L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 12 luglio 2021

Il CROLLO CLIMATICO il cavallo di Troia per espugnare le ridotte delle masse diseredate

Bagno di sangue

di Moreno Pasquinelli
1 luglio 2021

Lo afferma, apertis verbis, Roberto Cingolani, il ministro “grillino” (sic!) della cosiddetta “transizione ecologica”:

«La transizione ecologica? Confermo, cambiare il sistema potrebbe essere un bagno di sangue». [LA STAMPA, 1 luglio]

Cosa implichi “bagno di sangue” il ministro lo lascia intendere: il passaggio ad un’economia non più basata su fonti fossili causerà, sia la scomparsa di interi settori dell’economia (con la milioni di posti di lavoro che andranno in fumo), sia un aumento dei costi (lo dice lui) delle bollette per i cittadini.

E’ solo uno degli aspetti della “distruzione creativa”, evocata in nome del “Grande Reset” — segnaliamo il Forum di settembre dedicato —, l’ambizioso progetto con cui l’élite mondialista punta a ristrutturare l’intero sistema capitalistico.

Due sono le mosse dell’élite: da una parte presentare come necessaria e ineludibile la loro trasformazione pilotata; dall’altra esibirla (le leopardiane “magnifiche sorti e progressive”) non solo come salvifica ma come passaggio progressista, come avanzamento verso una società migliore.

Due sono dunque i fronti della battaglia di resistenza: quello sociale e quello ideologico e culturale.

Sul piano sociale saranno i settori sociali che verranno fatti a pezzi sull’altare della nuova economia ad essere chiamati alla resistenza e alla lotta. Che forma assumeranno queste lotte? Quali strumenti e organismi queste lotte produrranno? Vedremo. Un fatto a noi pare evidente: sarà difficile che saranno i sindacati, vecchi e nuovi che siano, i veicoli della ribellione sociale. Su questo torneremo. Basti dire che osservando i cicli storici della sindacalizzazione e delle lotte sindacali, risulta evidente che il sindacalismo cresce in tempi di espansione del ciclo economico capitalistico, quando c’è da rivendicare una redistribuzione della ricchezza sociale, declina invece, il movimento sindacale, in tempi di crisi e recessione e disoccupazione di massa — il resettaggio implica che avremo un intero periodo segnato da depressione e austerità programmate. Ci sono ovviamente le eccezioni: forme di lotta sindacali sopravvivono anche in tempi di crisi economica in quei settori che crescono (vedi ad esempio oggigiorno la logistica), ma sono forme che non riescono a diventare egemoniche.

I movimenti di resistenza e ribellione saranno, per usare un aggettivo di moda, eterologhi, caratterizzati dall’entrata in scena di molteplicità di spezzoni sociali di diverse ceti e classi sociali. Non è su basi sindacalistiche che questi rivoli dispersi potranno confluire in un fiume in piena.

In tempi di crisi e ristrutturazione sistemica non c’è movimento di resistenza che possa avere chance di successo se esso quindi non travalica i limiti del sindacalismo economicistico, del corporativismo e dell’aziendalismo. In tempi di crisi e ristrutturazione sistemica i fattori economici, politici e ideologici — non fosse che per come le classi dominanti perimetrano il campo da gioco e fissano le loro regole — sono strettamente correlati. In poche parole l’opposizione o sarà antisistemica e politica o non sarà.

Di qui la centralità della battaglia culturale, ideologica, etica; in una parola politica. Se non si svela il progetto strategico delle élite mondialiste, se non si smaschera il vero carattere del “Grande Reset”, se non si denuncia il grande inganno della pandemia; nessuna opposizione avrà speranza di successo.

Da questo punto di vista, se è finita (e da tempo) la spinta propulsiva del vecchio movimento operaio, inadeguati sono i nuovi movimenti d’opposizione sorti nell’ultimo anno. Fino ad ora, ed era comprensibile, essi hanno inseguito il nemico, provando a rispondere alle sue mosse tattiche. Ora occorre compiere un salto di qualità: non si tratta solo dimettere ordine tra le fila del movimento, si tratta di dare vita ad un diverso e più maturo movimento di massa, di cambiare l’ordine stesso del discorso.

E’ bene guardare in faccia la realtà e non continuare a raccontarci storie. L’Umanità, di sicuro l’Occidente si va progressivamente avvicinando al punto critico: o tutto o niente, o la rivoluzione sociale e politica, o l’abisso.

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