L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 giugno 2021

Sempre più stati in guerra contro le multinazionali tecnologiche. Scontro tra poteri



Siamo in guerra: le nuove superpotenze si chiamano Google, Facebook, Amazon, Apple e sono sempre più pronte a prendere il posto dei vecchi stati.

War è la newsletter di Wired che racconta le tensioni tra istituzioni nazionali e grandi piattaforme tecnologiche.

La Nigeria, Twitter e la repressione del dissenso

Nel 2016, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite approvò una risoluzione non vincolante che sottolineava come “gli stessi diritti che le persone hanno offline devono essere protetti anche online”. Nel mirino della risoluzione c’era la crescente tendenza, da parte di governi più o meno autoritari, a limitare l’accesso a internet dei propri cittadini, interrompendo le connessioni o bloccando interi siti.

Per amara ironia delle istituzioni internazionali, tra i promotori della risoluzione c’era la Nigeria dell’allora neoeletto Muhammadu Buhari, che oggi sui diritti (digitali e non) dei propri cittadini sembra avere tutta un’altra opinione. Il 4 giugno, da un momento all’altro, il governo di Buhari ha deciso di bandire con effetto immediato Twitter dal proprio paese. La scelta, improvvisa ma in linea con l’erosione della libertà d’espressione osservata in Nigeria negli ultimi anni, è arrivata dopo che Twitter ha rimosso un post del presidente su alcuni disordini che stanno interessando il sud-est del paese, già teatro di una sanguinosa guerra civile tra 1967 e 1970, a cui partecipò lo stesso Buhari come comandante dell’esercito nigeriano. “Molti di quelli che si stanno comportando male oggi sono troppo giovani per comprendere la distruzione e la perdita di vite umane della guerra civile”, ha scritto l’ex militare. “Ma noi che in guerra ci siamo stati li tratteremo in modo che capiscano”. Considerato che in molti ricordano l’uccisione sistematica e intenzionale delle persone di minoranza etnica Igbo prima e durante il conflitto come un tentativo di genocidio, il tweet di Buhari ha allarmato moltissimi osservatori, portando infine Twitter a decidere di rimuoverlo in base al regolamento sui “comportamenti abusivi” sulla piattaforma.

La rimozione sembra essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per il governo nigeriano, che dal 2019 lavora ad un progetto di legge che renderebbe possibile punire chiunque pubblichi contenuti “che minacciano la sicurezza nazionale” o che “potrebbero diminuire la fiducia del pubblico nel governo” sui social. Al contrario dell’India di Modi, che sta cercando di far piegare le grandi piattaforme della Silicon Valley con atti intimidatori e leggi sempre più repressive senza però decidersi a bandirle come ha fatto invece per social cinesi come TikTok, Buhari ha optato per l’opzione nucleare.

foto: Olivier Douliery-Pool/Getty Images

In Nigeria Twitter conta 40 milioni di utenti. Come in gran parte del resto del mondo, ha un’influenza sproporzionata sull’opinione pubblica nazionale rispetto alla propria taglia perché è il social preferito da giornalisti, accademici e attivisti. Non a caso, è su questa piattaforma che nell’ottobre 2020 sono rimbalzate le notizie sul crescente movimento di protesta contro le violenze della polizia nigeriana #EndSARS, che ha creato senza dubbio più di un grattacapo al governo. Per giustificare la scelta, il ministro dell'Informazione e della cultura nigeriano ha citato “l'uso persistente della piattaforma per attività in grado di minare l'esistenza della Nigeria”, e le istituzioni si starebbero attrezzando per punire chi riesce comunque ad accedervi grazie a Vpn. La National Broadcasting Commission ha anche ordinato a tutte le stazioni di smettere di usare Twitter, minacciando di sospendere la loro licenza in caso contrario e affermando che “sarebbe antipatriottico per qualsiasi emittente in Nigeria continuare a patrocinare Twitter come fonte di informazioni dopo che è stato sospeso”.

Ottima cartina tornasole della gravità dell’accaduto è il commento di Donald Trump, che si è congratulato con Buhari per la propria decisione: “Più paesi dovrebbero vietare Twitter e Facebook perché non consentono discussioni libere e aperte – tutte le voci dovrebbero essere ascoltate”. L’ex presidente, bandito da Twitter a vita e da Facebook almeno per due anni, ha poi aggiunto: “Forse avrei dovuto farlo anch’io mentre ero presidente. Ma Zuckerberg continuava a chiamarmi e a venire a cena alla Casa Bianca dicendomi quanto fossi bravo”. Naturalmente, checché ne dica Trump, il diritto umano fondamentale all’espressione (che è protetto dalla Costituzione nigeriana alla sezione 39) dovrebbe protegge le persone dalla censura non di aziende private, ma governativa. Proprio quella censura che ha portato la Nigeria a restringere l’accesso prima a siti dell’opposizione, come quello del gruppo Feminist Coalition, e ora a Twitter.

Il 6 giugno, le ambasciate di Canada, Unione Europea, Irlanda, Regno Unito e Stati Uniti hanno condannato la decisione, sottolineando che misure simili “inibiscono l'accesso alle informazioni proprio in un momento in cui la Nigeria ha bisogno favorire il dialogo inclusivo e l'espressione delle opinioni”. Non che servisse ribadirlo: un rappresentante del paese doveva pur essere presente quando è stata approvata quella famosa risoluzione non vincolante tra le stanze dell’Onu, cinque anni fa.

La scelta di questi giorni ha svuotato da un giorno all’altro un’enorme piazza in cui la cittadinanza si trovava a chiedere alle istituzioni di assumersi le proprie responsabilità, senza nemmeno bisogno di alzare un manganello. E, come è spesso il caso anche per le violazioni dei diritti umani più clamorose, senza possibilità d’appello.

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