L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 3 giugno 2021

Ilva - Il vero problema è che i politici TUTTI hanno voluto privatizzare, negli anni '90, pezzi strategici dell'industri italiana che DEVONO rimanere in mano pubblica

Dopo la sentenza ex-Ilva lo Stato lascerà Acciaierie d’Italia? Parla Giampietro Castano

di Marco de' Francesco ♦︎ 1 giugno 2021

Il vero problema è che i giudici hanno disposto la confisca di parte dello stabilimento di Taranto, misura che potrebbe diventare definitiva in Cassazione. Ciò potrebbe non essere compatibile con i passaggi azionari già concordati e indispensabili per rilancio industriale e salvaguardia dell'ambiente e della salute. Ma come si è giunti a questa situazione? Ne abbiamo parlato con l’ex responsabile dell'unità di crisi della Presidenza del Consiglio, uno dei maggiori esperti di situazioni problematiche, e anni fa coinvolto in prima persona sulla vicenda


«Dopo la sentenza ex-Ilva, lo Stato deve valutare se lasciare Acciaierie d’Italia». Lo pensa Giampietro Castano, il “mister 130 tavoli” e uomo chiave delle crisi industriali italiane: ha guidato per 11 anni, dal 2008 al 2019, l’unità di gestione delle vertenze del Ministero dello Sviluppo economico.

Acciaierie d’Italia è nata lo scorso 15 aprile, ed è guidata dal ceo Lucia Morselli. È un’azienda siderurgica pubblico-privata, nata con l’ingresso di Invitalia, l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, nel capitale sociale di AM InvestCo Italy, la società della multinazionale franco-indiana ArcelorMittal che è affittuaria dei rami di azienda dell’ex Ilva. È previsto un ulteriore intervento di Invitalia che porterà la parte pubblica ad avere la maggioranza delle quote; il controllo della società sarà congiunto. La sentenza è quella pesantissima di ieri, della corte d’Assise di Taranto: va subito precisato che non riguarda l’attuale gestione, ma presunti fatti di reato che avrebbero determinato, ai tempi della proprietà ArcelorMittal, un disastro ambientale nella città pugliese.

Il problema grosso, secondo Castano, è che i giudici hanno disposto la confisca di parte dello stabilimento di Taranto, misura che potrebbe diventare definitiva in Cassazione. Ciò non sarebbe compatibile con l’attività di Acciaierie d’Italia; ed una delle possibili cause di ritiro delle parti dai patti di aprile. Per Castano, peraltro, tutto il progetto che ha dato vita a Acciaierie d’Italia è sbagliato e «porterà guai». È «un’unione impari», sbilanciata dalla parte del colosso della siderurgia mondiale. Tutto questo, naturalmente, secondo Castano, che abbiamo intervistato.

Con la confisca dell’area a caldo, Acciaierie d’Italia in bilico

Giampietro Castano

«A questo punto, è necessaria una seria riflessione sulla partecipazione dello Stato al capitale dell’ex-Ilva. Tutta la vicenda si è enormemente complicata» – ha affermato Castano. Il fatto è che gli accordi di aprile, prevedevano, tra le cause sospensive, la revoca dei sequestri penali degli impianti di Taranto. In mancanza dell’avverarsi entro un anno di tale condizione, la parte pubblica sarebbe svincolata dal concludere l’acquisto, e il capitale investito verrebbe restituito. Come si diceva, ciò che è accaduto è che la Corte di Assise di Taranto ha disposto la confisca degli impianti dell’area a caldo (parchi minerali, l’impianto di sinterizzazione per la cottura del minerale di ferro, l’agglomerato, le cokerie, altiforni e acciaierie) dell’ex Ilva di Taranto per il reato di disastro ambientale imputato alla gestione Riva. Erano già stati sequestrati nel 2012, mantenendo però la facoltà d’uso. Ora, è vero, come si è detto, che la confisca diventerà operativa solo a seguito del giudizio della Cassazione, ma la misura costituisce una pesantissima spada di Damocle sull’attività dell’impianto.

È una faccenda più grave del sequestro: secondo il codice penale, è l’espropriazione a favore dello Stato di beni che sono serviti o che erano destinati a commettere il reato e delle cose che ne sono il prodotto o il profitto. «Chi vorrebbe avere a che fare con beni confiscati? È chiaro che, a questo punto, l’impianto di aprile è quantomeno traballante. Per vedere cosa fare, è necessario richiedere al più presto un parere da parte dell’Avvocatura dello Stato» – afferma Castano. Castano non è l’unico ad essere preoccupato per le sorti di Acciaierie d’Italia. Sotto un’altra prospettiva, quella della gravità dei problemi ambientali sottolineati dalla pronuncia della Corte d’Assise, il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha dichiarato (al Fatto Quotidiano), che la sentenza «ha proporzioni colossali», e che «ci sono due strade: la prima è elettrificare il prima possibile. La direzione in tal senso nel Recovery l’ho già data. Se però ci fosse per esempio il Ministero della Salute che bussa e mi dice “guarda che lì la situazione è insostenibile” allora si chiude».

Acciaierie d’Italia, un progetto sbagliato che porterà guai

Lucia Morselli, ceo Acciaierie d’Italia. Foto credits italia.arcelormittal.com

«Gli accordi di aprile? Un errore: lo Stato doveva acquisire la proprietà totale, al 100%, dell’ex-Ilva, e non lasciarne una parte consistente a Arcelor-Mittal. Così si è creato un pasticcio, destinato a produrne degli altri» – afferma Castano. Ma cosa dicono questi accordi? Per la precisione, l’intesa si è perfezionata con la sottoscrizione di un aumento di capitale per 400 milioni di euro da parte di Invitalia nel capitale sociale di AM InvestCo Italia, diventando così socio con una partecipazione del 38% e con il 50% dei diritti di voto. Tuttavia, entro maggio 2022 è previsto un secondo investimento nel capitale da parte di Invitalia fino a 680 milioni, che la porterà a detenere una quota pari al 60% del pacchetto azionario e ad acquisire i rami d’azienda dell’ex Ilva. Secondo questo schema, ArcelorMittal dovrà investire fino a 70 milioni per mantenere una partecipazione pari al 40% e il controllo congiunto sulla società.

«Quello del controllo congiunto è di per sé un guaio – ha continuato Castano – perché ArcelorMittal non è un operatore qualsiasi dell’acciaieria: è l’azienda di settore più importante del mondo, che fattura più di 70 miliardi di dollari e che è capace di influenzare il mercato con le proprie scelte. Pertanto, non si ci sarà mai un rapporto paritario». Inoltre, sempre secondo Castano, «dal momento che lo Stato è entrato nella compagine, a chi si rivolgeranno i creditori delle gestioni precedenti? Contro chi protesteranno i sindacati, i lavoratori per le vicende occupazionali e gli abitanti di Taranto per la questione ambientale? Per tutti questi, ora il riferimento è lo Stato: che da una parte spende i soldi in un’operazione di cui non avrà mai un controllo effettivo, e dall’altra si assume tutti i guai possibili ed immaginabili». C’è infine, secondo Castano, un ulteriore problema da superare: «La gente non ha voglia di finire in galera, e fare il manager dell’ex Ilva comporta dei rischi oggettivi. Purtroppo molti amministratori di alto profilo finiranno per rifiutare l’offerta di incarichi, per motivazioni comprensibili».

Come si è giunti ad Acciaierie d’Italia?

Altoforno dell’ex-Ilva di Taranto

Acciaierie d’Italia è frutto di un insieme di errori strategici da parte dei governi Conte I e II. Com’è noto, a causa di questioni ambientali, l’enorme impianto, il più grande d’Europa, viene sequestrato nel 2012. Nel giugno 2019 Montecitorio approva il Decreto Crescita, poi confermato al Senato, che di fatto azzera lo scudo penale e amministrativo previsto nel 2017 per chi si fosse preso carico della produzione ma anche situazione ambientale dello stabilimento siderurgico, e cioè Arcelor Mittal. AM minaccia di andarsene. La misura viene reintrodotta con il successivo “decreto salva imprese”, ma poi è di nuovo abolita a seguito di una riunione di maggioranza M5S-Pd. Iniziative insensate, quelle degli esecutivi, esibizioni muscolari forse rispondenti a logiche di giustizialismo non troppo raffinato e pré-lumières. Iniziano le schermaglie legali.

A marzo 2020, il governo e AM si incontrano. Sapendo che di fronte alla magistratura può finire male, il primo cerca di metterci una pezza in extremis, con laute concessioni alla seconda: si stabilisce che quest’ultima può abbandonare il campo di battaglia aprendo il portafoglio per solo mezzo miliardo di euro di penale. Niente, se si considerano le perdite italiane di quei tempi della multinazionale a Taranto, pari a oltre 100 milioni al mese, o le spese miliardarie per il risanamento ambientale del sito. A quel punto AM ha tutte le carte vincenti in mano: se ne può andare quando vuole, lasciando lo Stato nei guai. Di fatto, si definisce per ArcelorMittal una chance che negli accordi di tre anni fa non esisteva. Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli fa sapere ad AM che il governo è disponibile a reinserire lo scudo penale, ma l’esecutivo viene messo all’angolo dalle pretese monstre della multinazionale franco-indiana: 5mila esuberi, produzione ridotta e richiesta di garanzia statale su un prestito da 600 milioni. Così stando le cose, non rimane che una nazionalizzazione obtorto collo. Da giugno del 2020 il governo intraprende questa strada, che porterà ai citati accordi di aprile dell’anno in corso.


La vicenda dell’ex Ilva è la cartina tornasole della carenza di una strategia governativa sull’acciaio dei governi Conte I e II

I lavori iniziati da ArcelorMittal Italia all’ex Ilva di Taranto

La questione dell’ex-Ilva trascende il caso specifico. Ha messo in luce l’assenza di una strategia governativa sull’acciaio da parte degli esecutivi Conte I e II. Certo, con Taranto questa carenza ha assunto, talora, i tratti di un certo misticismo ambientalista, con esponenti dell’esecutivo o inventori di partiti impegnati nel lancio di nuove teorie economiche, che prevedono la sostituzione della siderurgia con la mitilicoltura o la trasformazione dell’impianto tarantino in un parco giochi per alpinisti e rocciatori.

Ora, però, la palla è in mano al governo Draghi. L’industria siderurgica è una colonna portante della manifattura italiana. Vale quasi 60 miliardi ed è la seconda per importanza in Europa. Dopo un 2020 difficile a causa Covid, l’acciaio sta riprendendo con energia la sua corsa: ad aprile 2021, la produzione siderurgica italiana è quasi raddoppiata in via tendenziale, toccando un aumento percentuale del 78,9%. I volumi, infatti, sono passati dai 1,149 milioni di tonnellate di aprile 2020 ai 2,056 milioni di tonnellate dello stesso mese 2021. È forse il momento giusto per definire una strategia governativa in grado di dirigere i trend più rilevanti (digitalizzazione, decarbonizzazione) e di prendere le misure su variabili importanti per il settore, come la recente ascesa dei prezzi delle materie prime.

La questione giudiziaria in pillole

Nichi Vendola, ex presidente della Regione Puglia. Di dati.camera.it, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=32839711

Le indagini nascono nel 2008 a seguito di un esposto sulla diossina presentato in Procura da PeaceLink, un’associazione eco-pacifista italiana. Dopo il citato sequestro dell’intera area a caldo del sito di Taranto del 2012, su provvedimento del gip Patrizia Todisco, vengono nominati quattro custodi giudiziari, e otto dirigenti dell’Ilva finiscono ai domiciliari: tra questi, il patron Emilio Riva, il figlio Nicola, l’ex direttore di stabilimento Luigi Capogrosso e altri dirigenti. A loro carico sono ipotizzate le accuse di disastro colposo e doloso, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, e altro. A novembre arrivano altre ordinanze di custodia cautelare. Il quadro istruttorio si allarga, sia in termini di presunti responsabili che di presunte condotte illecite.

Il 30 ottobre 2013 sono notificati avvisi di chiusura dell’indagine preliminare a 53 persone fra cui Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia; gli imprenditori Emilio (1926-2014), Fabio e Nicola Riva; e altri. Il procedimento penale, che ne scaturisce è denominato “Ambiente Svenduto” ed è curato dalla Corte D’Assise di Taranto. Ieri, la sentenza di primo grado: sono condannati a 22 e 20 anni di reclusione Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’Ilva. I giudici hanno disposto non solo la citata confisca dell’area a caldo, ma anche quella per equivalente del profitto illecito delle tre società Ilva spa, Riva Fire spa, oggi Partecipazioni industriali spa in liquidazione, e Riva forni elettrici per gli illeciti amministrativi per una somma di 2 miliardi e 100 milioni di euro in solido tra loro. Sono condannati anche Nichi Vendola (concussione) e diversi dirigenti della società, anche a pene molto pesanti. Naturalmente prevale il principio di non colpevolezza fino a sentenza passata in giudicato, e ci vorranno ancora molti anni per l’accertamento definitivo della verità processuale.

Nessun commento:

Posta un commento