L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 30 giugno 2021

Cicli storici del capitale - Ogni ciclo secolare si sviluppa attorno a un Paese guida, Venezia, l’Olanda, l’Inghilterra e oggi gli USA, e si articola in due fasi, la prima di egemonia nella produzione di merci e la seconda, dopo una prima crisi, di egemonia sul piano eminentemente finanziario

Lo scontro tra USA e Cina tra alleanze, finanza e nuove tecnologie

di Domenico Moro
24 giugno 2021


Il libro Guerre senza limiti, scritto da due colonnelli dell’aeronautica cinese, Quiao Liang e Wang Xiansui, ha più di vent’anni, essendo stato pubblicato per la prima volta nel 1999. Malgrado ciò mantiene tutta la sua attualità. Nel libro si sostiene che la globalizzazione e le nuove tecnologie hanno ampliato il concetto di armi e di guerra. Questa non si combatte più solo con le armi letali tradizionali, come aerei e carri armati. Ad esempio, l’informatica e la finanza sono armi vere e proprie quando sono usate come tali contro un avversario. Lo stesso campo di battaglia viene allargato sino ai suoi limiti estremi, coinvolgendo Internet: “Adesso, lo spazio della rete sta richiamando grande attenzione da parte dei militari”1. Ci sono diversi tipi di operazioni “belliche”, che rientrano nella nuova categoria di “operazioni di guerra non militari”: la guerra commerciale, finanziaria, terroristica, ecologica, psicologica, culturale, del contrabbando, degli stupefacenti, degli standard tecnologici, delle risorse, degli aiuti economici, ecc. I due colonnelli guardano non solo al mondo della fine degli anni ’90 ma anche, estendendo lo sguardo oltre il presente, al futuro, e concludono che i mezzi che non si caratterizzano per l’uso della forza degli armamenti siano altrettanto efficaci, se non addirittura di più, per raggiungere gli obiettivi della guerra, che consistono nel costringere il nemico a servire i propri interessi. Questo non vuol dire che le armi tradizionali non avranno più importanza, ma che: “Qualsiasi conflitto che scoppi domani o più avanti rientrerà in un concetto di guerra in senso ampio, ovvero un mix di guerra condotta con la forza degli armamenti e guerra condotta con altri mezzi”2. La guerra del futuro, concludono i due colonnelli, sarà una sommatoria di più tipologie di guerre.

Ma torniamo all’oggi e in particolare agli ultimi giorni, durante i quali si sono tenuti quattro importanti incontri internazionali. Le ultime riunioni del G7 – l’organizzazione che riunisce USA, Regno Unito, Francia, Germania, Giappone, Italia e Canada – e della Nato, il vertice USA-UE e, infine, l’incontro tra Biden e Putin dimostrano che gli Usa stanno ridefinendo la loro strategia militare e politica. La nuova strategia mette al centro del campo avversario la Cina, che era stata individuata come nemico principale già da Trump. In questo c’è continuità tra l’amministrazione Biden e quella di Trump. Dove, invece, c’è discontinuità è nelle modalità con le quali si affronta la Cina. Con Biden riprende piede il multilateralismo. Questo avviene soprattutto restituendo nuova centralità alla Nato, che Trump aveva definita “obsoleta”. In particolare, Biden cerca di portare sulla propria linea di contrasto alla Cina anche gli europei. In questo sembra essere riuscito, spostando il centro dell’attenzione della Nato dall’Europa, e quindi dal contrasto alla Russia, alla regione dell’Indo-Pacifico. Del resto, anche se la Russia rimane una potenza militare non trascurabile e da contrastare, è un nano economico e non rappresenta una sfida globale per gli USA. L’incontro di Biden con Putin mirava a riallacciare i rapporti con la Russia, anche probabilmente con lo scopo di alleggerire le tensioni sul fronte europeo per concentrare l’attenzione sulla Cina, cercando, allo stesso tempo, di isolare quest’ultima dalla Russia. È la Cina, quindi, ad essere considerata il vero avversario strategico dagli USA. La Cina, infatti, sta per soppiantare gli USA come maggiore economia mondiale e, come vedremo più avanti, sta cercando di raggiungerli e superarli in alcuni settori decisivi, la finanza e le nuove tecnologie, su cui gli USA hanno basato, fino ad oggi, la loro egemonia mondiale. Per queste ragioni, l’Italia riesaminerà il Memorandum of Understanding sulla Belt and Road Iniziative, firmato dal governo giallo-verde con la Cina, e l’accordo UE-Cina sugli investimenti (CAI) è finito su un binario morto all’Europarlamento; viceversa il Nord stream 2, il gasdotto che collegherà Russia e Germania, non è stato sanzionato per precisa volontà di Biden, che, da una parte, non voleva scontentare la Germania, e, dall’altra parte, voleva favorire il dialogo con Putin.

Tuttavia, Biden non pare aver vinto del tutto. Mentre gli USA premevano per far uscire sui documenti ufficiali la definizione della Cina come avversario e concorrente dell’Occidente, gli europei si sono opposti. Dal contrasto tra alleati è scaturita una formulazione di mediazione: la Cina è “una sfida sistemica” all’ordine occidentale scaturito dalla fine della guerra fredda. Gli USA stanno così definendo i contorni di una nuova guerra “senza limiti” con la Cina. Così, infatti, si legge nel comunicato finale della Nato: “Le ambizioni della Cina e il suo comportamento assertivo sono sfide sistemiche all’ordine internazionale basato sulle regole così come alle aree rilevanti per la sicurezza dell’Alleanza”. A quanto pare a opporsi alla volontà statunitense di fare della Cina l’avversario per eccellenza sono state la Francia, abbastanza scettica sulla Nato (Macron aveva parlato di “morte cerebrale” dell’alleanza atlantica), e soprattutto la Germania, per la quale il Paese asiatico è un importantissimo mercato di esportazione di merci e di investimenti produttivi. La Merkel, infatti, ha dichiarato che non bisogna esagerare la minaccia cinese in questo frangente. Anche nel vertice tra USA e UE la Cina è stata un tema centrale. Questo si è visto soprattutto nella questione dei dazi che USA e UE avevano alzato per sanzionare gli aiuti statali alle rispettive industrie aeronautiche, in particolare a Boeing e Airbus. Al vertice USA e UE hanno deciso di sospendere per cinque anni le tariffe che si erano imposte reciprocamente e di costituire un gruppo di lavoro dedicato all’aeronautica. L’accantonamento delle divergenze serve a unire le forze dinanzi alla Cina. Infatti, secondo Katherine Tai, la rappresentante al commercio degli USA, “la nuova collaborazione servirà a contrastare la concorrenza sleale cinese nella costruzione aeronautica”. Il concetto è stato ribadito da Valdis Dombrovskys, vicepresidente della Commissione Europea: “È più utile perseguire un equo accesso al mercato globale piuttosto che litigare tra di noi”. Mentre Biden stesso ha tenuto a precisare che l’accordo sull’industria aeronautica è “un esempio da utilizzare anche in altre sfide provocate dal modello cinese.” L’approccio europeo rimane comunque più prudente, visto che la Cina è un partner e un mercato strategico, un traino per l’economia mondiale.

Lo scontro tra USA e Cina si gioca anche su aspetti meno tangibili ma non per questo meno importanti. Non è più solo la guerra ad essere la continuazione della politica e della diplomazia con altri mezzi, come diceva von Clausewitz, ma, anche la finanza e la tecnologia: il 5G, l’intelligenza artificiale, i dati, le valute digitali, i chip o semiconduttori, la realizzazione di una nuova Internet sono i fronti sui quali si combatte la nuova guerra. L’obiettivo delle potenze in competizione è quello di rendere sicure e controllabili le supply chain globali, ossia le catene produttive globali. Recentemente l’amministrazione USA ha pubblicato i risultati di una ricerca commissionata da Biden. L’obiettivo era quello di valutare i rischi della dipendenza degli USA da paesi stranieri nell’import di merci strategiche, semiconduttori, batterie, terre rare, farmaci e principi attivi. Il rapporto raccomanda di ridurre la dipendenza, ad esempio per le terre rare, da competitori strategici, come la Cina, cercando aree degli USA dove estrarre e processare metalli di importanza critica e di aumentare la produzione manifatturiera interna. Lo studio fa parte di una strategia più ampia, tesa a rendere gli USA più autonomi da importazioni strategiche. Il Parlamento USA sta vagliano una proposta di spesa pubblica per lo sviluppo di nuove tecnologie pari a 250 miliardi di cui ben 50 miliardi andranno ai semiconduttori. Un piano decennale per il valore di 17 miliardi di prestiti è stato pensato per lo sviluppo di una filiera nazionale per la produzione di batterie al litio, necessarie per lo sviluppo della mobilità elettrica. Per quanto riguarda i medicinali sono previste partnership pubblico-privato per la produzione di farmaci essenziali mentre per l’agricoltura verranno spesi 4 miliardi per rafforzare la catena di approvvigionamento alimentare. Un esempio di come sia importante l’autonomia su talune produzioni strategiche è quello dei magneti al neodimio, che hanno applicazioni nei motori elettrici, nei sistemi di guida dei missili e nelle turbine eoliche e per i quali il dipartimento del Commercio sta valutando la dipendenza degli USA dalla Cina che ne è il principale produttore.


Lo scontro tra USA e Cina coinvolge anche i chip o semiconduttori, che sono stati definiti il petrolio della nuova rivoluzione digitale. Il settore dei semiconduttori dal 2016 a oggi ha quintuplicato il suo fatturato, arrivando a 5 trilioni di dollari. Infatti, sono essenziali per molte produzioni, non solo di computer ma di molte merci come le automobili e gli aerei militari. Recentemente la riduzione della fornitura di chip, a seguito dell’aumento della domanda, ha rallentato e persino bloccato temporaneamente le attività di molti produttori di automobili, come quelli tedeschi. Il predominio degli USA in questo settore è ampio ma la Cina li insegue con l’obiettivo di portare la sua autonomia nella produzione di queste importanti componenti dal 20% al 70%. L’importanza dei chip è dimostrata anche dal comportamento dell’Italia, che per la prima volta ha usato i poteri del golden power per bloccare l’acquisizione da parte della Cina di una piccola e semisconosciuta azienda lombarda, la Lpe, che produce reattori epitassiali necessari alla produzione di semiconduttori e che ricava il 50% del suo fatturato dalle vendite in Cina, dove ha una filiale. I chip vengono prodotti con parti fabbricate in diverse parti del mondo, per questo la sicurezza della catena delle forniture è sempre più strategica. Per realizzare una tale sicurezza è necessario acquisire nuove aziende sparse in tutto il mondo. La pandemia ha aumentato la dipendenza dagli strumenti informatici, incrementando la domanda di chip. Non è, quindi, un caso se nel 2020, anno di inizio della pandemia, si è raggiunto un nuovo record nelle fusioni e acquisizioni nel settore dei semiconduttori: 559 operazioni per un valore di quasi 175 miliardi, contro i 76 miliardi dell’anno precedente e i 132 miliardi del 2015, l’anno che in precedenza aveva registrato le maggiori operazioni. C’è da notare, inoltre, che la metà dei semiconduttori del mondo viene prodotta a Taiwan, e non è un caso che l’isola, importante per la concentrazione di produzioni ad alta tecnologia, sia al centro dello scontro geopolitico tra USA e Cina.

Un altro fronte importante del confronto/scontro tra USA e Cina è quello valutario. Il dollaro è la moneta di scambio e soprattutto di riserva mondiale e questo permette agli USA di finanziare il proprio doppio debito, quello pubblico e quello del commercio estero, anche perché molti paesi, compresa la Cina, acquistano titoli di stato statunitensi per sostenere la propria valuta. Il dollaro è usato per effettuare il 40,33% dei pagamenti mondiali, e, soprattutto, rappresenta il 62% delle riserve mondiali. Al secondo posto come valuta di riserva c’è l’euro, con poco più del 20%. La valuta cinese, lo yuan renmimbi, rappresenta invece solo l’1,76% dei pagamenti globali e il 2,02% delle riserve valutarie globali. Ma sembra che la Cina abbia in progetto l’obiettivo di rendere lo yuan una valuta sempre più internazionale, aumentando la sua attrattività sia nel commercio e negli investimenti internazionali sia come valuta di riserva. Questo dovrebbe avvenire con il lancio dello yuan digitale, che permette di effettuare pagamenti senza cash in sicurezza e senza costi. La Cina ha già avviato una collaborazione per l’uso dello yuan digitale con le autorità monetarie di Hong Kong, con la Bank of Thailand e con la Banca centrale degli Emirati Arabi. Vale la pena ricordare che gli Emirati Arabi esportano soprattutto petrolio, la cui eventuale quotazione in yuan anziché in dollari potrebbe contribuire a mettere in discussione il ruolo di moneta di transazione internazionale del dollaro e con esso il ruolo di moneta di riserva. La difesa del ruolo internazionale del dollaro è una priorità per gli USA, che invasero l’Iraq nel 2003, tra le altre ragioni, anche perché Saddam Hussein aveva deciso di vendere il suo petrolio in euro anziché in dollari. Sulla creazione di una valuta digitale gli USA sono invece in ritardo, mentre la Banca Centrale Europea è appena al livello di studio preliminare per quanto riguarda l’euro digitale.

Le infrastrutture svolgono un ruolo importante nel confronto tra Cina e USA, non solo quelle tradizionali, come porti, ferrovie, gasdotti e oleodotti, ma anche quelle relative alle telecomunicazioni che sono sempre più importanti anche per far girare il futuro yuan digitale. Infatti, sul 5G, la quinta generazione di telefonia mobile, è in atto un vero e proprio scontro diretto tra USA e Cina, perché si tratta di una tecnologia chiave nella rivoluzione digitale e nel controllo dei dati. In Africa gran parte delle infrastrutture tecnologiche sono made in China. Ma l’attivismo cinese non si ferma al 5G. Di particolare interesse è il progetto cinese di creare una nuova Internet, pianificando la posa sotto il mare di autostrade di cavi che circondino il continente africano e che permettano di dare accesso a Internet a territori che fino ad ora ne sono rimasti tagliati fuori. Se pensiamo al ruolo decisivo che svolge Internet nell’economia e nella politica mondiale, possiamo renderci conto dell’importanza di una rete internazionale sotto il controllo della Cina.

Cosa possiamo concludere da quanto abbiamo detto? In primo luogo, possiamo dire che la pandemia e la crisi hanno ridato nuova centralità allo Stato. Lo dimostrano la ripresa dell’iniziativa politica da parte dello Stato negli USA e il ruolo che lo Stato riveste in Cina, ma senza dimenticare che anche in Europa lo Stato riveste un ruolo che non è solo importante ma addirittura essenziale nell’accumulazione del capitale. Viene in mente quanto scriveva Giovanni Arrighi ne Il lungo XX secolo3 dove, sviluppando la riflessione di Marx (soprattutto nel XXIV capitolo del libro I de Il Capitale) e Braudel, diceva che il segreto della lunga durata del capitalismo sta nell’incontro tra potere territoriale e capitale, tra il possessore del potere politico e il possessore del denaro. Quella dove si incontrano questi due soggetti, sempre secondo Arrighi, è una sfera che sta al di sopra del mercato e nella quale hanno origine quei profitti enormi e costanti che hanno consentito al capitalismo di espandersi nei secoli. È, in qualche modo, quello che Lenin dice a proposito dell’imperialismo, inteso come fase suprema del capitalismo, caratterizzata dal ruolo centrale della finanza e dello Stato nell’espansione internazionale del capitale e nella creazione dei monopoli e degli oligopoli. Lo Stato entra nell’accumulazione sostenendo e proteggendo la produzione e l’approvvigionamento delle merci più importanti e strategiche, attorno alle quali ruota il ciclo di accumulazione del capitale. Nell’imperialismo classico del XIX e XX secolo queste merci erano le ferrovie e il petrolio, nell’imperialismo del XXI secolo sono le telecomunicazioni, i dati, i chip e le nuove tecnologie su cui si basa la rivoluzione informatica. Senza però dimenticare la finanza, oggi come ieri fondamentale per gli Stati e il capitale.

Molto importante in Arrighi è anche la teoria dei cicli storici del capitale. Ogni ciclo secolare si sviluppa attorno a un Paese guida, Venezia, l’Olanda, l’Inghilterra e oggi gli USA, e si articola in due fasi, la prima di egemonia nella produzione di merci e la seconda, dopo una prima crisi, di egemonia sul piano eminentemente finanziario.

Ogni ciclo si chiude con il declino della potenza egemone e una crisi mondiale che si accompagna a una fase di caos nell’ordine internazionale, da cui, di solito dopo una guerra, emerge il nuovo Stato guida, sempre più grande e più forte, che dà avvio a un nuovo ciclo d’accumulazione e a un nuovo ordine mondiale. Gli USA sono entrati da tempo nella fase di finanziarizzazione dell’economia e oggi stiamo assistendo alla crisi della loro egemonia e alla disgregazione dell’ordine mondiale. È in questo contesto di crisi degli USA che si inserisce l’emergere della Cina, l’unico concorrente che può aspirare a sostituire gli USA come Stato egemone. Per rispondere a questa sfida gli Usa non potevano fare affidamento sull’isolazionismo di Trump e stanno scegliendo la strada di una rinnovata strategia di alleanze internazionali con lo scopo di contenere e isolare la Cina.

Note
1 Quiao Liang e Wang Xiansui, Guerre senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Libreria editrice goriziana, Gorizia 2001, pag.73.
2 Ibidem, pag. 86.
3 Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, il Saggiatore, Milano 2003.

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