L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 16 luglio 2021

Se discuti la narrazione imposta dal governo si mette in atto la censura e i social propaggine ormai conclamata del potere eseguono pedissequamente

Tirannia conclamata



Ormai le cose stanno a tal punto che il potere politico residuale, ovvero la facciata che nasconde i reali meccanismi di comando non sta più tanto attento a non scoprirsi. Il capo dell’ufficio stampa della Casa Bianca, Jen Psaki in una conferenza stampa tenutasi giovedì scorso ha fatto una sorprendente ammissione secondo cui “il governo degli Stati Uniti si sta attivamente coordinando con Facebook per segnalare i post dei cittadini degli Stati Uniti come “problematici” e contenenti “disinformazione” sul Covid-19″. L’ammissione ha sollevato implicazioni sui diritti di libertà di parola del Primo Emendamento, in particolare perché precedenti azioni legali che hanno accusato Facebook e il governo di lavorare insieme per censurare i contenuti online sono state respinte a causa di un giudice che ha ritenuto non ci fossero abbastanza prove di questa “sinergia “. In poche parole l’amministrazione americana non può più far finta che siano soltanto dei soggetti privati a operare le censure, ma sono proprio i poteri pubblici che entrano nella definizione di ciò che va considerato vero o falso e che di fatto chiedono di cancellare i contenuti ritenuti “non conformi!. La liberta di parola è andata a quel Paese insieme alla miserabile copertura delle società privata.

A dire il vero anche questa è un’assurdità: il privato in quanto tale non può agire comunque agire al di fuori del quadro legale e costituzionale: non è che nella sede di Facebook puoi rubare o assassinare a piacimento perché si tratta di una società privata. Ed è così anche per la libertà di parola. Innanzitutto la società dovrebbe provare che i contenuti cancellati siano effettivamente tra quelli non ammessi da regolamenti calati dall’alto e tutt’altra cosa rispetto a statuti frutto di una discussione dentro una community. In secondo luogo può anche espellere il reprobo e l’indesiderato, ma non potrebbe cancellare i contenuti non sottoposti a giudizio. il fatto è che fin da subito questi social si sono configurati come entità giuridicamente ambigue: meri fornitori di servizi da un lato, editori da un altro, luoghi aperti in qualche caso e club privati in altri , approfittando di una giurisprudenza che deve ancora fare i conti con queste nuove realtà. Ma adesso tutto questo è secondario, perché in realtà sappiamo che queste società private agiscono dietro suggerimento del governo americano.

Per la verità, almeno per quanto concerne la mia esperienza diretta, su questo non c’erano dubbi, anzi i social sono un prodotto del potere americano nella sua forma più subdola e oscura: i servizi sono dietro l’avvio e il successo dei social così come dei monopolisti della ricerca come Google, sono una parte sempre più importante della unipolarità. Si potrebbe anzi dire che tutto il settore dell’It, dietro il falso paravento della concorrenza è in realtà una cosa sola che opera all’interno del potere americano come si può vedere benissimo seguendo gli scambi di tecnologie e campi d’azione fra i vari protagonisti. E adesso il gioco si va man mano scoprendo: “Siamo in contatto regolare con le piattaforme dei social … per quanto riguarda il grosso problema della disinformazione sulla pandemia. In termini di azioni che abbiamo intrapreso o stiamo per intraprendere abbiamo aumentato la ricerca e il monitoraggio della disinformazione e l’ufficio del Surgeon general sta segnalando i post su Facebook che diffondono disinformazione”. Inutile dire che per disinformazione si intende la normale discussione, non ammessa semplicemente perché le tesi ufficiali, peraltro sempre diverse ed effimere nel loro adattarsi alle necessità del momento non resisterebbero nemmeno un minuto ad un’analisi razionale. Sono per usare un gioco di parole indiscutibili nel senso che sono una valanga di contraddizioni, di sciocchezze, di dati manipolati.

E’ chiaro che se è il governo stesso a imporre la censura e a chiedere esplicitamente ai social di diffondere le sue tesi e cancellare tutte quelle in contrasto con le verità ufficiali, non siamo più in un territorio grigio dove si può ancora salvare la faccia della democrazia se non la sua sostanza, ma siamo nell’autocrazia conclamata che priva i cittadini della libertà di parola mentre cerca di privarli della sovranità sul loro stesso corpo. Naturalmente gli aspiranti tirannelli europei seguono entusiasti.

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