L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 11 maggio 2021

Scuola, sanità e lavoro impossibile dare a tutti i componenti delle comunità di uno stato finchè il sistema economico politico sociale è dato dal capitalismo


10 MAGGIO 2021

La Francia ha un grave problema in materia di monopolio della forza e controllo del territorio. Le rivolte delle banlieue del 2005 hanno palesato al mondo intero la tragicità della situazione, ma il fatto che i riflettori sul fenomeno siano stati spenti non significa che sia stato risolto. La lettera allarmistica del 21 aprile sul rischio di una guerra civile, firmata da 20 generali, 100 ranghi alti e più di 1000 di soldati appartenenti a vari gradi, è la prova corroborante di come, dal 2005 ad oggi, lo stato delle banlieue sia cambiato, sì, ma in peggio.

In assenza di politiche terapeutiche realmente incisive, che rimedino al fallimento conclamato del modello d’integrazione basato sull’assimilazionismo, un numero crescente di quartieri popolati dai discendenti degli abitanti dell’ex impero coloniale sta venendo egemonizzato da e subendo la fascinazione di crimine organizzato e islam radicale. I numeri danno ragione all’inquietudine delle forze armate che, nonostante la probabilità di sanzioni disciplinari, hanno messo la firma sulla missiva del 21 aprile: più di 700 i quartieri a rischio e 150 quelli ufficiosamente “perduti”, per un totale di oltre cinque milioni di persone vulnerabili al proselitismo di narco-bande e islamisti.

Cosa sono le “Zones Urbaines Sensibles”

Secondo un sondaggio condotto da Harris Interactive per LCI TV all’indomani della lettera aperta, l’86% degli intervistati pensa che in certe aree della nazione la legge della Repubblica non trovi applicazione, l’84% concorda sul fatto che la società stia divenendo crescentemente violenta, il 73% condivide l’idea che la nazione stia andando incontro alla disintegrazione, un incredibile 49%, cioè un francese su due, “è favorevole all’intervento delle forze armate per ristabilire l’ordine” e, nel complesso, sei intervistati su dieci sostengono l’iniziativa dei militari.

Quelle aree in cui la legge della Repubblica non trova né spazio né applicazione, secondo quanto denunciato dai militari e condiviso dai francesi, sono le zone urbane sensibili (zones urbaines sensibles) e i territori perduti (territoires perdus), termini con il quale si fa riferimento a due realtà distinte ma interrelate.

Le zone urbane sensibili sono 751 in tutta la nazione, stando ai dati più recenti di provenienza governativa, e sono caratterizzate da elevati indicatori di disagio sociale e abitativo richiedenti attenzione speciale da parte delle autorità – in termini di politiche sociali, urbane ed economiche – perché particolarmente permeabili al narco-banditismo e all’islam radicale. Effuse in ogni angolo della nazione, queste aree sono la casa di cinque milioni di persone, ovvero circa il 7% della popolazione totale della Francia: una cifra enorme.

Secondo lo European Eye on Radicalization (EER), che ha dedicato un approfondimento all’argomento delle aree ad accesso vietato francesi, “è difficile [trovare] una città in Francia che non abbia almeno una zona urbana sensibile”. Come sia stato possibile giungere a questo punto è piuttosto noto: create all’indomani del secondo dopoguerra come sistemazione temporanea per gli abitanti delle ex colonie, con lo scorrere del tempo hanno assunto la forma di quartieri dormitorio impiegati per contenere e trattenere le masse di forestieri a tempo indefinito.

Divenute dei veri e propri ghetti, “a causa della povertà, della criminalità e dei pericoli ad esse associate”, le zone urbane sensibili possono essere legittimamente considerate delle enclavi etno-religiose nell’entroterra francese, perché qui vi risiedono quasi esclusivamente persone provenienti dallo spazio ex coloniale e sostanzialmente di fede islamica.

Sparse ovunque, come già anticipato, le zone urbane sensibili rappresentano una parte integrante del circondario metropolitano delle principali realtà urbane francesi, come Parigi, Marsiglia, Strasburgo, Lille e Amiens, e l’agire delle autorità pubbliche al loro interno – sia in termini di azioni di polizia sia in termini di interventi socialmente utili – viene ostacolato dalla diffidenza degli abitanti, abbandonati a se stessi da decenni, e dalla schermata protettiva e ostile dei reali controllori del territorio: islamisti e narco-banditi.

Tali sono i livelli di impermeabilità all’azione pubblica e di ostilità alle forze dell’ordine di suddetta schermata che, secondo un rapporto citato dallo EER sulle aree ad accesso vietato in Francia, “dozzine di questi quartieri sono dei luoghi in cui la polizia non può far rispettare pienamente le leggi del Paese e neanche entrare senza il rischio di scontri o sparatorie mortali”. L’ultimo agguato in ordine di tempo, avvenuto a Carpentrasso (Vaucluse) la sera del 5 maggio di quest’annno, durante un controllo in una no-go area, ha provocato la morte di un poliziotto.

I numeri sugli atti di violenza di natura intenzionalmente anti-poliziesca compiuti nelle zone urbane sensibili possono contribuire a complementare e completare il quadro: 379 quelli consumati in un bimestre ordinario del 2020 (17 marzo – 5 maggio), nonostante la pandemia di Covid19, 79 dei quali classificati come imboscate e risultati nel ferimento di 43 funzionari.

Uno dei più riguardevoli e recenti episodi di violenza anti-poliziesca avvenuti in una zona urbana sensibile, mantenendo il mirino puntato sull’anno appena trascorso, è stato sicuramente l’assalto armato al commissariato di Bois-l’Abbé (Champigny-sur-Marne) – il terzo in due anni –, durato un’ora e portato avanti da quaranta persone armate di spranghe, bastoni e fuochi pirotecnici.

I territori perduti

Il tema dei cosiddetti territori perduti (territoires perdus) è strettamente collegato alla questione delle zone urbane sensibili. In questo caso, però, non si tratta di un termine che trova impiego ufficiale a livello istituzionale, quanto di un concetto enfatico proveniente dall’ambiente della sicurezza nazionale, ergo dai servizi segreti.

Territorio perduto è l’appellativo utilizzato dalla Direction générale de la Sécurité intérieure (DGSI) in un rapporto datato gennaio 2020 sullo stato di salute della Repubblica e sull’espansione dell’islam radicale al suo interno. Il termine è volutamente declamatorio, e riflette il contenuto allarmante della relazione: almeno 150 i quartieri che, rientranti nella categoria dei territori perduti, sarebbero de iure francesi ma de facto gestiti e controllati da reti legate al narco-banditismo e/o all’islam radicale.

Un territorio perduto non nasce né spontaneamente né celermente: è il capolinea di un lungo processo involutivo e regressivo affrontato da una zona urbana sensibile che, nonostante l’attenzione speciale delle autorità, viene mantenuta nell’abbandono e nella trascuratezza, finendo inglobata centrifugamente nello stato invisibile e parallelo, ma tangibile e concreto, dei gruppi del narco-banditismo e degli attori dell’islam radicale e del jihadismo.

Sono i territori perduti, molto più delle zone urbane sensibili, a turbare i sonni delle forze armate: è qui, invero, che cresce, prospera e poi si spande verso nuove realtà il separatismo islamista. È qui che si trovava una parte significativa dei 73 siti tra moschee, scuole private, centri culturali, attività commerciali e organizzazioni non governative, ai quali le autorità hanno posto i sigilli nei primi dieci mesi del 2020 a causa di legami comprovati con l’islam radicale e/o con il terrorismo. È qui che si trova la maggior parte delle 89 moschee in odore di islam radicale attualmente sorvegliate dagli inquirenti, 16 delle quali concentrate nell’area parigina. È qui che sono stati dati i natali ad una parte cospicua dei 1.910 cittadini francesi partiti alla volta del Siraq per combattere per lo Stato Islamico, 67 dei quali originari di Trappes, un piccolo comune parigino di 28mila abitanti che, alla luce dei gravi problemi di narco-banditismo e radicalizzazione è stato dispregiativamente ribattezzato Trappistan. È qui che risiedono i circa 15mila sorvegliati speciali perché in odore di terrorismo e/o radicalizzazione. Ed è sempre da qui che, forse, se mai si materializzerà, partirà quella “Guerriglia” immaginata da Laurent Obertone.

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