L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 6 luglio 2021

Assange deve pagare perchè ha rivelato i segreti inconfessabili di crimini nelle guerre statunitense

Julian Assange: detenzione arbitraria a tempo indeterminato

05.07.2021 - Veronica Tarozzi


Da oltre due anni un giornalista australiano pluripremiato languisce in una prigione di massima sicurezza a Londra, nel Regno Unito.

La sua colpa è quella di aver permesso a informatori anonimi di tutto il mondo di svelarci i crimini e le nefandezze commessi da organizzazioni governative e non, corpi militari, interi Stati; in poche parole, quella di averci svelato il vero volto del potere.
Ma ciò che proprio non avrebbe mai dovuto permettersi di fare era fornire ai maggiori organi d’informazione mondiali documenti classificati, che attestano i crimini commessi dal governo degli Stati Uniti nelle guerre che ha condotto in Afghanistan e Iraq, coi suoi fedeli alleati.

Risultato: i crimini commessi sono rimasti impuniti, chi li ha svelati da oltre 11 anni è privato della sua libertà e rischia fino a 175 anni di carcere. Ed è così che Julian Assange, reo di aver fatto il suo mestiere divulgando notizie di pubblico interesse, il 3 luglio ha trascorso anche il suo 50° compleanno in prigione, lontano dalla sua compagna e dai suoi figli, con una salute ormai gravemente deteriorata, sia sul piano fisico che su
quello mentale.

La salute mentale è stata oltretutto causa apparente di preoccupazione anche della giudice Vanessa Baraitser, la quale ha ammesso lo scorso 4 gennaio che l’imputato sarebbe a forte rischio suicidio negli USA e per questo non ne permetteva l’estradizione. Peccato ignorare il fatto che il rischio per la sua incolumità è stato ed è più che mai reale anche durante la sua detenzione a Belmarsh, in UK, come attestato dai medici che hanno testimoniato nel processo, nonché dai medici esperti in tortura
e trattamenti inumani o degradanti che hanno relazionato per l’ONU e da centinaia di altri medici che hanno letto queste relazioni e hanno inviato una lettera aperta a vari rappresentanti governativi dei paesi implicati nel caso Assange per chiedere il suo rilascio immediato.

Ma nulla, Julian Assange resta recluso a tempo indefinito e in regime di isolamento in quella che viene definita la “Guantanamo europea”, mentre il governo di Whashington prende tutto il suo tempo per preparare l’appello, per il quale non è dato sapere quando verrà dibattuto.

Tutto questo mentre un testimone chiave dell’accusa ha ammesso pochi giorni fa in una lunga intervista di aver fabbricato tutte le prove contro Julian Assange in cambio dell’immunità concessagli dall’FBI per problemi legati alla sua sociopatia. Edward Snowden twitta che questa dovrebbe essere la fine della persecuzione del giornalista australiano. Noi vogliamo crederci.

Se non altro poiché trovarsi in prigione per aver svelato al mondo la verità sembrerebbe qualcosa di così palesemente ingiusto, da non parere vero.

Purtroppo però, come scriveva sapientemente George Orwell nel secolo scorso: “Nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”. Proprio come nel libro che ispirò questa celebre frase, oggi potremmo dire che tutti i popoli sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

Per questa ragione nelle “democrazie” occidentali è bene parlare dei Navalny e degli Zaki, ma guai a parlare dei Peltier, degli Snowden e degli Assange, appunto. Quando se ne parla poi, bisogna fare in modo di denigrare, quando non disumanizzare o addirittura
criminalizzare la vittima della persecuzione distorcendo completamente la realtà dei fatti, facendo in modo che la gente che non suole porsi troppe domande pensi che in fondo Julian Assange si meriti di stare dov’è, o almeno, nella migliore delle ipotesi, la si porti a pensare che quest’uomo ha fatto tutto questo per essere al centro dell’attenzione.

Viviamo appunto nell’epoca dell’inganno universale, dove i media mainstream ci dicono cosa pensare e per la maggioranza delle persone, così facendo “andrà tutto bene”.
Ma fidatevi, se non pretendiamo che i veri criminali siano assicurati alla giustizia e le persone come Julian Assange vengano liberate, non va tutto bene e nulla potrà mai andare bene!

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