L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 maggio 2021

Solo dei VERI imbecilli possono leggere i fatti tra palestinesi ed ebrei sionisti con "equidistanza"

Gaza come Guernica

di Lanfranco Binni
20 maggio 2021

Pulizia etnica, apartheid, guerra ai civili: si chiama genocidio. I crimini di guerra dello Stato ebraico per la liquidazione della “questione palestinese” con l’eliminazione fisica dei palestinesi dalla terra a loro predata attraverso le strategie e le pratiche di un colonialismo di insediamento perseguito giorno per giorno dal 1948 a oggi, con metodo e tenacia, non hanno mai avuto e non hanno nessuna giustificazione. La “soluzione finale” riservata oggi a Gaza e progettata fin dall’assedio del 2007, in un crescendo di attacchi militari e stragi di civili fino all’attuale coventrizzazione1 della città, è l’esito di un progetto ideologico-politico, il sionismo della “grande Israele” liberata dagli arabi, e militare, l’occupazione dei territori palestinesi e l’espulsione dei suoi abitanti, rendendo la loro vita impossibile, costringendoli allo sfollamento e alla fuga.

In un recente numero monografico del «Ponte», Palestinesi (gennaio 2020)2, sono stati analizzati i vari aspetti, storici e attuali della “questione palestinese”, con la scelta di dare piena voce alla resistenza di ieri e di oggi, contro ogni lettura falsamente equidistante tra palestinesi e israeliani, tra vittime e carnefici, tra prigionieri e carcerieri.

Nessuna equidistanza è possibile tra uno Stato occupante che esercita tutti gli strumenti di un potere assoluto e devastante sugli occupati, ed è soltanto funzionale alla loro liquidazione. In quel numero monografico si insisteva tuttavia sui dati nuovi, occultati dalla propaganda israeliana e dalle complicità internazionali (media, geopolitica occidentale e mercato delle armi), della situazione attuale dei palestinesi nei Territori occupati, all'interno di Israele, a Gaza, e nella diaspora internazionale in Medio Oriente e in Occidente. Nuovi dati dopo il gennaio 2020: l) lo sviluppo di esperienze politiche dall'interno della società civile palestinese, “dal basso” e in reazione alle crisi delle organizzazioni tradizionali, crisi di rappresentanza e talvolta di collusione e collaborazionismo con le strategie israeliane; 2) l’impraticabilità di un “processo di pace” sulla base dei fallimentari accordi di Oslo, usati da Israele per incrementare l’espansione coloniale e frammentare i territori occupati in “ghetti” palestinesi isolati, assediati e continuamente aggrediti da coloni e soldati; 3) il rafforzamento delle organizzazioni della resistenza armata (Hamas, Jihad islamica, Fronte popolare per la liberazione della Palestina e altre) nella prigione a cielo aperto di Gaza e nei territori occupati.

A questi dati se ne sono aggiunti altri all’inizio di quest’anno: 1) le elezioni legislative e presidenziali palestinesi, indette per il 22 maggio e il 31 luglio e poi sospese dall’Autorità nazionale palestinese dopo la scelta di candidarsi alle elezioni presidenziali da parte di Marwan Bargouthi, organizzatore della prima e della seconda intifada nel 1987 e nel 2000, oggi considerato il Mandela palestinese, prigioniero politico in un carcere israeliano da 19 anni, leader di riferimento di ampi settori della società civile e di settori critici delle stesse organizzazioni della resistenza armata; 2) l’ennesima crisi di governo della sedicente “democrazia” dello Stato confessionale ebraico, comunque pilotata da un Netanyauh che sul piano personale ha tutto da perdere, alla vigilia dei suoi processi per corruzione, e che si fa ancora una volta interprete guerriero della “zona nera” della società israeliana, a cercare nella guerra ai palestinesi una sempre possibile “uscita di sicurezza”; 3) il probabile indebolimento della linea filoisraeliana della nuova amministrazione statunitense, con un Biden che non si smarca dall’attivo sostegno trumpiano all’espansionismo israeliano ma deve fare i conti con la sinistra interna al Partito democratico e con l’opposizione di settori consistenti della società americana; 4) la problematica efficacia dei trumpiani “Accordi di Abramo”, anche a seguito della sconfitta militare dell’Arabia saudita in Yemen.

Le provocazioni “religiose” degli ortodossi ebraici a Gerusalemme est e il dilagare di aggressioni («Morte agli arabi!») in numerose città arabo-israeliane hanno innescato reazioni impreviste all’interno di Israele, a Gaza, nei Territori palestinesi occupati, estendendosi nell’intero Medio Oriente. Impreviste le proteste e le reazioni dei palestinesi “arabo-israeliani” nelle città dello Stato israeliano. Imprevisti i collegamenti tra città “miste”, territori occupati e Gaza. Imprevista, per intensità e forza militare, la reazione delle varie formazioni armate di Gaza. La risposta israeliana è stata la coventrizzazione della città di Gaza, distruggendo edifici e infrastrutture civili, sperimentando nuovi missili di profondità per distruggere la rete di tunnel scavati dalla Resistenza. Centinaia di vittime civili, molti i bambini, migliaia i feriti, decine di migliaia gli sfollati. Colpite anche strutture sanitarie, e la stessa “torre” dei media internazionali (Al Jazeera, Associated Press e altri) con il pretesto non dimostrato che avrebbe ospitato anche “terroristi” di Hamas. In realtà Israele non vuole testimoni né voci indipendenti; per le informazioni sull’offensiva in corso devono bastare le veline dell’esercito e le conferenze-stampa di Netanyauh, che alle prime reazioni critiche dal Medio Oriente e dall’Onu, frenate dagli Stati Uniti d’America, dopo dieci giorni di bombardamenti sa dire soltanto: “lasciateceli ammazzare in pace, dobbiamo finire il lavoro”, rifiutando qualsiasi negoziato di “cessate il fuoco”.

Vedremo nei prossimi giorni quali sviluppi avrà la diplomazia internazionale, in cui si annuncia un nuovo ruolo di mediazione assunto dalla Cina. Vedremo anche cosa comporta l’operazione «Guardiano delle Mura» (proiezione narcisistica di un criminale di guerra) all’interno di Israele, nel Partito democratico americano, nei governi e nelle opinioni pubbliche del Medio Oriente e d’Europa. Molti sono i processi possibili, ma il dato fondamentale è l’estensione della mobilitazione che sta unendo i palestinesi: lo sciopero generale del 18 maggio in Israele e nei Territori occupati, contro le politiche discriminatorie dello “Stato nazionale ebraico” e i bombardamenti su Gaza, ha visto insieme per la prima volta comunità palestinesi che negli ultimi decenni sono state separate per ragioni geografiche e politiche, mentre si sono moltiplicate ovunque le manifestazioni popolari. I razzi da Gaza sono considerati, e da considerare, un diritto di resistenza di un popolo sotto occupazione, legittima difesa. Come sostiene Leila Khaled, storica esponente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e oggi attiva nell’Unione dei Comitati delle donne palestinesi, in Giordania: «Abbiamo sempre considerato la lotta armata come una via importante e strategica, non perché valutiamo la violenza fine a se stessa, ma perché stiamo affrontando uno Stato colonizzatore violento e la lotta armata è un potere e uno strumento nelle mani delle masse oppresse. Non è una prassi “scelta” dagli oppressi, ma una necessità che è stata loro imposta. Se il popolo palestinese avesse trovato degli strumenti politici nel 1948 o nel 1967 per riavere indietro i suoi diritti quando non c’era ancora la lotta armata, ci troveremmo ora in una situazione ben diversa. La realtà ha dimostrato che la natura razzista e colonialista richiede una lotta armata»3.

Lotta armata, comitati popolari nonviolenti, movimenti femministi di liberazione dal patriarcato, esperienze di autorganizzazione “dal basso”, compongono oggi uno scenario nuovo della questione palestinese, un nuovo paradigma. La tradizionale resistenza dei palestinesi, vittime di una storia profondamente ingiusta e tutta occidentale, ha oggi un suo doppio: la potenziale autoliberazione dai vincoli di un confronto ineguale e speculare con un potente carnefice prigioniero del suo ruolo di carceriere, attuando pratiche di autorganizzazione e di autonomia per costruire una nuova forza sociale e politica, e una nuova narrazione del proprio percorso di liberazione, su un terreno proprio e con forti relazioni con quei movimenti che in tutto il mondo stanno reagendo alle catastrofi di una storia che gronda sangue e sta distruggendo il pianeta. Su questo terreno i palestinesi possono oggi svolgere un ruolo di avanguardia, forti della loro cognizione del tragico e della loro vitale necessità di una vera liberazione, non solo dall’occupazione israeliana. A questo laboratorio di liberazione, anche della nostra, dobbiamo guardare con grande attenzione, consapevoli che la crisi internazionale del capitalismo neoliberista sta producendo ovunque i suoi anticorpi. Un nuovo internazionalismo è possibile e necessario, che sostenga con ogni mezzo, innanzitutto con l’informazione e la controinformazione, il movimento di liberazione palestinese in una fase di nuovo sviluppo che muterà profondamente assetti politici già messi in discussione dal nuovo protagonismo di una nascente terza intifada. Ricordiamoci La battaglia di Algeri, lo straordinario film di Gillo Pontecorvo (1966) sulla lotta di liberazione del popolo algerino dal colonialismo francese: quei temi, quella relazione tra lotta armata e movimenti di massa, rivivono oggi in forme nuove nelle attuali esperienze del popolo palestinese. E ricordiamoci, in Italia, della nostra Resistenza, quando l’opposizione antifascista (fin dagli anni venti) e la lotta armata partigiana dall’8 settembre 1943 seppero unirsi nel vincente movimento di liberazione dal fascismo e dall’occupazione tedesca, aprendo una fase nuova della nostra storia.

Note

1 Il bombardamento aereo a tappeto della città inglese di Coventry da parte della tedesca Luftwaffe, nella notte tra il 14 e il15 novembre 1940. Un analogo bombardamento delle aviazioni tedesca e italiana aveva distrutto la città basca di Guernica, roccaforte della Spagna repubblicana, il 26 aprile 1937.

2 Palestinesi, a cura di Lanfranco Binni, Riccardo Bocco, Wasim Dahmash, Barbara Gagliardi, scritti di Luigi Achilli, Bina Ahmad, Francesca Albanese, Jalal Al Husseini, Phillis Bennis, Sergio Bianchi, L. Binni, R. Bocco, Gian Paolo Calchi Novati, Diana Carminati, Chiara Cruciati, W. Dahmash, Cecilia Dalla Negra, Mahmoud Darwish, Filip Ejdus, Richard Falk, Basil Abdelrazeq Farraj, B. Gagliardi, Michele Giorgio, Jamil Hilal, Sandi Hilal, Atwa Jaber, Sunaina Maira, Alessandro Petti, Caterina Roggero, Ibrahim Saïd, Ruba Salih, Magid Shihade, Olga Solombrino, Alaa Tartir, Virginia Tilley, Ben White, Anna-Esther Younes, «Il Ponte», a. LXXXVI, n. 1, gennaio-febbraio 2020, pp. 398.

3 Dichiarazione citata in S. Mauro, Resistenza armata palestinese: un nuovo paradigma, in Palestinesi cit., p. 298.

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