L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 23 luglio 2021

Il terrore come metodo di governo e lo stregone maledetto ne è ben consapevole. E per rendere la fanghiglia melma addosso alla scuola senza pietà, dei bambini non gli ne frega niente a questi cialtroni al governo, in Parlamento, nelle Istituzioni una volta repubblicane

Cosa c’è dietro alle ultime parole di Mario Draghi

23 Luglio 2021 - 18:00

Tutti pazzi per l’accostamento no vax uguale morte. Ma un premier forte e con la statura dell’ex Bce scomoda fatti e cifre per tacitare i dissensi, non imita i detrattori. Altrimenti, qualcosa stona.


L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire. E giù applausi. Praticamente, tre quinti di Parlamento e otto decimi della stampa italiana sono andati in estasi per il fatto che un uomo internazionalmente riconosciuto per la pacatezza dei toni abbia voluto entrare in diretta concorrenza - non riuscendoci, tra l’altro - con il John Belushi di Siamo in missione per conto di Dio, il Russell Crowe de Al mio segnale scatenate l’inferno e il Robert De Niro di Sei solo chiacchiere e distintivo.

De gustibus. Ma anche un inquietante termometro della situazione, uno Zeitgest da brividi. Non perché i no-vax abbiano ragione, Dio ce ne scampi. Bensì perché la discesa negli inferi delle battute a effetto degne di un b-movie hollywoodiano da parte di chi fino a ieri veniva identificato con la ben più edificante formula lessicale del Whatever it takes, mostra chiaramente una difficoltà crescente. Resa plasticamente palese dalla scelte di porre la fiducia sulla riforma della giustizia, secondo atto di una resa dei conti preventiva in seno al governo. La prima diretta verso la Lega, la seconda verso i Cinque Stelle.

Un premier forte non ha bisogno di questi metodi. Fa parlare i fatti e le cifre, capaci più di mille minacce di rintuzzare le alzate di ingegno da campagna elettorale permanente dei membri più riottosi e meno responsabili della coalizione. Il problema è l’assenza di queste cifre. Certificata implicitamente da quanto avvenuto solo 48 ore prima della conferenza stampa del premier, cioè l’altrettanto sgrammaticata e scoordinata entrata in tackle scivolato di Confindustria sul tema dei licenziamenti legati proprio al green pass. In pieno caos da chiusure e con il caso Whirlpool in ebollizione, si avanza un’ipotesi ad alto tasso di interpretazione come silenziosa politica di ristrutturazioni sanitarie. Praticamente, il lancio di un mozzicone di sigaretta su un pozzo di petrolio.

E Carlo Bonomi, al pari di Mario Draghi, non è uomo che nella sua carriera sia mai stato accostabile a interventi a gamba tesa e fuori tempo, stile Mauro Tassotti prima maniera. C’è tensione. Dentro e nei dintorni del governo, soprattutto quelli più attivamente collateralisti come l’associazione degli industriali. Perché le previsioni sul Pil fanno sì propendere all’ottimismo ma sono tutte da confermare. E, soprattutto, basate principalmente su un inganno da consumato venditore del suk: un contenitore dalla tara esorbitante che all’interno porta in dote poco o niente di prodotto. In questo caso, lordo.

E quella tara fa diretto riferimento alla Bce con il suo Pepp e ai fondi Sure che finora hanno consentito ai governi italiani (e non solo, chiedere referenze alla Spagna di Pedro Sanchez con la sua settimana corta) degli ultimi 18 mesi di evitare fiammate di tensione sociale sul fronte occupazionale. E, soprattutto, al Sacro Graal della ripresa: i 209 miliardi del Recovery Fund. I cui primi 25 dovrebbero essere sbloccati entro agosto ma con un’enorme spada di Damocle che incombe: la riforma della giustizia da portare a casa, appunto. In tempi record. E senza stravolgimenti.

Con un piccolo intoppo supplementare, probabilmente alla base del cambio di atteggiamento di Mario Draghi verso Lega e M5S: dal 3 agosto scatta il semestre bianco, quindi l’impossibilità di sciogliere le Camere in vista dell’elezione del presidente della Repubblica. Nei fatti, il terreno perfetto per una guerriglia parlamentare di logoramento che non comporti il rischio e l’assunzione di responsabilità per un salto nel buio di ritorno anticipato alle urne. Insomma, a chi piace vincere facile sta per aprirsi di fronte agli occhi il Nirvana dell’irresponsabilità partisan.

Il tutto, nemmeno a dirlo, con l’aggravante delle amministrative di autunno, un test praticamente nazionale visto che saranno oltre 1.000 i comuni italiani chiamati al rinnovo di sindaco e consigli, fra cui città come Milano, Roma, Napoli, Torino e Bologna. Di fatto, legislative. All’insegna di una campagna elettorale feroce e senza esclusione di colpi, perché occorre recuperare consenso e marcare il territorio delle differenze politiche, annacquate giocoforza dalla coabitazione forzata nel governo dei Migliori. Un Vietnam, insomma. E con la criticità che si sommano, giorno dopo giorno.

Il sottosegretario alla salute, Pierpaolo Sileri, ha già messo le mani avanti: Difficile che a settembre la scuola possa ripartire in presenza, stante la necessità di vaccinare studenti e corpo insegnante. Ancora un po’ di Dad, quindi. Nonostante i Migliori a Palazzo Chigi e la mimetica del generale Figliulo. E lo spread, per quanto strutturalmente manipolato dal Pepp, parla chiaro: nonostante i continui aggiornamenti al rialzo delle previsioni sul Pil, le benedizioni di JP Morgan e il via libera dell’Europa al Pnrr con tanti complimenti, il nostro differenziale sul Bund non si schioda dalla tripla cifra. E patisce oscillazioni intraday che mostrano plasticamente l’intervento della mano invisibile di Francoforte.

Ecco quindi che la variante Delta diventa la last resort cui aggrapparsi. Da un lato, drammatizzando i toni della situazione per inviare un segnale alla politica non allineata. Dall’altro, garantendosi un bagaglio di alibi prêt-à-porter, potendo far affidamento su una Bce che - quantomeno fino alla fine dell’emergenza sanitaria - potrà utilizzare mano più o meno libera negli acquisti. Ecco quindi che, di colpo, scatta la nuova cabina di regia, si decide sul green pass con effetto immediato e piglio da manu militari, si proroga lo stato di emergenza al 31 dicembre senza colpo ferire e si rimette mano alla classificazione dei colori per le Regioni: tutto in due giorni, tutto in punta di Dpcm. Come durante il governo Conte, di fatto.

Voto di fiducia e Dpcm, accoppiata indigesta resa più saporita e digeribile dal ricatto di un costo del servizio del debito ancora sotto controllo solo grazie alla Bce. Attenzione alle manifestazioni di piazza contro il green pass, già annunciate: se quella rabbia dovesse essere legittimata e amplificata dai particolarismi di partito e saldarsi con quella dei lavoratori dei settori in crisi, il mix potrebbe diventare esplosivo. E talmente instabile da richiedere una messa in sicurezza del Paese tale da trovare perfetta assonanza con il concetto di lockdown. Non a caso, lo stato di emergenza è stato prorogato al 31 dicembre e non soltanto fino a ottobre.

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