L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 17 luglio 2021

Fette consistenti degli abitanti delle banlieue preferiscano il crimine alla legalità. La sharia entra come nel burro nel tessuto sociale francese determinato dalle regole del capitale che cerca solo profitti plasmando le società solo in funzione di questi


15 LUGLIO 2021

Giovani, arrabbiati, emarginati, nati e cresciuti nelle banlieue, stregati dall’islam radicale e con alle spalle dei trascorsi in carcere che li hanno trasformati da delinquenti comuni a sanguinari terroristi pronti ad uccidere, e a farsi uccidere, nel nome del Jihad armato. Quello di cui sopra è l’identikit del terrorista islamista medio di Francia: un criminale abbandonato a se stesso, dunque psicolabile, che in cella, più che un’opportunità di correzione, ha trovato corruzione.

Le prigioni dovrebbero essere dei luoghi di recupero, ma nel caso in questione, il caso della Francia, la storia recente ha mostrato e dimostrato innumerevoli volte come siano anticamere di radicalizzazione religiosa e bacini di reclutamento per le organizzazioni terroristiche. Perché da Cherif Kouachi (strage di Charlie Hebdo) ad Amedy Coulibaly (assalto all’Hypercacher del 2015), passando per Mehdi Nemmouche (sparatoria al museo ebraico di Bruxelles del 2014) e Mohammed Merah (Tolosa 2012), l’origine del male è sempre la stessa: la permanenza in carcere.

Il fenomeno in numeri

Le forze armate sono irrequiete, il lepenismo non è mai stato così popolare come negli ultimi anni ed Emmanuel Macron, liberale redento, si trova costretto a stuzzicare l’elettorato di destra per aumentare le probabilità di una riconferma all’Eliseo alle presidenziali in dirittura d’arrivo. Il motivo alla base dei tre eventi è uno: la questione sicurezza.

Uomini in divisa e civili chiedono all’Eliseo di trovare una soluzione definitiva ai problemi della Repubblica, le cui periferie stanno cadendo una dopo l’altra sotto il controllo dell’alleanza profana tra narco-banditismo e islamismo e i cui centri storici vengono insanguinati a cadenza periodica da sciami impazziti di attentati terroristici – l’ultimo in ordine cronologico ha avuto luogo lo scorso ottobre.

Problemi gravi, quelli della Francia, che in assenza di rimedi permanenti non potranno che moltiplicarsi, alla luce di tendenze demografiche ed infiltrazioni malevoli dall’esterno, e la cui vastità può essere compresa soltanto dando uno sguardo ai numeri relativi al narco-banditismo, alle violenze anti-poliziesche, alla frequenza degli attentati, alla radicalizzazione religiosa, alla penetrazione islamista nelle forze armate e alla situazione carceraria. Per quanto concerne quest’ultima, le cifre sono indicative del fallimento del modello di integrazione basato sull’assimilazionismo e della necessità di nuove visioni:
  • I musulmani costituiscono circa il 9% della popolazione totale francese, ma sembra che rappresentino stabilmente il 60% della popolazione carceraria sin dai primi anni Duemila. Dal momento che il governo francese non raccoglie dati sull’identità etno-religiosa dei detenuti – le percentuali vengono calcolate a partire da indicatori anagrafici e di altra natura (come la partecipazione al Ramadan) –, le stime differiscono: le più ottimistiche riducono quel 60% ad un 40-50%, mentre le più pessimistiche lo elevano ad un 70-80%. In entrambi i casi, comunque, trattasi di una sovrarappresentazione statistica di proporzioni elefantiache che illustra con magniloquenza la gravità del problema (mancata) integrazione.
  • Nelle carceri francesi, attualmente, si contano 505 detenuti condannati per reati di terrorismo islamista, ovvero un sesto di tutti i reclusi per terrorismo in Europa – seguono, in ordine, la Spagna (329), il Regno Unito (238) e il Belgio (136).
  • Poco meno della metà dei 505 terroristi di cui sopra – 250 – rivedrà la luce del Sole e della libertà fra quest’anno e il 2022 per via dell’imminente fine pena.
  • Oltre all’esercito dei Cinquecento, le autorità stanno sorvegliando 702 detenuti che, incarcerati per reati di criminalità comune, con lo scorrere del tempo hanno cominciato a manifestare sintomi di radicalizzazione religiosa.

Cosa sta facendo l’Eliseo?

Monitorare tutti non è possibile, perché manca il personale, così come non è possibile isolare i radicalizzatori dal resto dei detenuti, perché le condizioni di sovraffollamento in cui versa la stragrande maggioranza delle carceri francesi non lo consentono. Due ostacoli, quelli del monitoraggio impossibile e dell’isolamento inattuabile, che le autorità carcerarie hanno provato e stanno provando ad aggirare in due maniere: programmi di de-radicalizzazione a pena scontata e invio di imam dietro le sbarre.

Ciò che l’Eliseo sembra non capire, però, è che il problema richiede una soluzione a monte. Non va combattuta soltanto la radicalizzazione in carcere: va impedito che fette consistenti degli abitanti delle banlieue preferiscano il crimine alla legalità. Perché i predicatori dell’odio si nutrono della rabbia che i detenuti serbano nei confronti di una società che li ha allevati a malincuore, allattandoli con latte acerbo in quartieri-dormitorio privi di servizi e orizzonti.

La Francia è chiamata al redde rationem con se stessa, integrando laddove ha finto di assimilare per sessant’anni e ascoltando laddove ha ignorato i lamenti che le banshee delle banlieue avevano cominciato ad emettere negli anni Novanta. La Francia, in breve, è chiamata ad integrare i figli della Repubblica che chiedono piena inclusione, ad ascoltare il malessere dei dimenticati delle periferie e ad applicare la tolleranza zero nella lotta all’islam radicale. Ma, soprattutto, la Francia è chiamata a superare il fallimentare modello banlieue, che tutto è – abbandonismo, classismo e segregazione trasversale (economica, etnica, spaziale) – meno che assimilazionismo.

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