L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 10 giugno 2021

Contestualizzare storicamente la nascita della Strategia della Paura è un esercizio che ci arricchisce

Le pandemie nella ratio epocale

di Giovanna Morelli
2 giugno 2021


Uno sguardo ampio, critico e profondo sul virus che si è abbattuto, a scala planetaria, sull’orrore che eravamo arrivati a considerare normalità, esaltandone alcuni dei tratti peculiari. Uno sguardo che consente di provare a leggere la crisi del nostro tempo non come fenomeno isolato ma di farne “archeologia del presente”, secondo la grande lezione del più impietoso critico novecentesco dell’espropriazione della salute. Giovanna Morelli, appassionata studiosa del pensiero di Ivan Illich, racconta la sua lettura dei diversi saggi che compongono “Transitare le pandemie“, un libro essenziale per cercare una chiave ermeneutica, un’occasione di nuova consapevolezza per affrontare molti dei nodi che avvolgono il caos mediatico che avvolge il Covid 19 e, soprattutto, i suoi contesti. Dalla stigmatizzazione del mito della Scienza come entità monolitica alla capacità di leggere il presente nelle tracce segnate dal passato, passando per la nefasta deresponsabilizzazione intellettuale ed etica tanto preziosa per affermare la naturalizzazione delle logiche dell’emergenza.

* * * *

Accomunati dall’eredità umana e intellettuale di Ivan Illich, i cinque firmatari di questo prezioso libro affluiscono da diversi ambiti di ricerca e luoghi di provenienza: Italia, Messico, Canada e Pennsylvania. Amici e stretti collaboratori di Illich, cui si accompagna Fabio Milana, curatore dell’edizione italiana dell’opera omnia. Attraverso i vari saggi[1] (le cui date, dall’aprile 2020 al febbraio 2021, incorniciano un anno di Covid-19) il testo sviluppa un pensiero lucidamente critico, supportato da una ricca documentazione, ed elabora incertezze, certezze più o meno millantate, dolori, speranze, commozione e rabbia che ci hanno attraversato in questo “momento storico atroce” abbattutosi sulla storia del pianeta con violenza distopica e ciò non pertanto maledettamente reale.

Ogni lettore è chiamato a elaborare a sua volta la vasta ed equanime disponibilità di argomentazioni, per trarre le proprie (provvisorie) conclusioni, nel non facile discernimento e posizionamento dei tempi.

“Le pandemie”, come reca il titolo del volume: perché al plurale questa parola che ormai siamo abituati a declinare al singolare? C’è tutto lo spirito del libro in questa scelta. Secondo lo sguardo ampio degli autori, la Covid-19 è un’emergenza nella più vasta emergenza di civiltà che ci affligge.

Il maggior pregio del testo, comune ai diversi saggi che lo compongono, è proprio questo sguardo ampio, uno sguardo di contesto, capace di una “archeologia del presente”, secondo la grande lezione illichiana: si tratta di leggere la crisi pandemica non come fenomeno isolato, ma all’interno di una “ratio” epocale rispetto alla quale la pandemia – e le nostre reazioni ad essa – costituiscono un’importante chiave ermeneutica, un’occasione di nuova consapevolezza.

Oltre la pandemia virale il testo prende in esame svariate “pandemie” concomitanti, diversamente insidiose: la pandemia della paura, dell’informazione e dis-informazione, dell’approssimazione decisionale, del “sistema sanitario” fuori controllo (un sistema sanitario che anziché proteggerci chiede di essere protetto); e ancora: la catastrofe economica e psichica che ha afflitto ingenti fette di popolazione, con l’aggravarsi delle disuguaglianze sociali e l’emergere di un’ impreparazione esistenziale.

Concordi i nostri autori nello stigmatizzare “il mito della Scienza” quale entità monolitica, là dove il panorama è di fatto sanamente differenziato (e tutt’altro che coeso); la parola “scienza” opera, a livello di senso comune, come “parola ameba” o “parola di plastica”[2], tanto suggestiva quanto vuota, al riparo della quale abbandonarsi a una deresponsabilizzazione intellettuale ed etica.

Nella fattispecie gli autori ci ricordano che l’appropriatezza delle varie misure adottate – dalle mascherine al distanziamento, dal confinamento alla indiscriminata campagna vaccinale e al tipo di terapie – è tutt’altro che unanimamente riconosciuta. É mancato, come Cayley argomenta, un serio confronto tra posizioni discordanti. La contrapposizione aprioristica ha prevalso, e i dissidenti dalla vulgata ufficiale sono stati demonizzati, nel novero dei complottisti e negazionisti.

Il titanico programma di controllo totale del fenomeno pandemico, notano Cayley e Zanchetta, è riferito a una gamma ristretta di fattori, che non tiene conto di variabili rilevanti quali le “immunità incrociate”, la comorbilità, i fattori “sindemici”. La pandemia – con le relative strategie di contenimento, soprattutto a lungo raggio – dovrebbe essere inquadrata nella più ampia categoria di “sindemia”[3], cioè il concorrere del fattore virale con altre fasce di malattia e disagio, secondo variabili interazioni tra aspetti biologici e sociali. La stessa origine della pandemia è da interpretarsi in relazione a un fattore antropico, qualsiasi delle tre ipotesi in campo dovesse essere confermata: creazione o diffusione dolosa del virus, accidentale fuga da laboratori di sperimentazione, o invece spillover, il salto di specie. La mano dell’uomo sarebbe decisiva anche in quest’ultimo caso, in ragione della distruzione dell’equilibrio ambientale e delle inedite promiscuità tra i suoi vari habitat.

La crisi pandemica, affrontata con questo sguardo di contesto, rimanda a una situazione pre-pandemica altamente problematica, un “orrore”, scrive Esteva “che eravamo arrivati a considerare ‘normale’ ”. Tale “normalità” è segnata, su più fronti, dall’assenza di ogni senso del limite: il mito di un progresso materiale illimitato, uno “sviluppo” la cui cattiva coscienza, anche a livello di disparità sociali, tenta invano di trincerarsi dietro innumerevoli eufemismi: sviluppo sostenibile, umano, compatibile…

Molti sono gli aspetti di questa criticità rilevati dal testo; il “terricidio” perpetrato dall’industrialismo, l’ “estrattivismo” a oltranza, che “ricava valore da ogni cosa, inanimata o animata” (Zanchetta), l’ “industrializzazione del desiderio”. La “trappola neoliberista” (Esteva) sancisce “la dipendenza quasi totale e impotente dalle merci e dai servizi, dal mercato, dall’economia” (Samuel). Secondo i nostri autori, memori, anche qui, della lezione di Illich, ciò che va perso, oltre la capacità autonoma di sussistenza, è la diversificata arte di vivere, capace di interpretare ogni aspetto dell’esistenza.

Il management dell’umano approda infine, nella post-modernità, al tecno-totalitarismo della IV rivoluzione industriale (Intelligenza Artificiale, robotica, nanotecnologie, Internet delle cose, ingegneria genetica, computer quantistici). La vocazione più o meno dichiaratamente trans-umanista dei tempi minaccia la millenaria “condizione umana che tradizionalmente è stata chiamata ‘la carne’ ”[4].

Sulla “storia del corpo” come tracciata da Illich nell’arco della sua produzione[5], si sofferma il saggio di Milana: Illich ci parla di una progressiva spoliazione dei connotati culturali e esistenziali con cui persone e comunità hanno conferito un senso al loro portare la carne, al loro rapporto con la salute, la malattia, la morte. Anche senza voler considerare le applicazioni bio-tecnologiche più estreme, è in atto un processo riduzionista che opera alla radice del nostro sentire e pensare noi stessi. Il passaggio decisivo si compie nello slittamento semantico interno alla parola “vita”: da un lato il vivere come interezza dell’esperienza personale, nella comunione – umanamente costitutiva – della “carne” e dello spirito; dall’altro la vita come dato biologico, feticizzato e al tempo stesso colonizzato e manipolato da una biocrazia senza confini, ben oltre i classici comparti della medicina e del suo ambito di cura. L’unità biologica – “una vita” – è il veicolo basico del nostro essere “persona”, ma può paradossalmente diventare il nostro antagonista.

Su questo fondamentale e controverso tema della “vita” in Illich è in corso un confronto tra i cultori illichiani[6] e con il Foucault-pensiero, sovente richiamato nel testo, anche in parallelo agli scritti di Agamben. Segnaliamo a titolo esemplificativo due punti sui quali la riflessione potrebbe essere utilmente approfondita. Punto primo: “la connessione pregnante” tra persona e vita, nell’accezione cristiana cara a Illich (“Io sono la resurrezione e la vita” – Giovanni 11, 25) non contempla, scrive Milana, “alcun sottinteso meramente ‘biologico’ ” e apre addirittura l’orizzonte umano all’incontro con la Persona divina[7]. Non sarà dunque mai abbastanza sottolineato che, se la “nuova religione” della vita “deriva dal cristianesimo” – come scrive Cayley rifacendosi a Illich – ciò è da intendersi in quanto “perversione del messaggio cristiano” (una forma della corruptio dell’ottimo nel pessimo), qualcosa che “minaccia di corrompere la fede cristiana”[8]. Punto secondo: Foucault data la bio-politica sino dalla peste di fine seicento[9], mentre Illich, come ricorda Milana, evidenzia la profonda differenza tra il vecchio approccio all’epidemia (la peste fiorentina del 1622) e il monopolio dell’offerta medica e biopolitica novecentesca, “senz’altro priva di precedenti”: “Nessun corpo professionale poteva catturare in un unico specchio la carne sofferente”[10].

Lo Stato di sicurezza sanitaria instauratosi in occasione della pandemia (confinamento, tracciamento dei contatti – peraltro clamorosamente fallito – sino agli imminenti “pass-sanitari”…), trova nella mentalità biocratica quel retroterra che può radicalizzarne le scelte, sino a un securitarismo a tratti soverchiante. La difesa della “vita” – inscritta in una rete statistica di dati che gestiscono ormai la nostra esistenza (indipendentemente dalla loro affidabilità) – può arrivare a sacrificare ogni altra dimensione; si pensi alla chiusura delle scuole, all’atroce isolamento dei morenti di cui parla Cayley, all’erosione – a fin di bene – dello stato di diritto con le sue libertà fondamentali. In questo quadro è tragicamente esilarante il caso, riferito da Cayley, della masturbazione raccomandata come pratica sessuale Covid free.

Il vettore dell’autoritarismo sanitario ha preso il sopravvento nello stato di eccezione; ci appare tuttavia improbabile il suo stabilizzarsi a discapito di “altri obblighi culturali e sociali” come paventato da Agamben (citato da Cayley). In futuro – e già adesso, dopo un anno di pandemia – il fattore sanitario dovrà fare i conti con le altre componenti di sistema. La nostra esistenza di cittadini “sotto tutela” è dominata da una varietà di istanze, in primis la salute del mercato, che ha bisogno della nostra “movida” perenne, ovvero della nostra “libertà” di consumare, sotto tutte le possibili forme.

Ugualmente la vita on line, il “soli insieme”(Samuel) del cyberspazio virtuale incrementato dalla pandemia, non può che interfacciarsi alla vita ed economia “reale” (il turismo è indispensabile al PIL…). Il “panottico digitale”, di cui parla Zanchetta, coniuga vita on line e off line; anche off line siamo comunque connessi, grazie alla rete onnipresente e alla mentalità cibernetica tramite cui ci pensiamo e organizziamo.

Quanto alla politica, Cayley rileva “l’inadeguatezza” della mappa sinistra-destra, secondo la vecchia polarizzazione tra Stato, sicurezza, tutela delle fasce deboli e idolatria del mercato. A entrambi gli orientamenti – o a ciò che ne resta – manca, scrive Cayley, la percezione dei problemi di “scala”, l’asse di una “morfologia sociale” fondata sul senso del limite, della proporzionalità. L’“ossessione del Securitarismo” segnala l’estrema fragilità di una società ormai talmente complessa da qualificarsi quale “società del rischio” (Zanchetta).

Al sovradimensionamento del presente i nostri autori rispondono con un richiamo ai grandi temi illichiani della convivialità, della philia, dell’askesis. Qualcosa di mai perso per alcuni (Esteva e Zanchetta ci parlano, ad esempio, delle comunità zapatiste del Chiapas e delle chacra andine), o di ritrovato per altri, grazie alle inusuali e talora difficili condizioni indotte dal dissesto pandemico. Esteva, nella sua splendida elegia del “locale”, parla di una nuova direzione dello sguardo, una compassione, nata dalle viscere, per gli altri e per noi stessi; riscoperta della “forma reale del noi” come persone, come nodo comunitario di relazioni concrete, fuori dai ruoli prestabiliti e dalla massa omogenea. In casa e nei propri luoghi l’opportunità di riscoprire “il senso e i sensi”, il senso della “vita quotidiana e la capacità di sentire la realtà immediata”. Una sorprendente riscoperta della vicinanza e concretezza, proprio nel momento in cui distanza e virtualità sembrano trionfare.

La pandemia dunque come spartiacque: “il virus come freno o acceleratore di un processo già in corso”. Il futuro post-pandemico (da edificare sulle “rovine del mondo”) si apre alla possibile biforcazione, ben evidenziata da Zanchetta, tra l’inasprimento dei punti dolenti o il “risveglio” auspicato da Esteva. Recupero della identità umana millenaria, della variegata “unità della grande famiglia umana” o uomo trans-umano?

Il tipo di reazione oggi prevalente non lascia presagire una conversione su larga scala bensì un’ intensificazione del “narcisismo umano impenetrabile, ipnotizzato dai propri miti e rinchiuso in una realtà sempre più artificiale” (Cayley). Il trionfalismo dei poteri forti, padroni dell’universo mediatico, non è di buon auspicio; è salva però la possibilità di riscoprire – attraverso la nostra “impotenza” – la speranza come forza sociale, “speranza come certezza che qualcosa ha senso, indipendentemente da ciò che avverrà” (dalla poesia di Václav Havel citata nella Presentazione). Come scrive Milana in chiusura del suo saggio, una “autolimitazione gioiosa” e condivisa, attorno alla tavola dell’amicizia, “è l’antidoto che Illich ci lascia in eredità”.

Giovanna Morelli, attiva in ambito interdisciplinare, tra arte e filosofia, è Analista biografica a orientamento filosofico, specializzata presso il corso quadriennale Philo-Pratiche filosofiche di Milano e socia SABOF. Già docente di Conservatorio (Arte Scenica), regista d’opera, critico teatrale e giornalista. È discepola di Ivan Illich, al cui pensiero ha dedicato molti dei suoi studi. Tra le sue pubblicazioni il libro Poetica dell’incarnazione. Prospettive mitobiografiche nell’analisi filosofica, Mimesis, Milano-Udine 2020.

Note
[1] Nell’ordine: G. Esteva e A. Zanchetta, Presentazione; D. Cayley, Rivelazioni pandemiche; S. Samuel, I giorni del coronavirus; G. Esteva, Il giorno dopo; A. Zanchetta, La pandemia è un portale; F. Milana, Le epidemie moderne nel pensiero di Ivan Illich; A. Zanchetta, La pandemia in mondi altri, con intervista al dott. Cippi Martinelli.
[2] I due termini sono stati introdotti, rispettivamente, da Illich e Pörksen, vedi Cayley, p. 22.
[3] Appendice: Covid-19 è una sindemia, pp.170-171.
[4] I. Illich, “ Twelve Years after Medical Nemesis: A Plea for Body History”[1985], In the Mirror of the Past. Lectures and Addresses, 1978-1990, Marion Boyars, New York – London 1992, pp. 215. La frase citata non figura nell’edizione italiana.
[5] A questo proposito mi permetto di rimandare al mio “Ivan Illich e la fenomenologia dell’incarnazione” in In cammino sullo spartiacque. Scritti su Ivan Illich, a cura di A. Arrigoni, E. Morandi, R. Prandini, Mimesis, Milano-Udine 2017, pp.33-69.
[6] Si veda in particolare: Jean-Pierre Dupuy, Le véritable héritage d’Ivan Illich- sur une prétendue “sacralization de la vie”, https://aoc.media/auter/jean-pierre-dupuyaoc-media/
[7] I.Illich, “La vita umana come nuovo feticcio” [1989], in Nello specchio del passato, Red Edizioni, Como 1992, p. 224; I. Illich e D. Cayley [1992], Una fiamma nel buio. Conversazioni, a cura di G. Borella, Elèuthera, Milano, 2020, pp. 219-222.
[8] I. Illich, “La vita umana come nuovo feticcio”, op. cit. p. 218.
[9] Riportato da Samuel, p. 79.
[10] I. Illich, “Dodici anni dopo Nemesi Medica”, in Nello specchio del passato, op. cit. p. 215.

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