L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 luglio 2021

Lo stregone maledetto imbroglia le carte - «La politica non può pensare di abbreviare i processi con la tagliola dei termini di due anni in appello o un anno in Cassazione, che con questo sistema si sa già in anticipo non potranno mai essere rispettati. Per avere processi più rapidi occorrono prima di tutto uomini (magistrati, personale amministrativo e di polizia giudiziaria) e mezzi adeguati rispetto a una mole di affari giudiziari elefantiaca. E poi si deve intervenire a monte, non a valle. Rendere più snelle le procedure è possibile, ma bisogna partire dal basso: limitare le ipotesi di appello, rendere inammissibili le impugnazioni vistosamente pretestuose (e sono molte); ridurre i ricorsi in Cassazione solo ai casi che riguardano la legittimità. E ancora: limitare gli incarichi “fuori ruolo” solo a quegli Uffici dov'è veramente necessaria la presenza di magistrati; e rivedere la geografia degli uffici giudiziari. Ma ci potrebbero essere tanti altri interventi possibili, che realmente vanno nella direzione di una effettiva riduzione dei tempi, se davvero questo fosse l’obiettivo dei riformatori. Ma, con questa riforma è un’utopia»

I Magistrati sono il sacrificio sull’altare dove verrà celebrato il “mantenimento del Potere”

Di Redazione CDC Su 17 Lug 2021 2,907


Di Megas Alexandros, ComeDonChisciotte.org

Basta aprire i giornali, ascoltare le TV o navigare sui socials per comprendere chiaramente il messaggio che ci viene profuso; vogliono darci ad intendere che i principali, per non dire unici responsabili del totale degrado istituzionale del nostro paese, sono i “magistrati”.

“La storia, come un idiota, meccanicamente si ripete” parole sagge di Paul Morand che si adattano perfettamente alla favola del nostro paese. Non sono lontani i tempi, quando la colpa di tutto era di magistrati come Falcone e Borsellino che venivano accusati di vedere mafiosi ad ogni angolo e nonostante oggi sappiamo bene come è finita, come dei perfetti idioti perseveriamo nello stesso errore, dando credito e risalto a chi, come allora, oggi cerca con ogni forza di farci credere che il male assoluto siano i vari Gratteri e Di Matteo di turno.

Tanto per citarne uno, seppur nella consapevolezza dell’ottima compagnia in cui si trova, ovvero quasi la totalità del panorama dell’informazione italiana – mi ritrovo ogni giorno, seguendolo su Facebook, a leggere la personale e poco credibile nei termini, battaglia che “Il Riformista” di Piero Sansonetti combatte contro il Procuratore Gratteri ed il sistema giudiziario italiano.




Intendiamoci subito, non contesto il fatto che la giustizia non funzioni o che non abbia bisogno di una radicale riforma ed una indispensabile pulizia morale al suo interno. Quello che contesto è il messaggio che chiaramente si vuol far passare, o meglio che il problema corruttivo generalizzato nel nostro paese sia esclusivamente dovuto alla corruzione della magistratura al suo interno.

Tale messaggio sinceramente offende l’onestà intellettuale di tutti coloro che ne sono dotati. Essere un “corrotto” è uno status del proprio essere non del campo in cui operi; del resto, contabilmente parlando, a fronte di un corrotto ci deve pur essere indispensabilmente, un corruttore.

Basta guardare alle recentissime vicende provate dai fatti e confessate dall’autore stesso nel suo libro, “Il Sistema” di Luca Palamara. Dalla lettura del libro emerge in modo esplicito come nella ormai famosa cena carbonara all’Hotel Champagne, insieme ad illustri magistrati, si annidassero esponenti di primo piano del “gota” della nostra politica, in particolare personaggi affiliati al “Giglio Magico”, ovvero Luca Lotti e Cosimo Ferri. L’ormai ex-magistrato Luca Palamara, vestendo i panni del reo-confesso, nel suo libro raffigura senza la minima ombra di dubbio, il “Sistema” con il quale insieme ad altri magistrati ed alla politica, ha gestito per lunghi anni il potere giudiziario, con particolare attenzione alle nomine, le quali a discapito della professionalità e del curriculum, avvenivano esclusivamente per appartenenza e soprattutto valutando il grado di asservimento che il candidato avrebbe garantito al potere che lo nominava.

I magistrati ed i politici riuniti intorno a tale tavolo, non erano certo lì per parlare di calcio, ma come evidenziato dalle intercettazioni e dalle indagini che hanno poi portato al rinvio a giudizio di Luca Palamara, discutevano e si accordavano su chi avesse dovuto ricoprire i ruoli chiave all’interno del CSM e nelle varie Procure italiane.

Certo, fa rabbrividire, alla luce del sacro principio costituzionale della separazione dei poteri, toccare con mano che un politico pluri-indagato e con diversi rinvii a giudizio, possa, senza vergogna morale arrogarsi il diritto di scegliersi i procuratori che lo indagano ed i giudici che lo giudicheranno.

Del resto che le nomine in magistratura vengono dettate direttamente dal potere politico in virtù di logiche di appartenenza in spregio alla professionalità, lo confessa lo stesso Matteo Renzi nel suo ultimo libro (“Controcorrente”), appena uscito.

L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi nel suo libro “Controcorrente” tocca il tanto discusso tema giudiziario. Lo fa ammettendo di aver fatto un errore nel gioco delle poltrone al Csm: “Nomine non all’altezza. Il vicepresidente Legnini era in sintonia con il sistema Palamara. Il successore Ermini preferito a due candidati più autorevoli” (1)

Certo le dichiarazioni di Renzi entrano a gamba tesa nel dibattito pubblico e contribuiscono a dare l’ennesima spallata al potere opaco della giustizia. Ma non posso fare a meno di farvi notare che tali affermazioni vanno a sostegno della mia tesi, quand’unque suonano come una autocritica esplicita per aver permesso che al vertice del Sistema salissero, con la sua benedizione (quella di Renzi), personaggi inadeguati come gli ultimi vicepresidenti del Consiglio superiore della magistratura, Giovanni Legnini e David Ermini.

Quindi, seguendo un filo logico e partendo dalla realtà sopra esposta, ovvero che la giustizia nel nostro paese non funziona ma che da decenni viene amministrata dalla politica; ecco farla riformare dagli stessi personaggi della politica che hanno contributo a condurla in tale stato comatoso, equivale a nominare “Dracula” direttore di un centro prelievi di sangue.

La giustizia nel nostro paese quindi non funziona o almeno funziona male e su questo non vi è nessun dubbio. Chi vi scrive ve lo conferma anche per esperienza diretta, ma il rischio di farla funzionare peggio tramite una riforma sbagliata è reale e concreto, come è reale e concreto il sospetto che tutti coloro che si affannano e strillano con forza per riformarla con estrema urgenza, lo facciano per esclusivo interesse personale. Vuoi per chi vuole continuare a delinquere, vuoi per chi ha tutto l’interesse a far sì che i propri processi si estinguano per mezzo della prescrizione o per la sciagurata “improcedibilità” prospettata dalla tanto discussa “riforma Cartabia”, già approvata dal Consiglio dei Ministri e che a breve verrà sottoposta al giudizio del Parlamento.

Il fatto che un Procuratore come Gratteri, da sempre in lotta contro mafie e massonerie deviate, giudichi chiaramente inadeguata tale riforma e si esprima con tale forza, deve farci riflettere:

Così delinquere conviene di più

Nicola Gratteri

«Noi magistrati dobbiamo fare giustizia, non smaltire carte. Era sicuramente meglio la riforma Bonafede», dice il procuratore di Catanzaro sulle colonne de “Il Fatto Quotidiano”. (2)

Prosegue Gratteri: «Concordo pienamente con quel che ha detto il professor Coppi. Il sistema non solo è destinato ad andare in tilt, ma in questo modo non viene assicurata alcuna “giustizia”. Stabilire che la prescrizione si interrompe dopo la sentenza di primo grado, ma al contempo imporre termini “tagliola” per il processo di appello e per quello successivo di Cassazione, senza intervenire sui sistemi di ammissibilità degli appelli o dei ricorsi per Cassazione, significa solo preoccuparsi di “smaltire carte”, non di assicurare una decisione giusta».

Come ho riferito in precedenza, per esperienza diretta ed essendo parte lesa in un processo penale, ancora in cerca di giustizia, sento forte il bisogno di evidenziare le seguenti parole sempre pronunciate dal Dott. Nicola Gratteri:

«Noi magistrati dobbiamo fare giustizia, non smaltire carte: noi abbiamo a che fare con la vita delle persone. I giudici di appello e di Cassazione devono, all’esito di un’analisi ponderata, rimediare – se esistono – a errori commessi nel grado precedente. Con questa “riforma”, invece, da una parte si gettano al macero migliaia di processi, e dall’altra si accentua la tendenza alla trasformazione delle corti in “sentenzifici”, che badano solo ai numeri, con buona pace della qualità delle decisioni».

Si, il punto fondamentale è che i magistrati come i medici hanno a che fare con la vita delle persone, un loro errore compromette spesso in maniera definitiva le nostre vite e quelle delle nostre famiglie. Troppo spesso si legge di sentenze pilotate e di giudici comprati, quasi come se questa fosse la normalità, quasi come se uccidere la giustizia e la vita delle persone fosse diventato un diritto del “sistema” che gestisce questo potere. Deve risultare sempre più chiaro ed evidente a tutti che a pagare il conto più salato della “malagiustizia”, non sono, come vogliono farci credere, i politici coinvolti nelle varie indagini ma soprattutto siamo noi cittadini onesti che niente abbiamo a che fare con questo “sistema” di potere e dal quale, nostro malgrado, siamo irrimediabilmente danneggiati.

Specifica ancora più nel dettaglio Gratteri: «Al di là dei proclami di “riforma costituzionalmente orientata” – spiega Gratteri – a me pare che si vada esattamente in senso contrario. Si celebra un processo che si conclude con una condanna; l’imputato condannato fa appello nel quadro di un sistema su cui non si è intervenuti a livello legislativo; il giudizio di appello, o quello successivo in Cassazione, non si chiude nei tempi indicati; che fine fa la condanna di primo grado? Diventa improcedibile con un prestampato? E le persone offese? Le vittime del reato, le parti civili costituite nel processo? Assurdo. Era sicuramente meglio la riforma Bonafede», afferma condividendo l’opinione di Davigo secondo cui l’improcedibilità è un’amnistia mascherata e aggiungendo che «questa tagliola colpirà anche processi delicatissimi, come omicidi colposi e violenze sessuali. È uno schiaffo alle vittime. Così delinquere conviene di più. Perché nessuno pensa alla mortificazione di chi non solo viene umiliato da soprusi e angherie, ma poi viene anche praticamente abbandonato dallo Stato?».

Gratteri, in merito alla riforma non si limita soltanto ad evidenziarne le gravissime e palesi criticità, ma prova anche a dettare delle soluzioni seppur nel breve spazio che una intervista può concedere, ecco il passaggio: «La politica – prosegue il procuratore – non può pensare di abbreviare i processi con la tagliola dei termini di due anni in appello o un anno in Cassazione, che con questo sistema si sa già in anticipo non potranno mai essere rispettati. Per avere processi più rapidi occorrono prima di tutto uomini (magistrati, personale amministrativo e di polizia giudiziaria) e mezzi adeguati rispetto a una mole di affari giudiziari elefantiaca. E poi si deve intervenire a monte, non a valle. Rendere più snelle le procedure è possibile, ma bisogna partire dal basso: limitare le ipotesi di appello, rendere inammissibili le impugnazioni vistosamente pretestuose (e sono molte); ridurre i ricorsi in Cassazione solo ai casi che riguardano la legittimità. E ancora: limitare gli incarichi “fuori ruolo” solo a quegli Uffici dov'è veramente necessaria la presenza di magistrati; e rivedere la geografia degli uffici giudiziari. Ma ci potrebbero essere tanti altri interventi possibili, che realmente vanno nella direzione di una effettiva riduzione dei tempi, se davvero questo fosse l’obiettivo dei riformatori. Ma, con questa riforma – conclude – è un’utopia».

In conclusione, attenzione ai messaggi che ci propinano in materia di riforma della giustizia. Il tema della giustizia è un pilastro fondamentale di uno stato democratico moderno e quando in uno Stato il sistema giudiziario non funziona, ovvero non siamo più in presenza di uno “Stato di diritto”, il passo verso la perdita totale della democrazia è breve.

Di Megas Alexandros, ComeDonChisciotte.org

15.07.2021

NOTE




Pubblicato da Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

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