L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 15 luglio 2021

E' una pandemia del piffero se per ogni cosa mi imponi il tampone farlocco a 20 euro cadauno, la chiamerei più speculazione, più tangente che malattia. E se poi in alternativa mi imponi il vaccino sperimentale di massa il cerchio si chiude

SPY FINANZA/ Le manipolazioni pericolose su Covid e inflazione

Pubblicazione: 15.07.2021 - Mauro Bottarelli

Il Covid come l’inflazione sono manipolabili e declinabili in base alle necessità di Banche centrali e Governi. Occorre però stare attenti

Emmanuel Macron, Presidente Francia (LaPresse, 2021)

Se Cristo si è fermato a Eboli, la realtà deve essersi smarrita da qualche parte nei dintorni di Ventimiglia. Perché mentre Emmanuel Macron parlava in diretta tv alla nazione, imponendo di fatto la vaccinazione obbligatoria per poter compiere liberamente le azioni più comuni del vivere quotidiano (oltre a rendere noto al personale sanitario no-vax che entro il 15 settembre la mancata immunizzazione avrebbe coinciso con sospensione e perdita dello stipendio), per le strade di Roma assistevamo a un esperimento di contagio di massa a cielo aperto al seguito del pullman della Nazionale di calcio.

Ora, lo ripeto per l’ennesima volta: non sono un virologo. Ma i numeri parlano chiaro. Ovunque. Stranamente, anche nell’America dei miracoli vaccinali di Joe Biden: contagi raddoppiati nelle ultime tre settimane, è notizia di ieri. Quindi ci andrei piano con certe prese di posizioni rispetto a termini come allarme, fobia, isteria e sottovalutazione: se nemmeno l’Oms ha dimostrato di capirci nulla, forse non sarà chi scrive su un sito e su un giornale a potersi intestare la verità rivelata.

Occorrerebbe un po’ di cautela. E di rispetto per gli oltre 100.000 morti pianti da questo Paese da inizio pandemia, oltre a chi – pur guarito – ancora ne porta addosso i segni fisici e psicologici. C’è tanta voglia di normalità, lo capisco. Il problema è che sta prevalendo la voglia di fatturazione. E in molti casi, sempre dati storici di questo Paese alla mano, di incasso in nero. Signori, siamo di fronte a una pandemia senza precedenti: se occorre chiudere di nuovo, si chiude. Punto. Non è colpa di nessuno, tantomeno della Cina. Visto che se davvero ci fossero le famose prove contro Pechino e il laboratorio di Wuhan, avremmo edizioni speciali della maratona Mentana in onda non-stop e il Consiglio di sicurezza dell’Onu riunito in seduta permanente. Non esistono prove. Per la semplice ragione che in quel laboratorio sicuramente si è giocato a fare Dio e con finalità spesso legate non alla ricerca scientifica ma di warfare batteriologico, ma dietro c’erano tutti: i cinesi, certo. Ma anche ricercatori e soprattutto finanziamenti francesi e americani.

Se davvero Wuhan è stato l’epicentro doloso della catastrofe, non lo sapremo mai. Perché sono troppe le impronte digitali lasciate da insospettabili. Non a caso, notate come le campagne contro la Cina vadano a ondate: durano una settimana o due, sciorinando idiozie sesquipedali tanto per offrire materiale acchiappa-lettori alla stampa e poi scompaiono nel nulla per un mese o due. Un po’ poco credibile come presunta pistola fumante, non vi pare? Per questo parlo di Ventimiglia come immaginario e simbolico spartiacque fra due mondi: da un lato del confine di Stato, abbiamo un presidente che entra in tackle scivolato addirittura sui diritti fondamentali delle persone, imponendo di fatto il vaccino di Stato per andare al bar, al ristorante o addirittura godere del principio di libera mobilità del treno. Dall’altro, scene di giubilo di massa senza mascherine per una coppa e un ministero della Salute che tace, imbarazzato e imbarazzante, lasciando al sedicente comitato scientifico nazionale il compito di sparacchiare numeri e mezze minacce di ritorno alla zona gialla. A caso, tanto per pararsi le terga verso l’opinione pubblica.

Ieri, poi, la perla finale dello scaricabarile del Prefetto di Roma contro la Figc: la parata della Nazionale per le vie della Capitale era stata vietata, sono stati violati i patti. L’Italia al suo meglio. In mezzo, ordine sparso. Nessuno – ripeto, nessuno – sa se la variante Delta possa essere davvero pericolosa a livello di ospedalizzazioni e decessi, una volta divenuta prevalente nella società. Certamente, pare evidente come sia terribilmente contagiosa: in Olanda, +600% in una settimana, tanto da aver costretto il Premier Mark Rutte a chiedere pubblicamente scusa ai propri connazionali per la fretta nel riaprire tutto. Io rifletterei di fronte a un gesto simile, non fosse altro perché non è stato compiuto dal primo ministro di un Paese cicala che non può permettersi chiusure ulteriori: L’Aja è capofila dei cosiddetti falchi in sede europea e certamente non necessita della Bce e dell’allarme permanente per gestire il proprio debito pubblico.

Che la pandemia si sarebbe tramutata in endemia l’ho scritto mesi fa, prima ancora che la variante Delta (o la Lambda sudamericana, quella che dopo l’estate potrebbe inferire il colpo finale agli Stati del Sud statunitense, quelli meno vaccinati in assoluto) facesse la sua comparsa. Troppo comodo l’allarme permanente per le Banche centrali e i governi maggiormente indebitati: lo sappiamo tutti, ormai le mosse e le dichiarazioni delle parti in causa quasi lo ammettono implicitamente. Resta il fatto che alla base di tutto c’è un allarme reale: nessuno sa nulla di questo virus, si va per tentativi. E sinceramente, la cosa non tranquillizza. A quel punto, forse meglio l’approccio alla Macron, però. Perché appare più saggio stringere troppo che applicare la norma del liberi tutti, quantomeno di fronte a un nemico invisibile e che sta dimostrando di riuscire a farsi beffe anche dei vaccini.

E per favore non fatevi irretire dalla retorica di chi grida alla deriva da Grande fratello e alla violazione della privacy, visto che quest’ultima finisce letteralmente nel gabinetto ogni volta che acquistate anche soltanto un paio di mutande on-line. E la riprova concreta di ciò che dico è fornita plasticamente dai pop-ups profilati in base a quell’acquisto che vi appaiono di default a ogni successiva navigazione. È la stessa logica che sta alla base dell’allarme inflazione, altro totem che quando mi permisi di lanciare mesi fa fu oggetto di scherno. Ora non ride più nessuno. Anzi, il numero di saltatori sul carro della cronaca con le loro dotte analisi del fenomeno cresce di giorno in giorno. L’inflazione era transitoria, quindi non c’era da preoccuparsi. Ora è diventata transitoria ma con un trend sopra la media storica e le attese. Quando diventerà davvero troppo?

Quasi certamente, mai. Perché l’inflazione presuppone la fine immediata delle politiche espansive, a meno che non si voglia dare credito alle moderne teorie monetarie degli apostoli dell’emissione obbligazionaria a getto continuo come via per l’autarchica redenzione. Non a caso, la Fed ha pubblicamente sconfessato quel criterio come unico elemento valutativo per le proprie scelte di politica sui tassi: occorreva invece guardare al tasso di occupazione, da riportare ai livelli pre-Covid prima di qualunque intervento. Ma anche qui, la possibilità di manipolazione è altissima: se infatti ancora oggi circa 14 milioni di americani dipendono da un qualche programma di sostegno federale o statale, come andrà interpretato il gap che si verrà a creare giocoforza dopo il 6 settembre, data in cui ufficialmente termineranno tutti gli schemi di supporto al reddito e alla disoccupazione?

L’importante è evitare come la peste la realtà e le certezze, puntare tutto sull’interpretazione. D’altronde, soltanto martedì Christine Lagarde ha definito il nuovo Pepp che nascerà il prossimo 22 luglio alla riunione del board Bce come persistente. E non lo ha fatto parlando con un’amica di fronte a un caffè, bensì con il Financial Times. Salvo lanciarsi subito in una bella interpretazione: quel termine va inteso come una rottura storica rispetto ai precedenti di chiusura prematura del ciclo di politiche espansive. Insomma, tutto e niente. Nel frattempo, però, con un blitz sostenuto proprio dal rinnovato allarme pandemico, la numero uno Bce ha annunciato appunto la revisione della forward guidance e la trasformazione del Pepp in un veicolo differente ma destinato a restare operativo. Di fatto, sconfessandone la natura temporalmente limitata ed emergenziale.

Insomma, il Covid come l’inflazione sono manipolabili e declinabili in base alle necessità di Banche centrali e Governi. Occorre però stare attenti, con entrambi. Perché se il primo può uccidere subito, la seconda appare più subdola ma non meno letale, quantomeno se combinata con la bassa crescita. Stagflazione, per capirci. Eviterei, quindi, eccessi di sicurezza nel definire allarmismi immotivati quelli che circolano in Europa e nel mondo, in queste ore. Perché se anche sottendono finalità altre, lo fanno in base a un’emergenzialità di fondo reale. E io, in coscienza, non me la sento di giocare con un qualcosa che ha reclamato solo in questo Paese oltre 100.000 vite. Con buona pace di ristoratori e gestori di impianti balneari.

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