L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 7 giugno 2021

Negli anni '90 si introdusse il concetto di aziendalizzazione nella sanità pubblica, negli enti locali con disinvestimenti , privatizzazioni, appalti esterni in favore di greppie elettorali. Oggi il precariato entra ufficialmente nella pubblica amministrazione legato all'indole dell'obbedienza e del servilismo, indispensabili per avere successo e vedere in fondo al tunnel perfino un'assunzione a tempo indeterminato. Queste sono le premesse

Carrozzone & Innovazione



Anna Lombroso per il Simplicissimus

La mia unica concessione alla politically correctness consiste nel non ridicolizzare avversari e nemici per via di difetti fisici, parrucchino, rialzi nelle scarpe su misura, spalle imbottite del doppiopetto di Caraceni a mascherare fisici ridicolmente mingherlini, o falpalà a illeggiadrire forme troppo esuberanti.

Ma oggi mi corre l’obbligo di dire che alla faccia della statura, il ministro Brunetta si accredita come il gigante buono dell’Esecutivo.

Altro che dote per i giovani, altro che assoldamento di stranieri da collocare in mestieri manuali, l’autocandidato al Nobel per l’economia si merita l’Oscar per la sceneggiatura e gli effetti speciali regalando al Paese cui Draghi fa solo annusare la rinascita ben 24 mila assunzioni, a tempo determinato e spalmate in 5 anni, in veste di reclutamento necessario alla realizzazione degli obiettivi del Recovery Fund, atteso come una manna anche se non recherà quei famosi e decantati 209 miliardi, spalmando più o meno dieci miliardi all’anno per sei anni, a fronte dei 150 miliardi di Pil inghiottiti dalla “crisi” nel solo 2020.

E mica si tratta di driver, mica si tratta di piloti di droni, di manager dell’accoglienza nella casetta di nonna al paesello, macchè, la chiamata riguarda la meglio gioventù di ingegneri, informatici, matematici, bocconiani che facciano di conto e esperti in diritto che affronteranno la sfida delle semplificazioni.

Con il via libera al decreto Reclutamento, le assunzioni sono infatti condizionate alla realizzazione di “circa 300 progetti di modernizzazione del Paese (infrastrutture, transizione digitale e ambientale, rinnovamento della scuola e degli ospedali)” e rappresenta, parola del Sole 24 ore in estasi, “il terzo tassello, insieme al decreto sulla governance e sulle semplificazioni, necessario all’innesco della bomba dello sviluppo”.

Andiamo subito a compiacerci della qualità dei profili professionali richiesti: 500 quadri saranno adibiti alle attività di “rendicontazione finanziaria degli interventi previsti dal Pnrr, con la possibilità di arrivare fino a 800”, perché ha spiegato il ministro, “se non rendicontiamo bene l’Europa non ci dà i soldi”. Complessivamente il piano secondo le intenzioni dell’Esecutivo, punta a reclutare nell’arco di un quinquennio un migliaio di soggetti destinato agli enti locali «nella gestione delle procedure complesse», 268 alla transizione digitale di Colao, 67 all’Agenzia per l’Italia digitale, 16.500 all’ufficio del processo per la riduzione dell’arretrato e 5.410 unità di personale amministrativo alla giustizia.

Pare che le riunioni che hanno preceduto il Consiglio di Ministri siano state segnate da turbolenze perché ogni dicastero pretendeva di incrementare il suo personale carrozzone e che uno dei più esigenti sia stato Cingolani che vuole potenziare la Spa del ministero in regime di house providing, la Sogesid, addetta dal 1994 alla bonifica dei siti inquinati, che ne so, l’Ilva, alla gestione del ciclo dei rifiuti, che ne so, a Roma per fare un nome, al contrasto al dissesto ecologico, che non ha bisogno di esempi tanti sono quelli che ogni autunno ci offre, a conferma che come dice Brunetta c’è proprio bisogno di valorizzare una delle azioni chiave del provvedimento: la riduzione dell’arretrato a carico di oltre 15 mila nuovi addetti..

Par di capire che nella mente del ministro questa strategia di efficientamento, con il turnover che sostituirà mesti travet parassitari con nuove leve di nativi digitali, prodotti dei diplomifici che hanno aggiornato i prodigi di Radio Elettra, e poi Bocconi, Luis, Lumsa, fucine dell’apprendimento a distanza, dovrebbe servire anche a restituire reputazione e affidabilità a una Pa, segnata da decenni di ignavia, di scandali dei cartellini firmati in pigiama per tornare a casa a fare gli omini del permaflex, di furbetti e furboni, in sostanza anche loro vittime della burocrazia, impossibilitati a agire nell’interesse generale, pressati dal carico di adempimenti, regole contraddittorie, leggi e leggine nelle cui more dirigenti e amministratori nutrivano mangiatoie clientelari e negoziavano voti, favori, incarichi e appalti.

Da adesso tutto cambia e tutto può cambiare, grazie alle riforme che preparano il Grande Reset, a cominciare dalla semplificazione che, è giusto dirlo, diventa il laboratori per l’integrazione in ogni politica delle regole del mercato, applicando nel sistema della Pa i paradigmi della concorrenza in uso nel settore privato, in modo che venga promossa, più ancora della meritocrazia, la competitività e per spronare i dipendenti a termine a dimostrare di possedere oltre ai titoli necessari, tutte le virtù, ambizione sfrenata, arrivismo, spregiudicatezza, indole all’obbedienza e al servilismo, indispensabili per avere successo, rappresentato dalla possibilità che il contratto venga rinnovato dopo i primi 36 mesi e da premi di rendimento che potrebbero perfino configurarsi come un’assunzione a tempo indeterminato.

Già immagino il fervore dei candidati che varranno scelti tra due “bacini” di soggetti da reclutare con modalità anche quelle “innovative”: professionisti ed esperti in un elenco e nell’altro il personale in possesso dei requisiti di un’alta specializzazione, laurea magistrale o specialistica almeno uno dei seguenti titoli, in settori scientifici o ambiti professionali strettamente correlati all’attuazione dei progetti: dottorato di ricerca; documentata esperienza professionale di lavoro subordinato, di durata almeno triennale, maturata presso enti e organismi internazionali o della Ue, e che, dopo aver indicato preliminarmente dove sono disposti a fare la “leva”, verranno selezionati dalle amministrazioni interessate dalla realizzazione dei progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza e attraverso «modalità digitali, decentrate e semplificate» prevedendo, «oltre alla valutazione dei titoli» lo «svolgimento della sola prova scritta», procedure da svolgere obbligatoriamente nel giro di 100 giorni.

Fasce di merito e promozioni del personale tutto della Pa, saranno riconosciute sulla base di criteri di selettività, disposti per valutare “capacità culturali e professionali, qualità dell’attività svolta e risultati conseguiti”, ai quali dovranno, da questo avvio epocale, rispondere le prestazioni e l’efficacia di tutto il personale della Pa, con esclusione dei dirigenti e del personale docente, inquadrato in tre aree funzionali, più una per l’inquadramento del personale di alta specializzazione.

Lo so, anche voi vi interrogherete su cosa intenda per “capacità culturali” questa scrematura di professionisti della fuffa globalista, che pensa, uno di loro ha addirittura scritto un libro profetico sul tema, di rappresentare l’avanguardia della tecnopolitica, di costituire la testa di ponte che deve dare forma a un governo trasversale dei sapienti in alternativa alla democrazia diventata l’egemonia dei mediocri, incapaci e corrotti, accreditando la tecnologia come chiave di volta per la soluzione al di sopra e al di là delle ideologie e degli schieramenti partitici dei problemi una politica, in nome delle cose tecnicamente fondate da farsi per la salvezza del Paese. E che sono poi gli stessi che negli anni hanno distrutto l’istruzione pubblica e convertito gli atenei in “scuole della vita”, come qualcuno scrive sui profili di Facebook, con la vocazione di addestrare a mansioni specialistiche e formare un esercito di esecutivi addomesticati, obbedienti quanto ricattabili.

Serve a questo la riforma della PA che proprio interagendo con i principi della semplificazione, disegna un modello di Stato funzionale al dominio incontrastato della produttività e redditività e mettendo i lavoratori al servizio del profitto. E serve a questo far intendere che il ricambio che prepensiona, demansiona, emargina i vecchi in favore di nuovi ingressi sia la soluzione ottimare per sanare i guasti del passato, attribuibili non a decenni di fatale disinvestimento nella macchina pubblica, di privatizzazioni, di appalti esterni in favore di greppie clientelari, ma ai dipendenti colpevoli di non possedere le competenze necessarie a raccogliere la sfida della modernità e a cimentarsi sul terreno della competitività di sistema e personale. Ma anche all’interno della selezione che compirà la Buona Amministrazione secondo Brunetta, si replicheranno le disuguaglianze e le discriminazioni che fanno del merito il più arbitrario dei criteri, favorendo ineluttabilmente la formazione post laurea, precludendo l’accesso ai posti di lavoro e di comando a chi non ha avuto il tempo e i mezzi per soggiornare nei baby parking di lusso a disposizione dei delfini dell’oligarchia.

È avvilente pensare che ci siamo consegnati delle manine di cavalieri dell’apocalisse così miserabili e gretti, a cavallo di ciuchini stanchi e che al posto delle spade fiammeggianti sguainano le pistole di Mars Attack e i grilli tonanti dei Men in Black che mettiamo nella calza della Befana dei ragazzini, e che sono ridicole, ma mortali.

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