delle istituzioni della globalizzazione neoliberista nell’era Clinton, le “guerre al Terrore” di George W. Bush, il messianismo dei diritti umani di Barack Obama e perfino l’America First trumpiano sono uniti dal minimo comune denominatore di ritenere un’eventualità consolidata l’eccezionalismo statunitense e la possibilità per Washington di dominare, in un modo o nell’altro, l’evoluzione degli scenari globali.

Diversi autogol (dalla gestione delle guerre mediorientali alla crisi finanziaria di inizio millennio) hanno più volte mostrato la limitatezza di questo approccio e, gradualmente, la sovrapposizione tra una Russia che mal sopportava le politiche di contenimento della sua strategia per la sopravvivenza operate dall’Occidente e una Cina resa più assertiva e fiduciosa sul piano politico dall’ascesa di Xi Jinping ha, dal 2013-2014 in avanti, plasmato una convergenza sempre più stretta. Il primo, vero collante tra Mosca e Pechino si chiama dunque America. Ma sarebbe riduttivo ridurre a compromesso tattico tra Paesi rivali timorosi di un egemone globale l’asse venutosi a creare che ribalta, in un certo senso, la dottrina kissingeriana del divide et impera tra le due grandi potenze euroasiatiche. La relazione sino-russa risponde a una mutata domanda di sicurezza e prosperità comune a diversi Paesi chiave per gli affari internazionali e all’apertura di finestre d’opportunità commerciali, diplomatiche, geopolitiche e militari.

Un nuovo multipolarismo?

In sostanza, il mondo è affamato di multipolarismo. Chiedono multipolarismo Paesi consci della natura a geometria variabile di alleanze e accordi come i citati Turchia e Iran, ma anche Paesi mediorientali che ben si triangolano tra i tre giganti pur essendo saldi alleati di Washington come Emirati Arabi e Arabia Saudita. A corrente alternata oscilla tra multipolarismo e unipolarismo l’America Latina, mentre si prepara una nuova corsa all’Africa in cui gli schieramenti non saranno predeterminati. Rimane silente l’Europa ancillare all’egemone di oltre Atlantico, ma riacquista assertività geopolitica la Germania che guarda alla convergenza con Mosca (“GeRussia”, per usare la felice espressione che dà il nome a un interessante saggio di Salvatore Santangelo) e con Pechino come a un fondamentale perno geoeconomico. E nel cuore ideale del Vecchio Continente ha sede il quarto impero, il Vaticano, ora più che mai desideroso di vedere compiuta la transizione multipolare degli affari internazionali. I tre leader forti dell’era contemporanea sono Xi Jinping, Vladimir Putin e Papa Francesco: e non è un caso che il pontefice romano guardi all’apertura di rapporti consolidati tra l’Oltretevere e le capitali un tempo imperiali di Mosca e Pechino come a un passaggio fondamentale per completare la transizione post-occidentale della Chiesa e della Santa Sede e vivificarne il ruolo su scala mondiale sul fronte religioso e politico.

Per citare Antonio Gramsci, ci troviamo in una fase di interregno in cui un vecchio ordine, quello dell’unipolarismo fondato sulla globalizzazione neoliberista, e l’illusione di una sua compiutezza sono tramontati, ma ancora non si intravedono se non in lontananza le matrici di quello nuovo. La volontà degli Usa di richiamare gli alleati occidentale alla scelta di campo contro il nemico esistenziale, la Cina, utilizzando toni da Guerra Fredda risponde alla volontà di cristallizzare il tempo sul sistema odierno con un richiamo a uno schema del passato. Il multipolarismo non è ancora realtà perché non accettato dalla potenza che detiene la maggioranza relativa nella quota di potere mondiale sul fronte politico, economico, militare, pur avendo notato dai tempi della guerra in Georgia del 2008 sino alla crisi del Covid del 2020-2021 di non aver, necessariamente, tutte le carte per risolvere unilateralmente e a proprio vantaggio le grandi sfide internazionali. Su questa contraddizione Cina e Russia lavorano. Nella consapevolezza che l’obiettivo di fondo per entrambe non è una rivalità totale con Washington, ma l’accettazione di un mutamento sistemico con nuovi accordi che hanno avuto timidi accenni nelle rivisitazioni delle quote di influenza di diverse agenzie legate all’Onu e nei diritti speciali di prelievo del Fondo Monetario Internazionale. Ma faticano ad avere attestazione politica universale.

Il ruolo dell’economia

Affari, transazioni, investimenti: tutto ruota attorno al dollaro americano, la moneta di riferimento per eccellenza all’interno del panorama internazionale. Gli Stati Uniti hanno più volte approfittato dello status “speciale” goduto dalla loro valuta per imporre sanzioni alle nazioni rivali o anche semplicemente a quei governi che, per i più svariati motivi, si sono resi responsabili di aver violato qualche principio internazionale. Dal momento che una leva del genere equivale a poter contare su una vera e propria arma politica, Russia e Cina stanno pensando a un modo per smarcarsi dall’ombra di Washington. È finito il tempo in cui Pechino non aveva voce negli affari globali, ed è pure finito il tempo in cui Mosca era costretta, da sola, a opporsi al blocco occidentale. Il messaggio lanciato dai funzionari dei due Paesi è chiaro: affrancarsi dal dollaro per silenziare l’arma economica di Washington.

“La ragione principale di tutto questo è il rischio geopolitico. La retorica delle sanzioni da parte degli Stati Uniti è costantemente presente nell’agenda internazionale, quindi stiamo prendendo provvedimenti per proteggere la nostra economia“, ha spiegato, lo scorso marzo, il presidente del Comitato della Duma per i mercati finanziari Anatoly Aksakov nel corso di un’intervista rilasciata all’emittente russa RT. “Così, negli ultimi tre anni, la quota del dollaro nelle nostre riserve internazionali è stata dimezzata: dal 45 al 22%. Il lavoro in questa direzione viene svolto costantemente, anche nelle relazioni commerciali”, ha chiarito, ancora, Aksakov, sottolineando come nell’Unione Economica Eurasiatica la quota dei pagamenti nelle valute nazionali sia già del 75%. “Con la Cina, abbiamo raggiunto il 25%. Inoltre, la quota del rublo nelle esportazioni russe verso l’India è salita al 60%, mentre nelle importazioni dalla Turchia la quota del rublo ha superato il 30%”, ha concluso. Da qui a parlare di dedollarizzazione, la strada è ancora lunga e in salita. Al momento è ancora impossibile attuare il completo rifiuto dei pagamenti in dollaro.

Soppiantare il dollaro

Russia e Cina sono al lavoro per sviluppare le proprie valute, rublo e yuan, in forma digitale. Come si legge nel testo Finanza e potere lungo le Nuove Vie della Seta, da qualche anno Russia e Cina hanno ridotto in maniera decisa l’uso del dollaro nel commercio bilaterale. Giusto per fare un confronto, nel 2015 il 90% delle transazioni tra questi due Paesi era effettuato in dollari; in seguito alla Trade War mossa da Washington all’indirizzo di Pechino, il valore è calato al 51% nel 2019. Non solo: stando ai dati raccolti dalla Banca Centrale e del Servizio Federale Doganale Russo, nel corso del primo trimestre del 2020, la fetta del dollaro nei suddetti scambi commerciali bilaterali sarebbe, per la prima volta, scesa al di sotto del 50%. Nel 2014 bisogna sottolineare un accordo triennale – prorogato nel 2017 di altri tre anni – di currency swap bilaterale stretto tra Russia e Cina. Il suo valore? 150 miliardi di renminbi, cioè 24.5 miliardi di dollari.

Questo ha consentito alle due potenze di accedere alle reciproche valute senza il bisogno di fare acquisti sul mercato dei campo. C’è poi da analizzare l’aspetto valoriale. Come ha sottolineato Il Corriere della Sera, nelle varie epoche storiche la moneta di riferimento del sistema economico e finanziario ha sempre coinciso con quella del Paese egemone. Andando a ritroso nel tempo ricordiamo la Spagna nel XVI secolo, l’Olanda nel XVII, la Francia nel XVIII, la Gran Bretagna nel XIX e gli Stati Uniti dal termine della Seconda Guerra Mondiale in poi. Adesso quell’ordine geopolitico, economico e finanziario sembra essere arrivato a un punto di non ritorno, e sia Cina che Russia fremono all’idea di scalzare il dollaro. Pechino è proprietaria di bonds americani per più di mille miliardi di dollari mentre Mosca ha iniziato a fare scorte di oro (pare ne possieda per il valore di 537 miliardi di dollari). I segnali di una possibile tempesta perfetta sono sempre più visibili.

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