L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 20 giugno 2021

Gli Stati Uniti investono 52 miliardi nei chip i cui effetti si vedranno fra 3/4 anni mentre la produzione delle automobili si ferma per mancanza di questi componenti. La Cina al contrario ne ha già aumentata la produzione del 38% rispetto allo scorso anno

La crisi dei chip blocca la produzione auto europea: conviene ora inimicarci la Cina?

17 Giugno 2021 - 20:20

Audi e Volvo fermano le fabbriche in Belgio, mentre gli Usa investono 52 miliardi nel settore ed estendono il credito d’imposta: con la crociata anti-Pechino, Washington vuole colpire un concorrente?


Trascinando come sta facendo l’Europa in una guerra aperta contro la Cina, gli Usa stanno - tra le altre cose - cercando anche di eliminare un concorrente scomodo nel comparto automotive? Viene da chiederselo, stante la concomitanza di due notizie uscite poco fa. La prima riporta come nello stabilimento belga di Audi a Bruxelles sia stata fermata la produzione a causa della mancanza dei microchip necessari. A renderlo noto, il portavoce dell’impianto, Peter D’hoore, il quale ha sottolineato come i problemi potrebbero protrarsi sino al 2022.

Una situazione analoga si è poi registrata alla fabbrica della Volvo a Ghent, dove la produzione verrà fermata per tutta la prossima settimana, mettendo i 6.500 dipendenti in cassa integrazione per 5 giorni. Stando ai dati diffusi dall’Associazione europea dei fornitori automobilistici (Clepa), la mancanza di componenti elettroniche ha ritardato la produzione di circa mezzo milione di veicoli in tutta Europa: E’ necessario fornire una risposta rapida alla crisi del semiconduttori per rafforzare la competitività dell’Unione Unione europea e tutelare i posti di lavoro di migliaia di cittadini europei, mette in guardia il presidente della Clepa, Thorsten Muschal.

Ed ecco invece che da Oltreoceano arriva la notizia di un progetto di legge bipartisan a favore del settore automotive, il quale oltre a sostenere un piano di investimento da 52 miliardi per i prossimi cinque anni nel comparto dei semiconduttori, prevede la possibilità per i produttori di usufruire del credito d’imposta che andrà ad affiancarsi a una penalità fiscale del 10% per chi invece sposterà la produzione al di fuori dei confini Usa. Chiaramente, la colpa è di un’Europa che dorme e non certo degli Usa. I quali, giustamente, pensano ai loro interessi.

Ma ecco che questo grafico

Fonte: Bloomberg

mette la situazione in drammatica prospettiva: soltanto nel mese di maggio, la Cina ha prodotto 30 miliardi di circuiti integrati, un aumento del 38% rispetto allo stesso mese del 2020 e un record assoluto per il comparto. E con 140 miliardi di componenti prodotte solo da inizio anno, Pechino può tranquillamente permettersi il lusso di gestire il banco di una delle più grandi crisi industriali in divenire. L’America cerca di correre ai ripari, mentre l’Europa oltre a essere totalmente nel pantano dell’immobilismo, rischia anche di compromettere del tutto i rapporti politico-commerciali con il fornitore mondiale numero uno.

E questo altro grafico

Fonte: Bloomberg

parla altrettanto chiaro: il costo dei trasporti merci sulla rotta Shanghai-Rotterdam sta letteralmente esplodendo, con tariffe che viaggiano - per uno scafo da 40 piedi - attorno agli 11.200 dollari. Lo scorso anno il costo era di 1.650 dollari. Ma si sa, l’inflazione è transitoria. E questi altri grafici

Fonte: Bloomberg
Fonte: Commerzbank

mostrano come le intere dinamiche europee, ivi compresa l’accettazione da parte della Germania di una Bce che continui a operare unicamente come finanziatore dei deficit sovrani, potrebbero subire un drastico peggioramento da qui a poche settimane, in caso i colli di bottiglia venutisi a creare sulla catena di fornitura globale non trovino uno sbocco.

Ad aprile, la produzione industriale tedesca ha patito un inaspettato calo dello 0,4% contro le attese di un +1%, proprio a causa delle carenza di componentistica. Un dato che ha creato i presupposti per un -0,2% degli ordinativi contro il +0,5% atteso e che ha colpito pesantemente la produzione proprio del comparto automobilistico di Berlino, il quale nel mese di maggio ha segnato un -20% di produzione rispetto al mese precedente e un -27% dell’export. Detto fatto, come mostra il grafico,

Fonte: Bloomberg

proprio oggi l’Ifo Institute ha tagliato di netto le stime del Pil teutonico per quest’anno, passando dal 3,7% al 3,3%, al di sotto del consensus del 3,4%.

Il tutto, mentre General Motors annuncia un investimento da 35 miliardi di dollari nell’auto elettrica da qui al 2025, un aumento del 30% rispetto solo alle previsioni dello scorso autunno. Proprio dopo che la CeO della casa automobilistica, Mary Barra, ha incontrato la Speaker della Camera, Nancy Pelosi e alcuni preminenti membri del Partito democratico a Washington fra lunedì e martedì. Ancora una revisione del Pil al ribasso e, stante anche l’appuntamento elettorale del 26 settembre, a Berlino qualcuno potrebbe dire stop al Pepp. Ponendo sul tavolo argomentazioni industriali e di sostegno alla produzione decisamente più stringenti, già dal prossimo board Bce di luglio.

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