L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 3 luglio 2021

Nulla è un caso

SPY FINANZA/ Pandexit e Conte blindano Qe e Draghi

Pubblicazione: 02.07.2021 - Mauro Bottarelli

Il rischio Pandexit delineato dalla Bri e il divorzio tra Grillo e Conte aiutano rispettivamente le Banche centrali e il Governo Draghi

Giuseppe Conte (LaPresse,)

Un vecchio playboy del mondo del cinema una volta disse che un vero gentiluomo non lascia mai una donna, si fa lasciare. Tradotto, si comporta in modo tale da costringere la poveretta di turno a prendere la decisione. Salvando forme e apparenze. Ho ripensato spesso a questo strano galateo di fine rapporto, negli ultimi due giorni. Perché non so a voi, ma per quanto mi riguarda, il divorzio Conte-Grillo appare quantomeno inusuale. Se non totalmente inspiegabile.

Ovviamente, il mio giudizio sconta la non conoscenza diretta e interna dell’accaduto, quindi potrebbe risultare suscettibile di carenze strutturali. Cosa sappiamo, però? Beppe Grillo è stato l’artefice numero uno della nascita del Conte-bis e dell’alleanza con il Pd, già mal digerita da ampi strati del partito. Poi, è stato l’entusiasta sponsor della partecipazione grillina all’esecutivo Draghi. Insomma, un governista ante litteram. Inoltre, è stato proprio lui a incoronare Giuseppe Conte nuovo capo del Movimento, dopo averne tessuto pubblicamente le lodi. Quindi, sorge un dubbio: era annebbiato nel giudizio quando lo ha benedetto come nuova guida o lo è adesso, quando le definisce inadeguato e senza doti manageriali?

Cos’è accaduto, però, nel mezzo? Di fatto, Giuseppe Conte ha dedicato mesi alla stesura del nuovo statuto, a detta di molti osservatori il processo che avrebbe – di fatto – tramutato definitivamente il Movimento in partito. Apparentemente, sostenuto da tutti nel suo sforzo. Poi, di colpo, la rottura totale. Per carità, trattandosi di esseri umani, tutto può essere. Ivi compreso l’esplodere di incomprensioni, fraintendimenti e gelosie personali maturate sottotraccia nei giorni. Ma nessuno mi toglie dalla testa quell’aforisma iniziale: Giuseppe Conte, forse, ha fatto di tutto per farsi lasciare e uscire pulito da una storia che lo stava compromettendo troppo, avendo già chiaramente in mente un progetto parallelo di partito personale? Oltretutto, forte della convinzione che una crisi con il Garante gli avrebbe recapitato in dote – a costo zero – un apparentemente nutrito drappello di deputati e senatori. Ma, soprattutto, nulla mi toglie dalla testa una sorta di possibile punto di snodo di questa crisi: la famosa visita di Beppe Grillo all’ambasciata cinese di Roma, in contemporanea con la presenza di Mario Draghi al G7, prima uscita ufficiale in un consesso internazionale di primo piano. Giuseppe Conte avrebbe dovuto accompagnare il Garante, invece all’ultimo momento si sfilò, adducendo motivi personali. Sicuramente, tutto vero. Ma nessuno mi toglie dalla testa che quanto sta accadendo in questi giorni, abbia vissuto la sua accelerazione e il suo punto di partenza proprio lì. Ma probabilmente, covava da tempo. E vedeva nello statuto in elaborazione il casus belli per la rottura: se si sottopone a un Movimento nato sul vaffa e l’infantilismo iconoclasta, un piano di rinascita che lo vedrebbe trasformarsi nella versione green e un po’ descamisada della Democrazia Cristiana, qualcosa rischia di non funzionare. Anzi, di rompersi.

E come mai in un momento simile, si fa notare proprio il rumorosissimo silenzio di Alessandro Di Battista, il più vicino alla posizioni anti-atlantiste e filo-cinesi di Beppe Grillo in politica estera, ad esempio? Strano, perché ha parlato per giorni in televisione. Poi, mentre la casa va in fiamme, si volta dall’altra parte. Invece di portare secchi d’acqua o di benzina, in base ai desiderata del caso. I Cinque Stelle stanno implodendo. Un po’ come è accaduto con i Gilet Gialli, seppur con le debite differenze fra un movimento di base rimasto tale e uno diventato il primo gruppo parlamentare italiano. Per i contestatari francesi, fatale fu la deflagrazione contemporanea di troppi ego in vista delle ultime elezioni europee, rivelatesi un flop per le liste nate dalla protesta anti-Macron. Per i Cinque Stelle, apparentemente, alla base della frattura ci sarebbe uno statuto. Cui, sempre apparentemente, Giuseppe Conte avrebbe lavorato in gran segreto fino all’altro giorno, evitando di far filtrare alcunché all’esterno. Persino nei confronti del Garante, quantomeno a giudicare dalla sua reazione.

Possibile che un partito nato e cresciuto in Rete e basato sulla condivisione e il plebiscitarismo più smaccati, accetti di colpo di affidarsi alle cure personali di un uomo che presenterà il suo progetto a scatola pressoché chiusa, senza un minimo di confronto in progress? Scusate, è difficile crederci. Come è difficile pensare che nessuno avesse capito, da tempo, come l’arrivo della variante Delta non fosse ascrivibile unicamente all’ennesima, diabolica mutazione che sfugge a vaccini e cautele ma a un’ineluttuabilità economica.

Mercoledì, la Banca per i regolamenti internazionali ha presentato il suo report annuale e il titolo era tutto un programma: Central banks facing Pandexit challenges, le Banche centrali affrontano le sfide del Pandexit. È anche già stato coniato il neologismo: il rischio ora non è più la pandemia, bensì quello di coordinare un’uscita ordinata da programmi di stimolo e sostegno senza precedenti. Pandexit, appunto. E infatti, ormai da un trimestre il dibattito attorno al quale ruota tutto è quello relativo a tempi e modi dei vari taper, stante i dati macro che testimoniano una ripresa più forte e sostenuta del previsto. Insomma, la Banca centrale delle Banche centrali, a modo suo e molto diplomaticamente sembra voler dire che questa volta si è messo in campo davvero troppo. E il rischio connaturato a un suo ritiro – anche parziale – che non sia eseguito con perizia chirurgica, paradossalmente appare più alto anche di quello del virus stesso.

Contemporaneamente, nell’arco di pochi giorni, mezzo mondo si richiude. Prima l’Australia, poi la stessa Israele delle vaccinazioni record rimette l’obbligo di mascherina, Spagna e Portogallo in piena stagione turistica rivedono alcune restrizioni, la Russia segna tre giorni di decessi e contagi da record. E l’epicentro, la Gran Bretagna. Sullo sfondo, il detonatore molto mediatico ed emotivo degli Europei. Sempre mercoledì, fra i 26.000 nuovi contagiati britannici figuravano 2.000 tifosi scozzesi. Downing Street chiede ai supporters dei Tre Leoni di non recarsi a Roma per i quarti di finale e la stessa Ue muove ufficialmente dubbi e timori sullo svolgimento della finale a Londra, addirittura con la Germania che taccia pubblicamente di irresponsabilità la Uefa. E nel silenzio generale, il Giappone ormai alla vigilia dei Giochi Olimpici, mette in dubbio la cerimonia della torcia e il numero massimo di 10.000 spettatori per competizione, oltre a estendere il lockdown in vigore a Tokyo e in altri otto distretti.

Europei nel mirino, Olimpiadi blindate. E in Italia, salta anche un altro totem: la riapertura delle discoteche, addirittura con il Governo che già pensa a nuovi ristori. Ieri, poi, un Mario Draghi in versione pompiere degli entusiasmi da antologia. Di fatto, piaccia o meno, la pandemia è di nuovo tra noi. E con essa, il sostegno economico e finanziario che porta in dote. Volete sapere perché? Non solo a fine 2020, le principali Banche centrali vedevano i loro stati patrimoniali combinati superare la quota di 20 triliardi di dollari ma lo sforzo fino ad allora messo in campo – e, nel frattempo, aumentato di parecchio, quantomeno per Fed e Bce – era già il doppio di quanto stampato durante la Grande Crisi Finanziaria scatenata dal crollo Lehman Brothers. E per quale ragione, stante la continua necessità di supporto evidenziata e l’impennata dell’inflazione?

Primo, sostenere i mercati azionari. Secondo, schiacciare i rendimenti obbligazionari – in questo caso, sovrani – che casualmente nel marzo 2020 erano cominciati ad andare fuori controllo. Ovvero, nel periodo in cui partirono i mega-programmi di contrasto alla pandemia. Punto. Nulla capita a caso. Né la variante Delta, né quella Cinque Stelle. Perché se la prima può garantire un alibi e uno strumento di proroga propedeutico a un’uscita ordinata o quantomeno meno problematica di quella di un taper tout court, l’esplosione/implosione dei Cinque Stelle può garantire al governo Draghi orizzonti di navigazione ben più sereni e di lungo periodo di quanto non si pensasse.

Altro che esecutivo a rischio e fibrillazioni nella maggioranza: Giuseppe Conte e il suo strappo rappresentano una polizza assicurativa sulla vita per palazzo Chigi, un contratto con degli immaginari Lloyds della governabilità a cui pagheranno dazio soprattutto Lega e Pd. Ma, soprattutto, la prima. Non a caso, Giorgia Meloni da qualche giorno tace. Come Alessandro Di Battista. Lavori in corso, signori. E non semplici ritocchi, vere ristrutturazioni di sistema. Stile 1992. Le crisi, d’altronde, servono a questo.

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