L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 14 giugno 2021

La cagnolina Italia abbandonata dal padrone Stati Uniti in balia degli Emirati Arabi Uniti


13 GIUGNO 2021

Lo schiaffo degli Emirati all’Italia potrebbe non finire con la questione del Boeing dell’Aeronautica escluso dallo spazio aereo di Abu Dhabi. In questi giorni si parla molto della possibilità che all’Italia venga intimato di smobilitare la base di al-Minhad, centro condiviso con le forze britanniche, australiane e statunitensi. E questa possibilità è in questo momento al centro dei colloqui tra Roma e Abu Dhabi, con il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, che ha chiamato direttamente il suo omologo emiratino, Mohammed bin Ahmed al Bowardi, per scongiurare l’ipotesi di una decisione così plateale. A dare la notizia è stata Agenzia Nova, che riportando quanto affermato dall’agenzia ufficiale emiratina Wam, ha parlato di una una discussione tra i due ministri sul “rafforzamento della cooperazione tra i due Paesi in campo militare e nel settore della difesa” e sulle “modalità per sviluppare le loro relazioni al servizio degli interessi dei rispettivi Paesi”.

L’Italia si sta così muovendo per evitare il disastro, e cioè l’abbandono di al-Minhad. Una sciagura dal punto di vista strategico che avrebbe anche nomi e cognomi dei suoi artefici: Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Sono infatti stati l’ex premier e il ministro degli Esteri a scegliere di bloccare l’esportazione di armi agli Emirati Arabi Uniti come gesto di fedeltà alla linea imposta dalla nuova amministrazione americana. Con la differenza però che mentre Joe Biden ha poi fatto marcia indietro riesumando la vendita degli F-35 ad Abu Dhabi, l’Italia è rimasta da sola a sostenere questa linea. Gli Emirati non possono prendersela apertamente con gli Stati Uniti – con i quali comunque ci sono parecchi temi di discordia – ma con l’Italia evidentemente si sono sentiti autorizzati a premere sull’acceleratore: con il risultato che ora è a rischio anche la base che serve come ponte per il ritiro (legasi fuga) dall’Afghanistan.

Ma il pericolo per il ritiro (fuga) del contingente italiano da Herat, che a quel punto dovrebbe avvenire sfruttando come ponte logistico il Kuwait o l’Arabia Saudita e non senza un aumento sensibile dei costi, è solo uno dei problemi che potrebbero insorgere con la chiusura di al-Minhad. La Forward Logistic Air Base (Flab) al-Minhad è infatti uno dei principali hub strategici dell’Italia nel Golfo Persico e in tutto il Medio Oriente, andando a collegare le nostre operazioni dall’Asia centrale fino al Corno d’Africa. Come spiega il sito del ministero della Difesa, la base è infatti una “unità di supporto posta alle dirette dipendenze del Comandante Operativo di vertice Interforze, principalmente impegnata a supporto diretto alle Operazioni ‘Resolute Support Mission – RSM’ in Afghanistan, ‘EUTM’ nel Corno d’Africa, ‘Ocean Shield’ nell’Oceano Indiano e ‘Prima Parthica’ in Kuwait/Iraq”. Attualmente ci sono circa cento militari italiani e due mezzi aerei nella base emiratina, e il loro compito di supporto, in particolare per la manutenzione dei mezzi, è fondamentale.

In definitiva l’Italia rischia di dover rivedere completamente la propria logistica nei teatri più caldi in cui sono impegnate le nostre forze. E il tutto dopo ormai 20 anni di onorato servizio in cui Roma e Abu Dhabi hanno sempre dimostrato una forte capacità di dialogo e di partnership. Riallacciare i legami con gli EAU è uno dei compiti più complessi del governo Draghi. L’avvertimento della base forse rimarrà solo tale. Ma è chiaro che adesso nell’agenda estera dell’esecutivo rientra anche il problema “emiratino”. E tra Libia, Golfo, Corno d’Africa, Etihad e Piaggio, i dossier tra i due paesi sono molti.

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