L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 maggio 2021

Turchia ed ebrei sionisti hanno da anni forti legami economici e molto spesso maggiore è la distanza tra Ankara e Tel Aviv, maggiore è il volume degli scambi.


11 MAGGIO 2021

“La Turchia farà tutto ciò che è in suo potere per mobilitare il mondo intero, e soprattutto il mondo islamico, per fermare il terrorismo e l’occupazione di Israele”. Sono state queste le parole pronunciate dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan in due colloqui telefonici con l’omologo palestinese, Abu Mazen, e il capo di Hamas, Ismail Haniyeh. “La Turchia continuerà a sostenere la causa palestinese, a stare al fianco dei fratelli palestinesi e a proteggere la dignità di Gerusalemme”.

Affermazioni molto decise che evidenziano ancora una volta il desiderio di Erdogan di ergersi a leader dei fedeli musulmani nel mondo, riempiendo il vuoto lasciato da quei Paesi che hanno recentemente normalizzato i rapporti con Israele, mettendo da parte l’irrisolta questione palestinese.

L’equilibrismo della Giordania

Nel condannare le violenze delle forze dell’ordine israeliane contro i fedeli riuniti ad al-Aqsa, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein hanno usato toni meno duri rispetto al passato. Entrambi i Paesi hanno puntato il dito contro i gruppi di estrema destra piuttosto che contro lo Stato ebraico, nel tentativo di preservare le relazioni con Israele e tenere a bada il malcontento della propria popolazione. Condanne simili sono giunte anche dall’Arabia Saudita, che pur non avendo ancora normalizzato i rapporti con Israele è sempre più vicina a Tel Aviv.

Pacati – rispetto al passato – sono anche i toni usati da Abu Dhabi e Riad per criticare l’espulsione delle famiglie arabe dal quartiere di Sheik Jarrah. “L’Arabia Saudita rigetta il piano e le misure israeliane volte a sfrattare decine di palestinesi dalle loro case a Gerusalemme e ad imporre la sovranità israeliana su di esse”, ha affermato il ministro degli Esteri saudita nei giorni scorsi. L’omologo emiratino ha espresso condanne simili e richiamato Israele alle sue responsabilità nell’ambito del diritto internazionale, adottando una linea decisamente più morbida rispetto a quella della Turchia.


L’unico altro Paese dell’area che ha attaccato lo Stato ebraico arrivando persino a definire “barbarici” gli attacchi contro i fedeli a Gerusalemme è stata la Giordania. Per la monarchia hashemita ciò che sta accadendo nella Spianata delle Moschee è particolarmente rilevante: Amman detiene la custodia dei luoghi sacri per i musulmani e cristiani nella città santa, per cui violenze come quelle dei giorni scorsi hanno un peso maggiore per la monarchia e per l’opinione pubblica giordana. Amman deve poi fare i conti anche con una forte presenza palestinese nel Paese, la cui rivolta sarebbe particolarmente destabilizzante per una monarchia che ha da poco fatto i conti con un fallito colpo di Stato.
Il piano di Erdogan

La Giordania si trova quindi in bilico tra la necessità di tenere a bada un’opinione pubblica sempre più scontenta e l’impossibilità di rompere con Israele. Nella ricerca di questo delicato equilibrio, la monarchia deve anche fare i conti con l’assertività della Turchia, che può contare su margini di manovra ben più ampi rispetto ad Amman.

Erdogan è impegnato da mesi in un tattico riavvicinamento a Israele con l’obiettivo primario di entrare a far parte del gruppo EastMed per la gestione delle risorse presenti nel Mediterraneo, ma le sue ultime affermazioni lasciano intendere quali sia le sue vere priorità. Il presidente turco ha preferito sacrificare gli ultimi sforzi diplomatici per farsi portavoce del malcontento palestinese e musulmano in generale, guadagnando ulteriori consensi tra una popolazione che già lo considera il leader più amato del Medio Oriente.


Il presidente turco tra l’altro non è nuovo ad uscite verbali di questo tenore e sa già che le sue parole non avranno necessariamente degli effetti in tutti gli ambiti delle relazioni con Israele. I due Paesi hanno da anni forti legami economici e molto spesso maggiore è la distanza tra Ankara e Tel Aviv, maggiore è il volume degli scambi.

Le mosse di Erdogan e le reazioni di Giordania e Paesi del Golfo dimostrano che la questione palestinese è ancora un fattore destabilizzante e che non può essere semplicemente messa da parte, come si è cercato di fare con gli Accordi di Abramo. La causa palestinese è ancora molto sentita dall’opinione pubblica musulmana, ma solo Erdogan sembra averne capito davvero l’importanza.

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