L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 1 giugno 2021

La Sharia con la tecnica della DISSIMULAZIONE entra come nel burro in Francia

Lo studioso Akgönül: “Così il presidente turco punta alle periferie europee”

Pesano i complessi rapporti interni con l’organizzazione Millî Görüş sorvegliata dai servizi francesi. “Macron ha bisogno di opporsi per non dare vantaggio a Marine Le Pen”

di Amélie Baasner31 MAGGIO 2021

Samim Akgönül è direttore del dipartimento Etudes turques all’università di Strasburgo. Il suo lavoro si concentra sulla storia contemporanea e la diaspora turca.

Ultima pubblicazione: La Turquie "nouvelle" et les Franco-Turcs: une interdépendance complexe, Paris, L'Harmattan, 2020.

La moschea di Eyyub Sultan accoglierà 25.000 devoti. Sarà per tutti i musulmani o soltanto per quelli turchi?

«La domanda richiama l’attenzione su uno dei paradossi fondamentali nella costruzione di un islam europeo: da una parte, le reti islamiche nate in Turchia inneggiano a un islam universalista al servizio di tutti i musulmani; dall’altra parte, nell’organizzazione interna, nel modo in cui viene gestito il culto, le associazioni sono fondamentalmente turche. A partire dalla questione linguistica: la maggioranza dei turchi non conosce l’arabo, e viceversa. Di conseguenza, a parte per le preghiere quotidiane, la grande moschea di Eyyub Sultan rimarrà un luogo di culto esclusivo per la comunità turca».

Si tratta quindi di un segno politico di Recep Tayyip Erdoğan?

«Durante la polemica recente a Strasburgo, Ankara ha mantenuto un profilo basso, contrariamente a quanto avviene in genere con Erdoğan, che adora manipolare questa forma di dibattito. I motivi di questa moderazione vanno rintracciati nella relazione complessa tra Erdoğan e Millî Görüş in Turchia. L’Akp (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) è nato nel 2001 da una scissione con Milli Görüş che ha causato una spaccatura anche temporale tra i due movimenti. Dopo il 2007, l’Akp ha assunto toni e comportamenti nazionalisti, facendo leva sul discorso religioso, anti-europeista, antisemita e anti-intellettuale. In questa fase, Millî Görüş ha sostenuto attivamente il governo di Erdoğan, con il risultato di essere a sua volta sostenuto da quest’ultimo. È in questo periodo che sono iniziati i lavori della moschea di Eyyub Sultan, voluti e sostenuti dal governo turco. Durante le elezioni del 2018 però, quando Saadet, il partito politico legato a Millî Görüş, ha presentato un candidato dell’opposizione, l’Akp e Millî Görüş si sono di nuovo allontanati».

In Germania, l’associazione locale di Millî Görüş è stata sorvegliata dei servizi segreti. Qual è la situazione in Francia?

«Negli anni ‘90, la Turchia ha chiesto ai suoi partner europei di sorvegliare Millî Görüş e di iscriverla nella lista delle organizzazioni terroristiche. Negli anni 2000, al contrario, il sospetto di radicalizzazione veniva dalle autorità europee, mentre Millî Görüş sosteneva una cooperazione con le autorità turche. Oggi Millî Görüş si trova a godere di una fase di legittimazione, perché Erdoğan e l'Akp hanno perso largo consenso».

Millî Görüş non ha voluto firmare la carta sui principi dell’islam francese. Secondo Lei, una carta è un mezzo efficace per garantire i princìpi della Repubblica francese?

«Una carta non può mai garantire il rispetto dei princìpi della Repubblica, però può aiutare. Il decreto accelera il cambiamento della società e una carta per l’islam francese contribuisce alla costruzione di una tale religione».

Quali potrebbero essere i motivi per un rifiuto della firma?

«Le reti in questione si richiamano a un argomento filosofico. La carta proclama la superiorità delle leggi della Repubblica rispetto a quelle della religione islamica. Inoltre si riferisce a un islam francese, come se ci fosse davvero un islam della Francia. Secondo me l’elemento chiave è un altro: nella carta viene condannato l’islam politico. Millî Görüş in Francia è strettamente legato a un movimento politico in Turchia. Peraltro Ankara vuole mostrare a Parigi che niente può passare come l’islam turco senza un esplicito consenso di Ankara. Tale argomento si aggiunge ai precedenti - Unione Europea, rifugiati, Medio Oriente, Caucaso - sul tavolo delle negoziazioni».

Introducendo questa carta, e forzando la comunità musulmana a confermare i valori della Francia, si potrebbe correre il rischio di rafforzare indirettamente la posizione di Erdoğan?

«In effetti le giovani generazioni dei musulmani nati e cresciuti in Francia sono alla ricerca di un messia capace di tenere testa allo stato in cui vivono e contro cui provano rancore. Erdoğan ha capito benissimo questa dinamica e la sta sfruttando dopo aver perso la via araba nel 2011-2012. Sta provando a conquistare le periferie delle città europee».

Una polemica costruita in parte per una campagna elettorale potrebbe aggravare i toni già tesi tra Macron ed Erdoğan?

«Tutti e due stanno utilizzando tali tensioni. Erdoğan vive di crisi e di conflittualità. Macron, da parte sua, ha capito benissimo che un atteggiamento positivo verso la Turchia andrebbe a vantaggio di Marine Le Pen. La tensione a Strasburgo è conveniente per entrambi i leader».

Il prezzo della polemica, lo sta pagando la comunità franco-turca a Strasburgo?

«Le comunità di origine turca, in tutta la loro diversità, soffrono molto di essere costantemente associate al regime della Turchia, sia che lo sostengano o meno. Tuttavia i franco-turchi votano raramente durante le elezioni francesi».

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