L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 2 luglio 2021

Per tutti quelli che osannano lo stregone maledetto, ricordiamo loro che ha salvato l'euro e la finanza ad esso legata ma le masse diseredate non hanno trovato giovamento anzi hanno esteso il precariato a vita

SPY FINANZA/ Il rischio dello sblocco dei licenziamenti che la Bce non può evitare

Pubblicazione: 30.06.2021 - Mauro Bottarelli

La Bce ha fatto tanto, ma solo per i debiti e deficit sovrani e per gli indici azionari. Non per il lavoro. Per l’Italia questo può essere un problema

La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

L’Europa tracciò la strada, il Governo la seguì. Sullo sblocco del licenziamenti, è andata come doveva. Non sono un giuslavorista, né un sindacalista: quindi, eviterò di entrare nel merito e dirvi se sia più o meno giusto, in questo momento, quanto deciso dall’esecutivo. Ovvero, fine della moratoria, a parte per il settore tessile. Posso però dirvi dell’altro. Primo, ora potremo capire realmente un paio di cose: nella fattispecie, quanto è davvero spinta la ripresa testimoniata finora dai dati Istat e quanto la cosiddetta classe imprenditoriale italiana sia più o meno degna di questo nome.

La prima fattispecie di controprova non ha particolare necessità di spiegazioni: è chiaro che se dal 1° luglio in poi assisteremo a un’ondata di licenziamenti e ristrutturazioni aziendali, la narrativa dell’economia tornata a correre dopo i mesi di lockdown verrà meno. Più interessante, addentrarsi nel secondo ambito di verifica. Vi sarete accorti che, quasi miracolosamente, l’arrivo a palazzo Chigi di Mario Draghi ha portato con sé uno straordinario effetto pacificatore: i salotti dei talk-show televisivi, soprattutto quelli gestiti da presentatori con chiaro orientamento sovranista, si sono svuotati dell’esercito di imprenditori e presunti tali che denunciavano l’imminente morte per fame della loro prole. Di colpo, da una settimana con l’altra. Ora si parla di Saman e dell’islam che minaccia il nostro stile di vita, si parla della legge Zan e dei giocatori che si inginocchiano contro il razzismo. Spariti ristoratori e parrucchieri sull’orlo della rovina.

Cosa dobbiamo pensare, quindi? Delle due, l’una: o il Governo Draghi ha davvero sbloccato a tempo di record tutti i ristori promessi e allora merita un plauso. Oppure, forse certe scenette erano propedeutiche ad accompagnare Giuseppe Conte alla porta. E sia chiaro, si può tacciarmi di tutto tranne che di simpatia o nostalgia per l’ex presidente del Consiglio. Ma non basta. Se anche il governo Draghi avesse messo in campo la sua moral suasion verso l’Inps e tutte le parti in causa nel meccanismo di trasmissione dei sostegni, quanto stanziato dal nuovo esecutivo ammontava a poco più di 20 miliardi: sono bastati a placare l’ira degli imprenditori? Se sì, benissimo. Si apre però un’altra questioncina: gli oltre 100 miliardi di scostamento messi in campo appunto dal secondo Governo Conte, dove diavolo sono andati a finire? Oppure sono arrivati, quantomeno in parte ma a qualcuno faceva comodo piangere in favore di telecamera e a qualcun altro sfruttare l’effetto mediatico?

Scusate ma qualcosa non torna. E io non amo essere preso per i fondelli. O si dicevano balle prime o si è silenziato il dissenso ora, tertium non datur. In compenso, al netto di oltre 25 miliardi di fondi Sue per l’occupazione, puntuale come morte e tasse ecco arrivare lo sblocco del licenziamenti. In ossequio di cosa? Di questo, il fatto che la Bce – dal meeting di marzo in poi – stia veramente comprando debito con il badile, in linea con l’aumento del ritmo annunciato da Christine Lagarde e che proseguirà anche per tutto il terzo trimestre. Quindi, fino all’autunno, spread schermato.



Eppure, siamo ancora in area 100 punti base: le mitiche tre cifre che sembravano ormai un ricordo, grazie all’effetto Draghi. O presunto tale. Vi invito quindi a porvi e porre una domanda: quanto sono realmente drammatiche le criticità che già oggi il mercato prezza a livello macro nei confronti dell’Italia, se al netto di quel controvalore di acquisti della Bce il nostro differenziale con il Bund continua a restare pressoché fisso? E, più interessante e inquietante: dove andrebbe a finire, stante la situazione contingente e quella che potrebbe attenderci in autunno, se lo schermo del Pepp venisse meno o perdesse quantomeno di intensità? Il Governo non pare preoccuparsene. Per un motivo chiaro: la quarta ondata di Covid, più o meno reale nell’incidenza sanitaria, è di fatto già in atto.

Spagna e Portogallo, nonostante la stagione turistica in pieno svolgimento, hanno rialzato le misure di prevenzione e re-instaurato la quarantena per chi arriva dalla Gran Bretagna (la quota di turismo più consistente per la penisola iberica ma anche patria di oltre 20.000 contagi l’altro giorno), le tre principali città dell’Australia sono in lockdown per quindici giorni, la stessa Israele ha rimesso l’obbligo di mascherina e gli Stati del Sud degli Usa cominciano a scontare un netto aumento dei casi, conseguenza diretta del bassissimo livello di vaccinazione rispetto alle grandi metropoli. Di fatto, è già allarme. E con gli Europei di calcio che, come vi ho detto giorni fa, opereranno da detonatore, non fosse altro per il fatto che la finale si giocherà a Londra e uno dei quarti di finale a San Pietroburgo, con la Russia in piena escalation di contagi.

Sembra un copione scritto, quasi un crono-programma verso l’autunno. Nel mezzo, il 22 luglio, il board della Bce. Lì capiremo molto. Perché se la variante Delta e il suo potenziale di effetto deragliamento sulla ripresa economica dell’eurozona diverranno il filo conduttore del discorso, come lo sono diventati ad esempio di tutti i discorsi di Mario Draghi nell’ultima settimana, è possibile che il board autorizza il blitz: comunicazione al mercato della possibilità di un prolungamento del Pepp oltre il 31 marzo 2022, se l’emergenza sanitaria si protrarrà e potenziale dispiegamento proprio dell’envelop. Ovvero, 700 miliardi nel base case oppure addirittura 850 nell’ipotesi più espansiva. A quel punto, le Borse esploderanno al rialzo. Ma i lavoratori?

Ecco il punto: la Bce ha fatto tanto, tantissimo. Praticamente tutto. Ma solo per i debiti e deficit sovrani e per gli indici azionari. Non per il lavoro. E le diseguaglianze in regime di Qe sono solo cresciute, lo stanno ammettendo le stesse banche d’affari, ultima delle quali Morgan Stanley con il suo studio pubblicato lo scorso weekend. È un circolo vizioso, l’ennesimo doom loop fra soggetti dominanti. I quali, a cascata, dovrebbero garantire una trasmissione del sollievo generato dai programmi espansivi alla base, al mitico 99% della società: ma come, autorizzando licenziamenti di massa che utilizzino il Covid come alibi per ristrutturazioni da mero profitto? Si tagliano spese enormi interne, regolate da contratti e ci si lancia sull’outsourcing e la delocalizzazione?

Attenzione, perché quanto accaduto nelle ultime settimane nella filiera della logistica parla chiaro: si sta scatenando una pericolosa guerra fra poveri, contesto esplosivo e di forte instabilità. E questo Paese, persino nel recente passato, sa quali conseguenze possa portare un riacutizzarsi della tensione nei rapporti fra le parti sociali. Guardate questi due grafici, ci mostrano le differenze nei tassi di disoccupazione fra Stati governati da repubblicani e democratici negli Usa: i primi hanno già cominciato a ritirare i programmi di sostegno al reddito e all’occupazione, i secondo li manterranno attivi fino alla scadenza naturale del 6 settembre. La seconda immagine parla chiaro: dove si toglie il pasto gratis dell’helicopter money, il mercato del lavoro e le sue dinamiche di domanda e offerta si stanno già normalizzando. Altrove, no.



C’è però un discrimine, legato a doppio filo sia ai piagnistei da talk-show spariti a tempo di record che ai possibili ridimensionamenti operativi travestiti da licenziamenti per crisi contingente da Covid: se mi offri un lavoro ma con una paga da fame, semplicemente perché puoi contare se un esercito di manovalanza disperata di riserva, è ovvio che io scelga l’alternativa assistenzialista. Ecco, oggi ci stiamo muovendo lungo questo crinale decisamente scosceso e irto di rischi. La Bce ci ha salvato e continua a salvarci l’osso del collo con lo spread, ma non può nulla rispetto a certe distorsioni e furbizie tutte italiane, evasione fiscale record e lavoro nero strutturale in primis. Se il Governo sblocca i licenziamenti ma non ha contemporaneamente il coraggio di colpire anche chi si nasconde dietro lo status quasi filantropico di creare occupazione, di fatto arricchendosi a colpi di distorsioni e sostegni, allora sta lastricando la strada verso il disastro. E guadagnando soltanto tempo.

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