L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 10 luglio 2021

Gli statunitensi hanno perso il senso e il senno, fuori da qualsiasi realtà

Fuga dall’Afghanistan e operazione Arpa birmana: il declino dell’occidente



Si potrebbe dire che l’Occidente è impazzito o meglio sono impazzite le elite che detengono il potere reale attraverso il sempre più labile schermo delle ritualità democratiche: la loro totale incapacità di abbandonare la vecchia mentalità del dominio e la strategia imperniata sugli atti di forza, unita all’impossibilità intrinseca del neoliberismo di ricercare armonia e cooperazione, ne stanno erodendo la credibilità e le possibilità di successo. Eppure non c’è modo di togliere dalla testa delle classi di comando, di fatto tutte americane, questo modus operandi anche in mondo profondamente mutato da quello in cui esso si è sviluppato. La situazione parallela e antitetica insieme di Afghanistan e Birmania ne sono un esempio perfetto (scusate se uso Birmania, ma mi viene più facile e poi è il nome popolare del Paese: Myanmar è un nome artificiale dato dalla giunta militare nel 1988) . Gli Usa escono totalmente sconfitti da un conflitto nel quale il “nemico” ovvero i talebani controlla ormai l’85% del territorio e si avvicina sempre più a Kabul e a Kandahar, la città fondata da Alessandro Magno (Iskandar in persiano) stringendole dentro un assedio che in realtà nessuno vuole salvo Washington il cui interesse è rallentare al massimi i tempi della sconfitta perché non sembro tale: è solo questione di tempo, probabilmente solo di mesi per vedere l’ultimo elicottero che lascia il Paese come a Saigon e del resto basta vedere come gli Usa abbiano già abbandonato di notte e alla chetichella la base aerea di Bagram, teatro anche di torture e prigionia, per toccare con mano questa epopea in negativo. Può anche darsi che la fine definitiva dell’conflitto sia ancora più vicina del prevedibile visto che i talebani hanno invitato per fine luglio il governo di Kabul a una trattativa generale per arrivare alla pace. E sarebbe davvero il colmo scoprire che sono proprio i vassalli degli Usa i più interessati ormai a fare la pace.

La sconfitta è totale, ma anche clamorosa perché nel frattempo l’Afghanistan è diventato ,lo spazio essenziale per il corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) da 62 miliardi di dollari, uno dei progetti di punta della via della seta che implica la costruzione dell’autostrada Kabul – Peshawar e quella dell’aeroporto ultra-strategico di Tashkurgan vicino aull’autostrada del Karakorum nello Xinjiang, a soli 50 chilometri dal confine pakistano e vicino anche all’Afghanistan, nonché al porto di Gwadar in Belucistan. Pechino ha perfettamente compreso ciò di cui ha bisogno l’Afghanistan non di bombe e discorsini political correct, ma strade, elettricità, cure mediche, fabbriche, telecomunicazioni e istruzione. E le darà in cambio della stabilità e della fine delle turbolenze jahdiste al confine con lo Xinjiang, mettendo così fine alla balla uigura. Sarà affascinante vedere come Cina, Pakistan, Iran, Russia e persino India riempiranno il vuoto nell’era post-Guerra eterna in Afghanistan. È molto importante ricordare che tutti questi attori, più i centroasiatici, sono membri a pieno titolo della Sco ( Shanghai Cooperation Organization). A quel punto e ancora una volta gli Usa e l’Occidente potranno solo minacciare con le bombe che partono da qualche emirato corrotto, come del resto ha fatto sapere Biden o meglio chi per lui.


Ma mai imparare la lezione e ora tutto questo si sta spostando in Birmania, anche se la stampa occidentale ne parla poco e fino alla primavera scorsa ha cercato di minimizzare per quanto possibile. Dunque adesso si sta creando una guerra civile in Birmania portata avanti da diversi gruppi armati etinci, alcuni, come il Kndo, sostenuti e organizzati dagli Usa da anni e altri di più recente creazione il cui scopo finale e soltanto impedire che l’attutale governo o anche governi alternativi a questo, conservino il controllo del territorio: solo con una balcanizzazione o libizzazione del Paese gli Usa possono sperare di sottrarlo all’influenza cinese visto che comunque non offrono o non vogliono offrire investimenti alternativi rispetto a quelli di Pechino. Interessante è notare come i campioni di un’ideologia che si vuole senza confini, senza discriminazioni, senza identità scelga sempre l’elemento etnico, ovvero quello esattamente contrario all’ideologia di facciata, per le sue operazioni di dominio. Comunque a meno di non tentare una palese occupazione del territorio che farebbe perdere agli americani qualsiasi residua simpatia in Asia. Ma prima o poi anche il terrorista prezzolato si accorge che tutto questo è privo di senso e di scopo, prima o poi anche il signore della guerra capisce che il controllo di un territorio impoverito lo rende un temporaneo padrone del nulla e si rivolgerà altrove. Anche qui si sente già da ora l’odore di una sconfitta.

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