L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 14 luglio 2021

Il Casinò di Wall Street TREMA in arrivo meno soldi per giocare con la fine del Quantitative Easing e il rialzo dei tassi d'interessi. MA il problema rimane come attuare questo passaggio?

Il bivio delle banche centrali secondo Pennisi

Di Giuseppe Pennisi | 13/07/2021 -


Da un lato, ci si chiede se si debba proseguire sulla strada di quelle politiche monetarie non convenzionali che vanno ormai sotto il nome di Quantitative Easing. Da un altro ci si domanda se gli obiettivi delle Banche centrali non debbano essere arricchiti. L’analisi di Giuseppe Pennisi

La ripresa dell’economia mondiale – tema centrale dell’ultima riunione del G20, quella dei ministri economici e finanziari, ospitata dall’Italia a Venezia – ed i sussulti d’inflazione stanno ponendo interrogativi sul futuro a medio termine delle politiche monetaria dei maggiori Paesi industrializzati. Da un lato, ci si chiede se si debba proseguire sulla strada di quelle politiche monetarie non convenzionali che vanno ormai sotto il nome di Quantitative Easing (QE) e che consistono principalmente in interventi per acquistare titoli di Stato e permettere così politiche di bilancio espansive, come quelle che hanno caratterizzato quasi tutti i Paesi industriali da quando è iniziata la pandemia. Da un altro ci si domanda se gli obiettivi delle Banche centrali non debbano essere arricchiti.

Termine ambiguo che merita di essere spiegato in quanto ci sono profonde differenze tra, ad esempio, gli obiettivi statutari della Banca centrale europea (Bce) e quelli della Federal Reserve americana (FR). L’obiettivo della prima è essenzialmente la stabilità monetaria, quelli delle FR consistono nel coniugare stabilità monetaria con massimizzazione dell’occupazione. Ora in ambienti accademici e non solo, si comincia a parlare di aggiungere alle finalità della politica monetaria quella di contribuire ad una migliore distribuzione del reddito. La molla è stata la pandemia: secondo il Global Wealth Report del Credit Suisse, l’anno scorso mentre aumentava la povertà, anzi la miseria, il numero dei milionari (in dollari) è aumentato da 5,2 e 56 milioni e l’un per cento della popolazione mondiale ha visto crescere la propria ricchezza del 45% nell’arco di un anno. Sono due temi molto differenti ma che nelle discussioni di queste settimane rischiano di intrecciarsi, principalmente nelle narrative giornalistiche, creando non poca confusione.

Vanno, quindi, trattati separatamente. In materia di QE, alcune banche centrali si sono già espresse. La Bank of England, ad esempio, ha detto che è vicina all’obbiettivo che aveva annunciato (acquisti di titoli del Tesoro per 895 miliardi di sterline) e che una volta raggiuntolo tornerà a politiche, strategie, misure e programmi “convenzionali”. La Banca centrale delle Nuova Zelanda ha detto che non effettuerà acquisti per i 100 miliardi di dollari neozelandesi che aveva annunciato ed in effetti termina un programma che era comunque straordinario. La Bce ha comunicato che entro il prossimo marzo terminerò l’acquisto di titoli collegati alla pandemia; nel suo Consiglio Direttivo si discute non sul quando ma su come farlo. Meno chiara la posizione dell’autorità monetaria americana. Ci sono differenze in seno al Federal Reserve Board e soprattutto il ricordo del 2013 quando l’annuncio, forse prematuro, del ritorno a politiche monetarie convenzionali creò un paio di settimane di caos: forte rialzo del tasso di cambio del dollaro, fuga di capitali dai mercati emergenti.

Anche gli economisti accademici, privi di responsabilità di governo, paiono divisi. Joseph Gagnon del Peterson Institute for International Economics ha passato in rassegna di 24 economisti: al di là di differenze tecniche, la conclusione generale sembra, però, essere che il QE ha svolto efficacemente la propria funzione ma che quando i rendimenti sono prossimi allo zero (come in Europa ed in Giappone) è giunto ai propri limiti.

Cosa significa la fine del QE? Non necessariamente il termine delle politiche espansive perché la politica monetaria resterà accomodante e quella di bilancio continuerà ed essere di stimolo all’economia. Ci sarà, però, un riequilibrio nei valori degli asset, meno flussi di investimento, ad esempio, correranno verso l’immobiliare e l’azionario e più verso l’obbligazionario perché la fine del QE vorrà anche dire un aumento dei tassi d’interesse. Con le conseguenze che si possono immaginare per i Paesi (come l’Italia) le cui pubbliche amministrazioni sono fortemente indebitate.

E caricare le Banche centrali di obiettivi redistributivi? Per ora ci ha pensato un documento della Banca dei Regolamenti Internazionali a stroncare l’idea.

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