L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 11 luglio 2021

Quella che questa pretesa massa di esperti non capisce per incapacità congenita di parlare solo tra classi dirigenti dimenticando che questi senza i popoli nulla sono e che oggi più di ieri il distacco e il menefreghismo degli interessi delle classi popolari sono distanti luce dagli interessi di schieramento e fede euroatlantismo. La Strategia è dettata dalla nostra posizione geografica nel Mare Nostrum e su questo dobbiamo lavorare e non andare in Afghanistan per 20 anni a fare cosa che ancora oggi stentiamo a capire ma che ci ordinò di fare il nostro attuale padrone: gli Stati Uniti

Cina, Russia e Mediterraneo. La Draghi diplomacy vista da Tocci (Iai)

Di Francesco Bechis | 10/07/2021 -


La direttrice dello Iai, il think tank che festeggia 55 anni: con Draghi l’Italia riscopre un euro-atlantismo pragmatico, dopo il G20 bisogna passare ai fatti. Sì al dialogo con Cina e Russia ma senza varcare linee rosse. Dalla Turchia agli Emirati, così difendiamo i nostri valori senza danneggiare l’interesse nazionale

Le buone intenzioni, l’educazione. Basta parafrasare una celebre hit di Morgan per spiegare in due parole il rischio che corre la politica estera italiana: tante buone intenzioni, poca azione.

La diplomazia è il vero banco di prova del pragmatismo di Mario Draghi. Ne è convinta Nathalie Tocci, direttrice dello Iai (Istituto affari internazionali), think tank che ha appena spento cinquantacinque candeline, un punto di riferimento fisso per i decisori politici a Roma quando si parla di politica internazionale.

“Stiamo vivendo un momento di protagonismo dell’Italia sul piano europeo e internazionale, la presidenza del G20 ne è la prova”, dice a Formiche.net Tocci, un passato da consigliera diplomatica dell’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini, oggi di Josep Borrell. “Un protagonismo facilitato da una transizione, o meglio da una sospensione di leadership in Francia e Germania”.

Con la cancelliera Angela Merkel ormai al tramonto della sua vicenda politica e il presidente francese Emmanuel Macron con la testa alle prossime urne per l’Italia si apre una finestra di opportunità. “Quella di rilanciare da protagonista il formato E3+1: Francia, Germania, Italia e Inghilterra”, dice Tocci. “Il ritrovato euroatlantismo dell’Italia va di pari passo con un riallineamento dei Paesi occidentali intorno alle grandi sfide del nostro tempo: tassazioni delle multinazionali, vaccini, clima, sicurezza. Il G20 è stato un primo step, ora bisogna passare ai fatti in contesti più istituzionalizzati, come la Cop26, l’Ocse, il Wto”.

Su questi temi, nel rispetto di alcune “linee rosse”, l’Italia e l’Ue possono trovare una forma di cooperazione anche con potenze non allineate come Cina e Russia, ha ricordato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio mercoledì durante l’evento per celebrare i 55 anni dello Iai nella sua nuova sede a via del Corso, “ci separano evidenti differenze di valori, oltre che di posizioni su singoli dossier, eppure siamo chiamati a sviluppare con loro un dialogo franco, pragmatico e costruttivo”.

Con le autocrazie di Mosca e Pechino l’Italia “ha ritrovato la bussola valoriale”, nota Tocci, “sappiamo da che parte stiamo, senza ambiguità”. Non basta per sospendere un dialogo sulle grandi sfide del nostro tempo che è necessario, a volte perfino vitale: “Penso alla governance globale, la pandemia, il controllo degli armamenti, non puoi togliere dalla mappa Russia e Cina. Prendiamo il cambiamento climatico: l’Europa produce l’8% delle emissioni globali. Deve per forza parlare con altri”. Altrove è bene prendere le distanze. “Ci sono ambiti che hanno un legame indissolubile con i valori della democrazia e dove è oggettivamente difficile cooperare. Il digitale e le sue implicazioni sulla società e la libertà di espressione sono un esempio”.

Se in politica estera l’Italia manca spesso di incisività si deve anche a una convinzione diffusa, e spesso abbracciata dalla politica, quella per cui interesse nazionale e valori non possono mai convivere. Non è così, dice Tocci, “si può costruire una politica incentrata sui valori e difendere al tempo stesso i propri interessi all’estero, a patto di conoscere i propri mezzi. La politica estera italiana fatica un po’ a trovare questa coerenza anche perché è catturata dalla politica interna”.

Un esempio: il Mediterraneo. “Diciamo la verità: l’Italia non è mai stata una grande potenza nel Mare Nostrum. Però negli anni ha saputo fare del pragmatismo un valore aggiunto, coltivando buoni rapporti con tutti, riuscendo lì dove gli altri falliscono, mettendo insieme israeliani e palestinesi”. Tempi lontani, sospira la direttrice dello Iai. “Dall’equi-vicinanza siamo passati all’equi-distanza. Ci accontentiamo di parlare di valori, a volte con toni un po’ naïve. Egitto, Emirati, Turchia. Giusto difendere i diritti civili, ma a volte fare la voce grossa non solo non aiuta, fa anche danni”.

Un pragmatico per eccellenza da qualche mese siede nello Studio Ovale alla Casa Bianca. “Fin dalla campagna elettorale Joe Biden ha rimesso i valori al centro della politica estera americana. Ma lo ha fatto tenendo sullo stesso piano principi e pragmatismo, come sapevamo fare noi un tempo. Rimprovera la Turchia quando si allontana dall’asse Nato, ma non ha alcuna intenzione di spingerla nelle braccia della Russia”.

Si fa un gran parlare del “soft power” italiano nel mondo, dalla cultura al calcio, dall’arte alla scienza, ed è vero: l’ultimo indice “Soft power 30” posiziona l’Italia ai vertici della classifica mondiale. A volte però il potere “soft” non basta. Fa eccezione questa domenica inglese con l’Italia pronta a giocarsi il podio a Wimbledon e Wembley, sorride Tocci. “La seguirò come italiana e ancora più come europea. È il primo europeo dopo la Brexit, ci giochiamo molto più di una coppa”.

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