L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 8 giugno 2021

Il 16 giugno a Ginevra l'incontro tra Biden e Putin non produrrà niente per la manifesta schizofrenia degli Stati Uniti

Perché Biden come Trump non sarà troppo anti Russia. L’analisi di Fabbri (Limes)

6 giugno 2021


“La politica Usa da tempo ha deciso di aprire alla Russia, l’aveva deciso Bush figlio, confermato da Obama e Trump. Prima o poi, superata la fase di tensione, Biden si sarebbe avvicinato alla Russia facendo proposte anche in ottica anti cinese”. L’analisi di Dario Fabbri (Limes)

La scorsa settimana si è tenuto il Consiglio Artico, il forum annuale che fa incontrare i rappresentanti degli otto paesi artici.

Cos’è il Consiglio Artico

Il Consiglio Artico è il forum multilaterale che riunisce i membri della NATO con il principale alleato dell’alleanza atlantica, la Russia. L’organizzazione intergovernativa internazionale è stata fondata nel 1996 dalle otto nazioni artiche: Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Svezia e Stati Uniti. Il forum promuove, tra le altre cose, un maggiore coordinamento e una più stretta cooperazione tra gli Stati artici e non può, da regolamento, trattare questioni militari e di sicurezza. A margine del vertice si sono incontrati, in privato, il Segretario di Stato americano Tony Blinken e il suo omologo russo Sergey Lavrov. Nel corso del lungo colloquio hanno discusso di molteplici dossier che spaziano dalla situazione in Medio Oriente, all’Artico, all’Europa passando per i diritti umani e la sorte di un paio di prigionieri americani tuttora presenti nella federazione russa. “Al di là di questo la frase più importante pronunciata da Blinken è “ciò che Washington pretende dalla relazione con la Russia è stabilità”. Questo è l’aspetto principale sul quale occorre riflettere”, dice l’analista di Limes Dario Fabbri.

Il malessere interno degli USA

Gli Stati Uniti hanno un notevole malessere interno, come reso plasticamente dall’assalto a Capitol Hill. “Non possono che riflettere verso l’esterno questo malessere e la Russia è il nemico per eccellenza, è il soggetto facilmente intellegibile dalla società d’oltre oceano contro cui convogliare gli strali e quella rabbia che è dentro il paese”, continua Fabbri. Ciononostante oggi assistiamo a un raffreddamento di queste tensione. Anche la crisi in merito all’Ucraina si è stemperata, gli Usa hanno lasciato spazio a una distensione nei confronti di Mosca. Per quale ragione? Per via di diversi fattori. “L‘economia USA è tornata a crescere. La campagna vaccinale sta andando in maniera eccellente, negli USA c’è l’illusione che il fronte interno si sia un po’ addomesticato, che si siano stemperate quelle tensioni che dovevano essere condotte verso l’esterno – aggiunge Fabbri -. Per questo si può fare un passo indietro rispetto al nemico di sempre”.

L’incontro tra Joe Biden e Vladimir Putin

A margine dell’incontro tra i ministri degli Esteri si è discusso di un possibile vertice tra Joe Biden e Vladimir Putin. “Questo perché c’è la presunzione che la crisi interna agli USA sia oggi meno accesa di quanto non fosse solo qualche mese fa e ci si possa permettere di essere meno aggressivi nei confronti della Russia – continua Fabbri nel suo punto settimanale -. La seconda motivazione che ha indotto questo atteggiamento è la consapevolezza americana che oltre una certa tensione non si possa andare. La congiuntura internazionale arride agli USA, che sono il soggetto che se la passa meglio rispetto ai suoi antagonisti come la Russia o la Cina”. In sostanza gli USA non portano la tensione oltre il livello di guardia perché una crisi profonda conviene a chi vuole sconvolgere lo status quo non certo a chi vede nello status quo un terreno favorevole.

Le tensioni tra Washington e Berlino

Gli USA hanno un fronte aperto anche con Berlino “quindi non possono avere con la Russia la stessa tensione che hanno con la Germania – aggiunge l’analista di Limes -. L’hanno abbassata, hanno sospeso le sanzioni ai danni della società che sta realizzando il raddoppio di Nord Stream tra Russia e Germania sebbene abbiano lasciato la minaccia delle sanzioni”.

Il rapporto tra Iran e USA

Gli USA hanno avviato una trattativa anche con Teheran. “Non si tratta di un’apertura di simpatia per la Repubblica Islamica – sottolinea Fabbri -. L’atteggiamento tattico degli USA nei confronti del Medio Oriente è sempre lo stesso, evitare che una potenza interna o esterna domini la regione”. Oggi l’Iran ha grandi difficoltà, il problema dell’area è la Turchia, “quindi gli USA hanno necessità di siglare una tregua con l’Iran, mascherato da accordo sul nucleare, e in questo negoziato si inseriscono i russi”. Allo stesso tempo, però, la Turchia torna utile a Washington in chiave anti anti iraniana, anti russa e nel Mediterraneo. Tuttavia “la Turchia, e lo dimostra la crisi tra Israele e Palestina, sta aumentando la sua influenza. È rimasta l’ultimo paladino della causa palestinese – continua l’esperto di Limes -. Erdogan al telefono con Papa Francesco ha invitato la sedicente comunità internazionale a intervenire per fermare Israele a dimostrazione di come Ankara utilizzi la causa palestinese per fini imperiali”.

Il conflitto tra deep state e politica statunitense

Lo scacchiere della politica internazionale è il campo d’elezione per gli apparati del deep state americano. “Gli apparati statunitensi non hanno sciolto la riserva su cosa fare della Russia, anzi continuano a mantenere questo approccio sgrammaticato perché temono di perdere l’assoluto controllo del continente europeo qualora lasciassero la Russia libera di scorrazzare in Europa – precisa Fabbri -. Ma la politica americana da tempo ha deciso di aprire alla Russia, l’aveva deciso Bush figlio, confermato da Obama e Trump. Prima o poi, superata la fase di tensione, Biden si sarebbe avvicinato alla Russia provando ad interloquire e facendo proposte anche in ottica anti cinese”. Questi dovrebbero essere gli argomenti del prossimo colloquio tra Putin e Biden. L’incontro tra i due capi di Stato non dovrebbe avere esiti macroscopici. “Gli apparati non hanno ancora deciso cosa fare perciò l’incontro non produrrà gran che. Biden si dirà genuinamente pronto ad aprire a Mosca. Tratterà Putin come fosse un vecchio conoscente, ma gli apparati americani si muovono in direzione contraria”. Non a caso nelle ultime ore Washington ha annunciato l’apertura di nuove quattro basi in Norvegia in cui inserire i priori militati, mossa in funzione anti russa proprio nell’Artico. “Mentre la politica americana apre o vorrebbe aprire a Mosca parallelamente lo Stato profondo aumenta il contenimento anti russo – conclude Fabbri -. Bisognerà prestare attenzione a cosa succederà quando ci sarà, se ci sarà, l’incontro tra Biden e Putin che dovrebbe appianare questa apparente schizofrenia nelle relazioni bilaterali”.

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