L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 4 luglio 2021

Euroimbecilandia è tesa a guardare il proprio ombelico, la Francia non ha più le forze economiche per sostenere la rapacità e le rapine nel Maghreb, si aprono spazi e Turchia Russia Cina li occupano


2 LUGLIO 2021

Il Maghreb non è più un affare solo europeo. O meglio: ci sono tre nuovi attori che stanno gradualmente estromettendo la storica influenza che Francia e altre potenze affini avevano sempre avuto sull’Africa nord-occidentale. Dalla Mauritania al Marocco, dalla Tunisia alla Libia, passando per l’Algeria, è sempre più marcata e forte la presenza di Cina, Russia e Turchia, Paesi che hanno fatto capolino nella regione soltanto da pochi anni o decenni.

Sia chiaro, Pechino, Mosca e Ankara operano ciascuno seguendo il proprio modus operandi e nell’intenzione di conseguire obiettivi tra loro differenti. Tuttavia, la conseguenza della loro presenza nel Maghreb è la stessa: la creazione di relazioni diplomatiche alternative ai tradizionali legami vigenti tra i Paesi nordafricani e quelli europei, con l’inevitabile eclissi del coinvolgimento di questi ultimi dalle vicende locali. È così che si stanno formando inedite sfere di influenza e canali economico-commerciali fino a poco fa inesistenti.

Come ha sottolineato Asia Times, nel corso degli ultimi anni il Maghreb si è trasformato in un campo sempre più affollato. A rimetterci, in primis, la Francia. A causa delle sue vicissitudini storiche, Parigi aveva radici piuttosto profonde nella regione, soprattutto a cavallo tra Algeria e Tunisia. Eppure, l’ombra francese è a sua volta oscurata da ombre ancora più grandi.
Il Maghreb tra passato, presente e futuro

Il braccio di ferro in corso nel Maghreb coinvolge più campi, e non riguarda soltanto l’influenza politica ma anche la distribuzione di armi, soldati e perfino il commercio. E pensare che dal XIX secolo in poi praticamente tutta l’Africa nord-occidentale è stata dominata dalle potenze coloniali europee. La Francia aveva piantato le sue bandierine in Tunisia e Algeria, oltre che in Marocco, in condivisione con la Spagna; più tardi fu la volta dell’Italia, che virò sulla Libia. Tra gli anni ’50 e ’60, in seguito a varie guerre di indipendenza, i Paesi dominati dai governi stranieri riuscirono a ottenere la tanto agognata libertà.

Ciò nonostante i legami con le ex potenze coloniale rimasero stabili per molti decenni a venire. Tanto è vero che nel 2019 Francia, Italia e Spagna erano ancora i primi tre partner commerciali di Algeria, Marocco e Tunisia, mentre l’Unione europea poteva vantare più della metà di tutti gli scambi nel Maghreb. Impossibile, poi, ignorare le relazioni culturali: moltissimi cittadini francesi, ad esempio, sono di origine maghrebina così come la lingua francese è ancora parlata in Algeria, Tunisia e Marocco.

Quanto appena scritto vale per il passato e per una parte del presente. Il futuro potrebbe però essere completamente diverso. In seguito alla crisi economica che ha colpito l’Europa e al progressivo disinteressamento degli Stati Uniti nei confronti dell’Africa, i Paesi del Magrheb hanno iniziato a tessere nuove trame. Poiché Bruxelles non riesce a colmare il vuoto lasciato da Washington – per motivi economici, ma forse anche di strategia politica – ecco che si sono create praterie per Cina, Russia e Turchia. Ben felici di espandere la propria influenza in un’area strategica, per giunta a ridosso del Mar Mediterraneo.

Cina, Russia e Turchia: i nuovi attori

Prendiamo la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Dal punto di vista militare Ankara può dire la sua in Libia e ha truppe dispiegate sul campo in quel di Tripoli; nel commercio, imprese e prodotti turchi stanno guadagnando terreno in Algeria, Marocco e Tunisia. Poi c’è la politica: uno dei più grandi partiti della Tunisia, L’Ennahda Party, sarebbe legato ai Fratelli Musulmani, a sua volta sostenuto da Ankara. Infine il soft power: sempre più forte il potere morbido turco, grazie alla diffusione di serie Tv e scambi educativi.

Passiamo adesso alla Russia. Anche Mosca è un importante attore militare in Libia, nonché uno dei principali fornitori d’armi dell’intera regione. I russi sono coinvolti nel settore energetico algerino grazie ai colossi Gazprom e Lukoil e, in generale, hanno guadagnato potere morbido in tutta l’area grazie a una embrionale diplomazia dei vaccini. Basti pensare che Algeria e Tunisia non solo hanno dato il via libera all’utilizzo dello Sputnik, ma auspicano pure di produrre il vaccino anti Covid in loco.

Più complesso il dossier in mano alla Cina. Pechino ha investito molto nella diplomazia dei vaccini, visto che il Dragone ha inviato nel Maghreb un bel po’ di dosi Sinopharm. Dopo di che, i governi locali apprezzano particolarmente l’appoggio cinese, visto che la Cina, al contrario dell’Europa, non parla di diritti umani né critica i governi non democratici. È anche per un motivo del genere che il gigante asiatico ha aumentato la quantità di investimenti nell’area. I più importanti? La Grande Moschea di Algeri (1 miliardo di dollari) e il ponte Rabat-Sale in Marocco (32,5 milioni di dollari), rispettivamente la moschea più grande in Africa e il ponte più lungo del Continente Nero. Dulcis in fundo, il Maghreb interessa alla Cina anche per via della Belt and Road Initiative. Il motivo è semplice: per collegare le rotte commerciali cinesi all’Europa mediante l’Africa, non esiste punto d’appoggio migliore dei Paesi situati lungo la costa nord-occidentale del continente. Vale a dire proprio il Maghreb.

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