L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 19 luglio 2021

Codice degli appalti - Il governo dello stregone maledetto ha invitato esplicitamente le mafie, la 'ndrangheta a investire sulle infrastrutture del paese. Gli ha detto, senza mezzi termini, dobbiamo usare anche i Vostri soldi

SABATO 10 LUGLIO 2021



Siccome nelle malefatte le nostre classi dirigenti sono sempre quelle con meno scrupoli e più mafia, partiamo dagli Interni. Poi ci sarà modo per occuparci anche degli Esteri, dove però alle malefatte degli uni rispondono le benefatte degli altri.

Suprematisti di casa nostra

Il nostro governo? Una mostruosità antitaliana e antipopolare senza precedenti, neppure nel Ventennio, che avanza come uno schiacciasassi sul popolo italiano, senza trovare l'ostacolo di un qualche masso, solo pietruzze che si levano di mezzo da sole. Riforma Giustizia, Codice Appalti, Cingolani, Colao, Bianchi, consulenti del vampiro bancario solo al comando, tratti tutti dai caveau e dalla vandea bocconiana. Una Cartabia, morfologicamente tramutazione della giraffa, ma ontologicamente transustanziata dalla belva che se la squarta, incredibilmente già presidente della Corte Costituzionale e scandalosamente ora vaticinata per l'ennesima depravazione quirinalizia. Col morganatico compare, impone al non-parlamento e alla non-opposizione sociale una riforma della giustizia, con prescrizione infinita, che sancisce l'immunità, l'impunità e la supremazia del nostro 1%. Quello che fa del suprematismo KuKluxKlan un eccesso di inclusivismo.


"Il manifesto", foglio molto covidiota che ora celebra mezzo secolo di devozione allo Stato profondo USA e che sta in piedi perché da noi, a nostra insaputa, sovvenzionato e foraggiato da spottoni di banche e multinazionali, approva, insieme alla sinistra "Magistratura Democratica", la schiforma giudiziaria e disapprova l'avvocaticchio che borbotta qualche riserva solo per tenersi buoni i suoi. Grillo, invece, di queste preoccupazioni non ne ha: uscito mezzo matto dal processo al figlio, esaltando Draghi come grillino, Cingolani come ecologo e la Cartabia come dea bendata della Giustizia, si è offerto al popolo 5 Stelle e alla Storia come uno rispetto al quale il mitico Giuda non era che uno scavezzacollo nel mitico gruppazzo del mitico Gesù.

Mafia? Zitto, l'amico ti ascolta

Avendo anticipato l'attuale sacco d'Italia, militarmente condotto tramite morbo e relativo letale rimedio, quando negli anni '90 diede il meglio di sé uccidendone l'industria manifatturiera e, poi, ammazzando la Grecia tutta, questo drago sputafiele al plurale non poteva non inserirsi nella lunga scia del modello stragista mafio-Nato-massonico che oggi costituisce il non plus ultra della democrazia occidentale. Alla mafia, sul piano pubblicistico il massimo carcinoma del paese, non ha dedicato né parola, né sguardo. Il consorzio pubblico-cosa nostra deve crescere e moltiplicarsi.


Dunque basta blocchi di ogni tipo, licenziamenti a gogò a perfezionamento del milione di nuovi poveri. Ai milioni di precari ci penserà, forse, appunto, la mafia. Quella con coppola e quella che va a Davos. Dunque Grandi Opere che squarceranno lande i cui trasporti fanno rimpiangere carrozze e muli, dunque Ponte di 6 km su aree ribollenti di scosse sismiche, dunque abolizione di vincoli, controlli, valutazioni costi-benefici per ogni appalto, dunque tubi per fossili in forma di gas a maglie strette su tutto il territorio, dunque Seveso come se piovesse.

Ecatombe da controcoso? Vai col porta a porta

Arriva il momento, storico, dell'incazzatura popolare? Non cambia niente. Ci pensa la paura del "coso" e il lavoro sugli organi compiuti dal "controcoso". Gli enti ufficiali USA e UE ammettono che si muore o ci si danneggia a vita, a forza di pere di misture sperimentali. VAERS (Washington): 2000 decessi in una settimana, 438.441 effetti avversi e 9.048 morti dal 14 dicembre. I numeri della vigilanza UE non sfigurano. Il dato che si rischia il coagulo del sangue è ormai incontrovertibile. Ma se dovesse fare più paura dell'agente patogeno conclamato da Wuhan in qua, ecco prontissimi i guardiani dei pozzi avvelenati.

Il Pentagono, reparto d'élite della Grande Cupola, ritiene che, se la FDA (Agenzia Farmaci e Alimenti) è d'accordo, si possa procedere a rendere il vaccino obbligatorio (oltre all'obbligatorietà indiretta da Certificato Verde ed esclusione sociale). Figuriamoci se la FDA, che ha fatto della popolazione mondiale cavie per esperimenti affrettati di società in predicato per miliardi di utili, non sarà d'accordo. Col Pentagono poi! L'usciere di questo ente, che è sempre pronto a incenerire il mondo (altro che cambiamento climatico!), tale Joe Biden, martedì si è affrettato a sostanziare il concetto: "Il governo federale intensifichi gli sforzi perchè tutti gli americani si sottopongano al procedimento ricorrendo al programma porta a porta". Per la verità, siamo stati noi ad anticipare questo metodo gentile con l'intuitivo Bonaccini, governatore d'Emilia: "Li andremo a prendere porta per porta". Magari accompagnati da Sardine armate e dal sorriso convincente di Eli Schlein, vice-governatrice e sinistrina collaudata.

Potevano mancare i più illustri dei nostri cerusici da schermo? Bassetti da Genova:


e Crisanti l'altro ieri, spernacchiando l'obsoleta Costituzione: "Non ti vaccini? Via la copertura sanitaria". Implicito: creperai per mancanza di cure del cancro, del diabete, di problemi circolatori, gastrointestinali. Come se non l'avessero già fatto succedere..

Kabul come Saigon

Aria mefitica. Ma un buon vento ci arriva, come spesso succede, da oriente. Nemmeno gli amerikani, che, al costo inutile di un trilione di dollari, incassano la sconfitta più disastrosa dai tempi del Vietnam, si disperano e strappano i capelli sulla fuga dall'Afghanistan, dopo 20 anni di stragi di civili, merito di un popolo in lotta, quanto si dispera, tra singhiozzi e imprecazioni, "il colonial-manifesto". I suoi due specialisti, davanti a quello che è una fantastica liberazione dal tardo, quanto sanguinario, colonialismo USA-NATO, si attaccano imploranti alle gambe dei governanti fantocci. Quei Quisling innestati a Kabul dai generali statunitensi e noti in Afghanistan, come in tutto il mondo, come la conventicola più corrotta e ladrona della storia del paese. Davanti alla travolgente avanzata dei Taliban, supplicano addirittura le ONG tossiche di Soros di restare, "a protezione delle donne, della società civile, dei diritti umani", di promuovere una "resistenza" a quelli che hanno sempre chiamato, sprezzantemente,"turbanti".

Bella nemesi della storia: i sovietici, che diversamente da Nato e Usa non erano invasori perché chiamati dal legittimo governo laico afghano a difesa contro le milizie jihadiste sostenute dagli Usa, ora, da russi, sono, quanto meno sul piano diplomatico, il principale sostegno delle forze di liberazione. E' da Mosca che la direzione dei Taliban ora detta le condizioni per trattative con il regime fantoccio.


In Siria USA, alleati e mercenari, non hanno vinto. In Iraq stanno subendo i contraccolpi, anche militari, di un popolo che non si è mai arreso, in Libia si sono fatti fottere dai turchi. In Venezuela, per quanto si diano da fare per uccidere il popolo affamandolo, il loro fantoccio Guaidò sta lì come uno spaventapasseri nel campo, al quale le cornacchie beccano perfino la paglia in testa. Senza l'arma farmaceutica-digitale, neanche le loro armate trilionarie li salverebbero dall'immondezzaio della Storia. Ma tant'è, quell'arma la Cupola glie l'ha data e molta parte del mondo gli fornisce i serventi al pezzo.

Haiti, obiettivo caos

Elementi del comando catturati

A Haiti, con Toussaint Louverture, padre della patria e liberatore nella prima rivoluzione anticoloniale nera del mondo, dei furfanti hanno ucciso il furfante numero uno. Il martirio dell'isola, disperatamente e coscientemente in perpetua rivolta, non promette di finire. Si parla di un commando di circa trenta tra mercenari colombiani e due haitiani con cittadinanza USA, riusciti a superare la fortissima guarnigione a guardia del presidente.despota Jovenel Moise. Costui era l'ennesimo efferato delinquente installato a custodia degli interessi predatori di Washington, dopo i due sanguinari Duvalier, padre e figlio e l'estromissione forzata, per due volte, dell'unico presidente democratico e rispettoso del popolo, Jean Bertrand Aristide, nel paese più povero del mondo, massacrato da una ristretta élite prona al colonialismo e, 11 anni fa, dal terremoto e, subito dopo, dal colera.


Dal paese da anni in un caos economico e sociale totale, aiutato solo dal Venezuela (ma i cui proventi Moise s'era incamerato), nel quale la fanno da padroni, accanto agli sgherri del regime, una ventina di bande criminali in competizione tra loro, sono ora emersi due "successori". Si pretendono successori un primo ministro, Claude Joseph e un medico, Ariel Henry, che si dice nominato dal presidente prima della sua uccisione.

Il fatto che alcuni dei comando siano stati arrestati nell'ambasciata di Taiwan, nientemeno, e la massiccia partecipazione di mercenari della Colombia, il paese della cocaina e della costante provocazione contro il Venezuela, con ben sette basi militari USA sul proprio territorio, indica che la mano nera degli USA sta dando le carte. Ormai le cose stanno così: dove non può vincere e occupare, l'obiettivo dell'imperialismo è la neutralizzazione mediante il caos.

Il gioco attorno al Corno

Nel Corno d'Africa, Etiopia, Somalia, Eritrea, Gibuti, angolo del mondo più strategico per gli equilibri geopolitici e geocommerciali, è difficile dare ragione agli uni o agli altri. Il mio andirivieni da quelle parti, in particolare a seguito della trentennale gruerra di liberazione degli eritrei, prima dal tiranno feudale Haile Selassiè (chissà perchè elogiato da Angelo del Boca, che peraltro detestava Gheddafi), poi dal despota filosovietico Menghistu, infine dalle aggressioni del TPLF, l'organizzazione politico militare del Tigray, al potere ad Addis Abeba prima dell'avvento di Abiy Ahmed.


Nella multietnica e multiconfessionale Etiopia, in cui le principali etnie, Oromo, Amhara e Tigrini, pur contrastandosi per la preminenza al governo, erano riusciti a convivere in un quadro federale, Abiy ha voluto centralizzare lo Stato adoperando metodi coercitivi e violenti, già culminati in massacri di Oromo, l'etnia più numerosa, ma mai giunta al potere. Guadagnatosi il Premio Nobel (che da molti anni non conferisce patenti di nobiltà, anzi) per la pace con l'Eritrea, Abiy ha annullato le varie elezioni che avrebbero dovuto formare, a partire dalle regioni autonome, il nuovo parlamento. Quando il Tigray, a nordovest, al confine dell'Eritrea, ha rifiutato il diktat e ha indetto le proprie elezioni come da costituzione, il presidente dai metodi spicci, all'inizio dell'anno l'ha invaso e occupato. L'operazione, che si è avalsa di milizie amhara e forze armate eritree, ha comportato abusi e violenze terrificanti, stragi e stupri da parte degli invasori, centinaia di migliaia di profughi e un dissidio militare anche col confinante Sudan.

Alle organizzazioni umanitarie, perfino dell'ONU, come ai giornalisti, è stato impedito l'ingresso nel Tigray, tanto che è stato paventato un vero genocidio. Ma la vittoria etiopica è stata di breve durata. Riorganizzatosi, l'esercito dell'EPLF (Forze popolari per la Liberazione del Tigray), apparso frantumato e disperso, si è riorganizzata in tempi brevissimi e, forte di una motivazione patriottica e dell'esperienza di svariati conflitti con l'Eritrea (da qui la volenterosa, per quanto cinica partecipazione eritrea a fianco di Abiy) ha ripreso la capitale Mekellè e sbaragliato sia il più potente esercito a sud del Sahara, sia le milizie eritree e amhara. Ad Abiy non è rimasto altro che dichiarare un umiliante "cessate il fuoco".

Ufficiale etiope e prigonieri

Da questa storia non esce bene nessuno dei protagonisti. Nè l'Eritrea, già segnata dalla vergognosa partecipazione all'aggressione saudita, emiratina e statunitense al poverissimo Yemen, che fu suo santuario al tempo della guerra di liberazione. Nè Il regime accentratore, guerrafondaio e senza scrupoli di Abiy, e neppure il TPLF, se non altro per i suoi lunghi anni di dominio autoritario sulle altre etnie, nè per le ripetute invasioni della Somalia compiute allora al servizio della strategia statunitense di distruzione di quel paese.


Per una valutazione degli attori esterni, data la forte presenza di investitori e operatori cinesi e russi, ma dato anche il sostanziale allineamento politico del regime con l'Occidente, fornitore di tutti i suoi armamenti, conviene aspettare ulteriori sviluppi e prese di posizione più chiare.

Il Nilo come nodo scorsoio: un po' Regeni, un po' diga

Su tutte le possibilità di crisi e di conflitto le più drammatiche rimangono quelle con l'Egitto, dato il contenzioso sulle acque del Nilo Blu che Addis Abeba, con la gigantesca diga "del Rinascimento", minaccia di ridurre, se non troncare, al paese arabo. L'Etiopia, contravvenendo a tutte le leggi e convenzioni internazionali sui diritti alle acque transfrontaliere, rifiuta ogni offerta di dialogo avanzata da Egitto e Sudan, come anche qualsiasi mediazione che non sia quella dell'Unione Africana, organizzazione sulla quale Addis Abeba esercita una incontrastata egemonia. Davanti alla minaccia della privazione del 90% del suo territorio fertile, il Cairo ha fatto ventilare l'idea disperata di un bombardamento della diga all'atto di un riempimento che significherebbe la desertificazione dell'Egitto intero. Ovviamente la ragione è dalla sua parte. Ma ci sono troppi attori esterni, a partire da Israele e USA, che non si strapperebbero i capelli a vedere un Egitto ridotto alla sete e privato del suo ruolo, sempre più indipendente e forte, di potenza regionale.

Per quanto riguarda l'informazione, basta questo: Assange lasciato morire in carcere, esattamente come il difensore della Jugoslavia e del suo popolo, Slobodan Milosevic, e Enrico Mentana e i direttori di Stampa, Corriere, Repubblica a piede libero.

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