L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 12 luglio 2021

Fuga senza onore, MAI essere amico degli Stati Uniti, tradiscono

11 luglio 2021
Americana

La newsletter sugli Stati Uniti a cura di Alessio Marchionna

Una lattina di Rip It, bevanda energetica molto diffusa tra i soldati statunitensi che combattevano in Afghanistan. (Kiana Hayeri, The New York Times/Contrasto)


I resti di un fallimento La settimana scorsa le truppe statunitensi hanno lasciato la base aerea di Bagram, il centro per le operazioni militari contro i taliban in Afghanistan. Gli ultimi soldati se ne sono andati in modo molto diverso da com’erano arrivati, vent’anni fa: di notte, dopo aver staccato la corrente e senza nemmeno avvisare l’ufficiale afgano che prenderà il comando della base. Mentre gli americani se ne vanno dalla porta di servizio, i taliban guadagnano terreno, i soldati dell’esercito afgano disertano e il governo sostenuto da Washington sembra vicino al collasso.

La storia di quella striscia di terra non lontana da Kabul racchiude tutti i traumi dell’Afghanistan degli ultimi decenni. Costruita a metà del secolo scorso, negli anni ottanta diventò un punto d’appoggio fondamentale per le operazioni dei sovietici contro i mujahideen. Dopo che Mosca si ritirò, nel 1989, la base fu distrutta negli scontri tra i taliban, che controllavano il sud del paese, e i combattenti dell’alleanza del nord, che operavano sulle montagne settentrionali. Gli Stati Uniti se ne appropriarono dopo aver invaso il paese, nel 2001, e per alcuni anni la usarono come luogo dove imprigionare – e torturare, come avrebbe ammesso poi Barack Obama – sospetti terroristi. Mentre la presenza statunitense e della Nato cresceva, la base diventava sempre più grande. I presidenti statunitensi la visitavano spesso per risollevare il morale delle truppe – Donald Trump ci è andato per la festa del ringraziamento del 2019 – e ogni tanto ci capitava anche qualche personaggio famoso: Jay Leno, Kid Rock, Robin Williams.

Oggi non solo la base, ma tutto quello che c’è intorno, mostra l’eredità fallimentare che gli Stati Uniti lasciano all’Afghanistan. Il New York Times racconta che a poche centinaia di metri da Bagram le strade polverose pullulano di piccoli negozi in cui sono in vendita oggetti appartenuti ai soldati statunitensi, che gli afgani hanno raccolto per strada o recuperato dalla spazzatura. Un’economia locale che dipende dai rifiuti abbandonati da una superpotenza in fuga. Ogni oggetto racconta una storia.

“Sul davanzale all’ingresso del negozio del signor Gulzada c’è una lattina di Rip It, una bibita ad alto contenuto di zuccheri e caffeina che ha tenuto svegli migliaia di soldati statunitensi durante i turni di pattuglia. È in vendita a 120 afghani (la moneta locale), che corrispondono a un dollaro e mezzo. Un prezzo così alto si spiega con il fatto che dopo l’invasione statunitense del 2001 i giovani afgani hanno sviluppato una passione per le bevande energetiche”.

Sul pavimento del negozio c’è un laccio emostatico da combattimento, che i soldati e i contractor feriti dalle bombe o dai proiettili usavano per bloccare le emorragie (almeno ventimila soldati statunitensi sono rimasti feriti in Afghanistan). Gulzada li vende a 25 centesimi in meno rispetto alle lattine Rip It. Questo articolo interessa soprattutto i medici afgani, che lo comprano insieme alle barelle pieghevoli usate dagli statunitensi per trasportare i morti e i feriti.


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