L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 2 giugno 2021

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare il discorso del vice-Presidente degli Stati Uniti è tutto politico e introduce il prossimo futuro presente. Il CROLLO CLIMATICO la terza gamba della Strategia della Paura dopo il terrorismo e l'influenza covid che è diretta sul fronte interno per continuare a tenere sottomesse le masse mentre sul fronte esterno la marina continuerà ad adempiere i suoi compiti per garantire la supremazia dell'impero statunitense sui mari


1 GIUGNO 2021

La vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, è la prima donna ad aver pronunciato il discorso per i cadetti dell’Accademia della Marina. Per molti osservatori, basta questo a far entrare il discorso nella storia degli Stati Uniti. Harris è stata la prima donna (e per giunta non di origine Wasp) a parlare ai cadetti della Us Navy. E tanto basta per confermare l’idea di un mondo in rapido cambiamento, di una nuova America che ha anche nella sua vicepresidente una immagine inclusiva e paritaria.

C’è però un problema in questa narrazione: l’oggetto del discorso. Perché se l’attenzione si è focalizzata sul soggetto, cioè su Kamala Harris, il messaggio è stato praticamente oscurato dall’idea che a pronunciarlo fosse la donna che è attualmente vicepresidente degli Stati Uniti. E mentre le luci della ribalta erano tutte rivolte alla novità della donna sul palco dell’Accademia, nessuno (se non pochi osservatori) si è domandato o ha criticato cosa avesse detto in quel momento. Una scelta estremamente politicamente corretta, frutto di quel modo di pensare che si concentra sul chi e non sul cosa. Ma una scelta sbagliata perché invece il discorso non soltanto c’è stato, ma è stato anche in estrema sintesi uno dei peggiori mai pronunciati da un vicepresidente davanti ai cadetti. E alcuni giornalisti americani l’hanno voluto far notare – insieme a tanti utenti social che hanno commentato i video – pur rischiando di finire sotto il fuoco incrociato del mondo benpensante.

Il discorso di Harris è stato il trionfo della retorica democratica. Un messaggio completamente estraneo alla storia della Marina americana ma anche agli obiettivi strategici della forza navale Usa, che oggi si trova a l centro di una delle più importanti sfide dei nostri tempi, ovvero quella tra Washington e Pechino. La Marina rappresenta probabilmente la forza armata più importante degli Stati Uniti in funzione di deterrenza nei confronti del suo avversario più importante, e cioè la Cina. E l’Indo-Pacifico è oggi il fulcro dell’agenda strategica americana. Eppure per Kamala Harris tutto sembra essere passato in secondo piano. Priorità viene data al cambiamento climatico, ai diritti, alla pandemia e agli hacker: elementi certamente importanti anche in un’ottica geopolitica, ma che di certo nulla hanno a che vedere con la Marina americana, che tra le onde del Pacifico e dell’Atlantico in realtà si trova a fronteggiare nemici ben più concreti ed è mossa da esigenze che nulla hanno a che vedere coi sogni del mondo libdem.

La Uss Reagan passerà dal Pacifico al Golfo Persico per supportare il ritiro delle truppe Usa in Afghanistan, le navi della Marina americana sono inviate in ogni parte del mondo per controllare un impero che sta evidentemente riscontrando delle serie difficoltà nel mantenimento del suo potere, c’è una Cina in forte ascesa come potenza navale e una Russia che è rientrata prepotentemente in partita con armi all’avanguardia e un nuovo dinamismo anche in mare. E tutto il mondo oggi appare una grande scacchiere in cui potenze mondiale e regionali si contendono il dominio sul mare (e quindi sulla terraferma). Ma per Kamala Harris il problema è un altro: meglio avere una Marina a emissioni zero. Il vero nemico? Un paese che può destabilizzare una regione con l’inquinamento. E mentre negli oceani passano cavi sottomarini per spiare il nemico (citofonare Nsa), sottomarini nucleari, e sulla superficie dell’acqua si muovono portaerei e navi per l’intelligence e i più moderni missili imbarcati avvertono sull’ingresso in una nuova era della guerra, il simbolo del partito democratico Usa e la donna a cui guarda il mondo progressista ha in mente solo una cosa: pannelli solari e pandemia.

La risposta a tutto questo è nel timido applauso riservato dai cadetti americani (devono ancora maturare per capire e comprendere le dinamiche del potere), forse ben consapevoli di avere davanti una persona totalmente estranea a una forza armata. Circondata dalle nuove leve della Us Navy e da un luogo che ricorda le grandi battaglie della storia della Marina Usa, potenza che più di tutti ha legato al mare il suo destino e la sua forza, la Harris è apparsa spaesata e totalmente inadeguata.

Ma quel discorso svela molto. Ci racconta di come esista una propaganda che incensa politici senza concentrarsi su cosa fanno e cosa dicono. E tolta la narrazione spumeggiante e petalosa dei media più legati al potere e all’immagine, i nuovi leader/influencer non sembrano affatto idonei al ruolo che rivestono. E non sapere cosa sia la Marina, per un vicepresidente degli Stati Uniti, è un problema molto serio.

Nessun commento:

Posta un commento