L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 21 luglio 2021

Come negare che i Paesi con il più alto tasso di vaccinazione siano anche quelli dove sono state selezionate le varianti più contagiose del virus? Come negare che, di fronte a un virus che muta e a vaccini che non lo neutralizzano, la cosiddetta immunità di gregge sia un autentico mito? Come negare che anche i vaccinati possono continuare a trasmettere il virus?

In extremis, ovvero quando si arriva al lasciapassare

di Matus
17 luglio 2021

Per una volta, partirò da un piccolo racconto autobiografico.

Nell’estate del lontano 1990, non ancora diciottenne, mi rifiutai di presentami alla visita di leva per il servizio militare (e per quello “civile sostitutivo”). La legge prevedeva l’arresto immediato per “renitenza alla leva”. Proprio quell’estate – una prima fortuna in cui mi sono imbattuto – la legge venne modificata, di conseguenza il renitente veniva arruolato d’ufficio e denunciato a piede libero. Successivamente, venni condannato a sei mesi di carcere (pena sospesa per via della condizionale) per “renitenza alla leva”. Nel gennaio del 1991, in piena Guerra del Golfo, venni chiamato dal Ministero della Difesa a svolgere il servizio militare in una caserma in quel di Casale Monferrato. Non presentandomi, fui denunciato per “mancanza alla chiamata”. Altro “invito”, altro rifiuto. E nuova denuncia, questa volta per “mancanza alla chiamata aggravata”. Al terzo rifiuto, cambiò il reato: “diserzione”. Tra vari rinvii e i diversi gradi del procedimento, passò una decina di anni prima di venir condannato a un anno di carcere militare.

Mentre ero uccel di bosco per essermi sottratto al mandato di cattura, venne abolita – una seconda fortuna per me, ma non si può certo dire lo stesso per l’opposizione alla guerra – la leva obbligatoria, con conseguente abrogazione dei procedimenti penali a carico di mancanti alla chiamata, disertori o obiettori di coscienza all’obbligo militare (e “civile sostitutivo”).

Storia nella storia. Per una ventina d’anni, a chi rifiutava l’obbligo di leva si aprivano tre strade: o rendersi irreperibile fino al quarantacinquesimo anno di età, o finire in carcere militare per circa un anno in quanto “obiettore”, oppure entrare e uscire di galera per “diserzione” fino al compimento dei quarantacinque anni (a meno che lo Stato non si stufasse prima di fare processi). A decidere se si trattava di “obiezione” o di “diserzione” erano i giudici dei tribunali militari. Nel 1993, una sentenza della Corte Costituzionale stabilì che non si poteva essere condannati più di tre volte e comunque a pene che non potevano superare complessivamente l’anno di carcere. Si tratta della “sentenza Cospito”, perché fu pronunciata dopo che il disertore anarchico Alfredo Cospito intraprese dal carcere militare uno sciopero della fame che superò i cinquanta giorni. A fare la scelta dell’“obiezione totale” – si chiamava anche così – non fummo mai più di qualche decina contemporaneamente. A rifiutare anche la visita di leva, fummo, come compagni anarchici, in quattro. Ma tutto il “movimento” appoggiava tale scelta. Perché ricordo tutto ciò? Non solo perché è un pezzo importante della mia vita – e dell’opposizione al militarismo in questo Paese –, ma per ragioni di stretta attualità.

Riprendendo un’espressione già usata da qualcun altro, abbiamo definito “campagna militar-vaccinale” la sperimentazione biotecnologia (e politica) in corso. Che le metafore belliche impiegate fin dall’inizio dell’Emergenza avrebbero avuto degli effetti sociali ben concreti era piuttosto evidente. Così, dopo l’impiego dei militari per effettuare i tamponi, è arrivata la misura del coprifuoco. A coordinare la vaccinazione di massa – coronamento dell’Emergenza e insieme terreno per un’ulteriore fuga in avanti dell’ingegneria genetica e della biomedicina – è stato nominato un generale della NATO. Sui giornali, in televisione, alla radio coloro che non si vaccinano vengono definiti “renitenti” (ultimamente anche “irriducibili”) a cui dare la “caccia”. E cosa succede al o alla renitente che continua a mancare alla chiamata? Diventa un disertore a tutti gli effetti. Se lavora nella Sanità può essere sospeso senza stipendio (questo in Italia, per il momento unico Paese in Europa, ma un provvedimento simile è in corso di introduzione anche in Francia). Laddove la sospensione rischia di provocare problemi logistici e di servizio (per l’alto numero di renitenti, già mancanti alla chiamata e pronti a farsi disertori), si colpiscono coloro che si sono esposti con prese di posizione pubbliche. Se in Italia all’epoca gli obiettori totali finivano in carcere, non così nei Paesi Baschi, dove gli insumisos erano un migliaio (molti di loro rifiutavano il servizio militare perché non volevano essere arruolati nell’esercito spagnolo).

In Francia – ma decreti simili esistono già in Grecia, Portogallo, Irlanda, Austria, Cipro, Lituania, Lussemburgo, Danimarca e in alcuni Land della Germania – il presidente Macron ha annunciato che nei bar, ristoranti, stadi, piscine, teatri, negozi di parrucchieri, sugli aerei e persino sui treni si potrà accedere solo con il lasciapassare sanitario. La misura ha lo scopo dichiarato di costringere in modo indiretto a vaccinarsi i milioni di persone che non lo hanno fatto. In Italia – da sempre capofila per quanto riguarda le misure repressive – si è già aperto il “dibattito”, con le star della virologia da televisione che si sono dette subito favorevoli a questa nuova stretta (qualcuno si spinge addirittura a chiedere il vero e proprio confinamento dei non vaccinati “se il numero dei contagi dovesse aumentare”). Mentre i partiti “si dividono” (la più poliziotta è come sempre la “sinistra”, mentre a evocare Orwell sono i “post-fascisti”, ai quali risponde un noto virologo televisivo – e certo democratico – ricordando loro che a introdurre le vaccinazioni obbligatorie fu Mussolini…). Il giornalista – che ha ben capito che cos’è la tecnocrazia – commenta: «Al di là delle divisioni tra i partiti, se i contagi dovessero aumentare, il lasciapassare per bar e treni scatterebbe in automatico». Proprio così: «in automatico», perché è la Macchina che decide. La politica è mero teatro delle ombre.

Siamo alle porte dell’apartheid tecno-medico.

Walter Benjamin faceva notare a suo tempo che il capitalismo è una vera e propria religione, ma una religione soltanto “cultuale”, priva di dottrina. Anche a voler trascurare quel piccolo dettaglio che è la natura sperimentale, biotecnologica e nanotecnologica, di questi vaccini, non si può fare a meno di osservare come il mantra sulla vaccinazione abbia davvero qualcosa di “stregonesco”: un gesto cultuale, privo di qualunque dottrina. Come negare che i Paesi con il più alto tasso di vaccinazione siano anche quelli dove sono state selezionate le varianti più contagiose del virus? Come negare che, di fronte a un virus che muta e a vaccini che non lo neutralizzano, la cosiddetta immunità di gregge sia un autentico mito? Come negare che anche i vaccinati possono continuare a trasmettere il virus? Non serve né si può, evidentemente, contrapporre dottrina a dottrina. Ciò che serve è tetanizzare le coscienze oscillando tra il sortilegio (se non ti vaccini, non uscirai dal tunnel) e la minaccia (se non ti arruoli, ti renderemo la vita impossibile). D’altronde, che “dottrina” c’era a giustificazione del coprifuoco? In Emergenza è prevista una sola risposta (anche se articolata in diversi gesti cultuali), facile e spensierata: Signorsì.

Quello che si sperimenta oggi, varrà per le prossime Emergenze (sanitarie, climatiche, politiche, militari…). Se il lasciapassare ha la funzione immediata di rendere dei paria e dei “clandestini” i non vaccinati – e di scaricare su questi ultimi il palese fallimento della campagna vaccinale nel “contenere il virus” –, esibire un certificato digitale ogni volta che si prende un treno o si entra in un determinato posto renderà ogni spostamento tracciabile. Non serve un disegno per capire le conseguenze che un simile controllo avrà sulle lotte (e sulle inchieste poliziesche: se già ora non avere un cellulare o tenerlo spento è un indizio di colpevolezza, figuriamoci quando sempre più attività e spostamenti saranno subordinati al suo possesso e utilizzo). La divisione sociale tra “responsabili” e “irresponsabili” – imposta da un sistema che attacca quotidianamente la salute e la vita di milioni di persone! – è una gabbia per gli uni e per gli altri, a miglior gloria di sua Maestà lo Stato. E i “grandi eventi” di “movimento”? Si accetterà il “green pass” all’entrata per avere le autorizzazioni? Con che forza e con argomenti si opporranno gli organizzatori di festival e concerti, dal momento che non hanno detto nulla contro questo ed altri strumenti di controllo imposti in nome dell’Emergenza?

Mentre è per me fonte di sincero sbalordimento che anche in ambito “antagonista” ci siano idee su salute, malattia, medicina simili a quelle che promuove un generale NATO (ma dico: non vi fa tremare i polsi questa coincidenza?), sarà il caso e il tempo di parlarsi fuori dai denti. Se già la generale indifferenza rispetto all’obbligo vaccinale per i sanitari è stato un pessimo segnale, il silenzio di fronte al lasciapassare (il passo successivo è la segregazione vera e propria dei renitenti) diventa ora a tutti gli effetti complicità: il naufragio di ogni più elementare idea di libertà, per difendere la quale non serve alcuna “competenza”.

Per quanto mi riguarda, sono stato renitente, mancante alla chiamata, disertore più di trent’anni fa. Certo non obbedirò a un generale oggi. Che c’entra?, mi dirà qualcuno. C’entra, eccome. Non sono un figliuolo dello Stato, della Scienza e del Capitale. Non sono un soldato. Non sono una cavia. Non sono un corpo da riprogrammare. Non sono una macchina.

Nessun commento:

Posta un commento