L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 3 luglio 2021

Siria è stata una grande palestra dove l'Occidente il Qatar, la Turchia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, ebrei sionisti hanno fatto esercitare la feccia della feccia in cambio di soldi veri, ha sdoganato i peggiori istinti dei mercenari tagliagola terroristi, ha sdoganato l'ideologia della forza e prepotenza che ha invaso buona parte dell'intera Africa e che si è scagliata contro i propri genitori, ripeto l'Occidente tutto che non riesce più a controllare queste forze uscite dal vaso di Pandora e certamente non riuscirà a contenerle neanche la Turchia una volta che Erdogan uscirà di scena

Tempeste di sabbia e jihad sul Sahel

2 luglio 2021


I margini di manovra sono ristretti al punto da non consentire ulteriori dilazioni pena un caos fuori controllo e la probabile vittoria delle minoranze radicali sui governi deboli dei Paesi saheliani ad oggi alleati dell’Occidente. Le conseguenze più drammatiche degli attacchi jihadisti le subiscono e le subiranno le popolazioni locali la cui maggioranza è ben lontana da un’ortodossia radicale, violenta, dominatrice, arcaica.

Dal punto di vista geo-politico una sconfitta della Francia, della Ue, degli Usa, della Coalizione per il Sahel e dei governi filo-occidentali del gruppo G5 Sahel (Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad) aprirebbe scenari imprevedibili comunque catastrofici sia per i Paesi Africani, anche per quelli limitrofi al gruppo G5, che per la Ue e gli alleati occidentali coinvolti.


Come si è giunti ad una degenerazione tanto repentina da rischiare concretamente il ribaltamento di equilibri, stabilità, influenze, alleanze tradizionali consolidate nel tempo?

Ricordando l’origine del disordine regionale iniziato nel 2011 con l’attacco alla Libia e l’uccisione del colonnello Muammar Gheddafi (su iniziativa di Francia e Regno Unito) cerchiamo di ripercorrere, pur non esaustivamente, gli avvenimenti più recenti che, ad avviso di chi scrive, hanno oggettivamente contribuito all’accelerazione delle dinamiche della crisi.

La sconfitta dell’ISIS e gruppi apparentati in Siria e Iraq ha prodotto il ricollocamento di combattenti e affiliati ben organizzati nel continente dei deserti, degli spazi dove potersi muovere più agevolmente con il fine di perseguire concretamente la realizzazione del Califfato in Africa (Sahel e Africa Occidentale inclusi Mozambico, Camerun i territori privilegiati), la lotta ai nemici occidentali e loro alleati, incrementare i finanziamenti attraverso traffici di tutti i generi, fra cui le migrazioni di massa verso l’Europa.

Accese rivalità

Altro elemento destabilizzante emerso prepotentemente negli ultimi anni è il ruolo chiave giocato dalla Turchia, dal suo principale finanziatore, il Qatar, non solo in Libia ma anche nei Paesi saheliani e nel Corno d’Africa, Somalia “docet”.

La Turchia finché resterà al potere l’attuale presidente Erdogan molto difficilmente rinuncerà alla sua politica espansionistica in Africa iniziata da almeno dieci anni con risultati del tutto favorevoli grazie, va ribadito, ai cospicui finanziamenti del Qatar, alle indubbie capacità diplomatico-militari turche, all’autonomia di azione (decide uno solo, assieme agli uomini a lui fedeli) a tutto campo, senza remore, nell’esclusivo interesse nazionale, alla fede islamica vicina ai Fratelli Musulmani ben vista dai radicali.

Questo ha consentito e consente alla Turchia un espansionismo vincente basato su diversi punti:
  • accordi favorevoli con i Paesi “beneficiari” del sostegno turco, (come Libia e Somalia)
  • riduzione al minimo di influenze indesiderate come quella italiana (ma anche la Francia è oggi nelle sue aree privilegiate)
  • impiego bilaterale oltreconfine di consiglieri e militari turchi
  • ingaggio di mercenari
  • fornitura di armi anche in presenza di embarghi Onu
  • ambiguità nelle relazioni con i partner Nato.
Gli unici potenziali freni ad ulteriori progressi espansionistici neo-ottomani potrebbero venire da qualche avvertimento più serio da parte degli Stati Uniti Usa o, soprattutto, da una situazione economico-sociale interna sempre più difficile, fonte di malcontento popolare e di una forte svalutazione della lira turca.


Attacchi e attentati sono sempre più frequenti e sanguinari da parte di Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb islamico) e Isis nel Sahel. Privilegiata la zona delle tre frontiere Mali, Niger, Burkina Faso ma da qualche anno anche Paesi come Mozambico, Camerun, Benin, Costa d’Avorio senza contare le nefande azioni di Boko Haram, affiliata all’Isis dal 2015, in Nigeria del nord, sud Niger e Lago Chad.

Le due organizzazioni eversive, Aqmi e IS, come riportato in precedenti articoli su Analisi Difesa, sono rivali in competizione nella caccia ai finanziamenti eppure spesso anche alleate in diverse operazioni. Il fine comune resta comunque la cacciata degli infedeli occidentali e dei governi locali a loro alleati, le conquiste territoriali e il Gran Califfato africano.

Un programma sempre più minaccioso per le popolazioni saheliane in primo luogo, per l’instabilità generalizzata che creerebbe in Africa occidentale, per gli interessi occidentali e degli stessi Stati africani coinvolti.

Una realtà oggettiva da considerare seriamente al di là delle demagogie, del dialogo a tutti i costi persino in presenza delle minacce sociali e culturali alle popolazioni locali in larga maggioranza ben lontane da rigide Shaaria, fanatismi, addirittura intolleranze alla musica e ai balli.

Il Sahel nel caos?

La morte ad aprile di quest’anno del “presidentissimo” del Ciad Idriss Deby Itno, fedelissimo della Francia e dell’Occidente al potere per oltre trent’anni, ha causato forte preoccupazione non solo in Ciad ma in tutto il Sahel, fino alla Nigeria, aumentando esponenzialmente la percezione di ulteriore instabilità regionale.

Il Ciad (ricco di uranio per le centrali atomiche di Francia) è stato sempre un pilastro fondamentale della politica africana francese dal 1980 in poi, dalla lontana operazione Epervier del 1986, intervento militare transalpino a sostegno dei ciadiani contro i libici e la loro politica aggressiva dell’epoca. Dal 1986 i francesi hanno sempre mantenuto basi e cospicui contingenti militari in Ciad consolidando ulteriormente i rapporti dalla presa del potere di Idriss Deby nel 1991.


Non è un caso che ai giorni nostri il quartier generale dell’Operazione Barkhane, 5.100 militari francesi in fase di ridimensionamento, velivoli, elicotteri, droni, supporto carri e logistica dislocati in vari Paesi saheliani, sia installato a N’Djamena la capitale.

Nel corso degli anni militari ciadiani, noti per la loro combattività, sono stati utilizzati non solo nelle missioni Onu, ma anche a supporto bilaterale di Paesi vicini e alleati nella lotta contro il terrorismo (con finanziamenti dell’alleato francese).

L’ambigua versione ufficiale sulla morte del Presidente Deby, caduto in combattimento contro forze ribelli ciadiane provenienti dalla Libia, non ha convinto. La versione ufficiosa narra invece che un generale dell’esercito considerato fino all’episodio delittuoso graniticamente fedele, ne sia il responsabile. Comunque sia andata l’evento va considerato come un brutto colpo per Francia, il gruppo dei Paesi G5 e la Coalizione per il Sahel di cui fa parte anche l’Italia.

La transizione militare di almeno 18 mesi prima delle elezioni assicurata, per ora, dal figlio di Deby non può rassicurare. Se un alleato di prim’ordine come il Ciad barcolla e serpeggiano tensioni nelle Forze armate considerate fra le migliori sia nella lotta al terrorismo che come affidabilità e preparazione, le certezze di ieri rischiano di vacillare in tutto il Sahel.

Inaffidabilità e debolezze oltre ogni previsione di Paesi come il Mali e la Repubblica Centroafricana entrambi oggetto della recente, drastica decisione francese di sospendere la cooperazione militare in atto da anni. Paradossale la parabola maliana che andrebbe oltre l’immaginario di un film se non si trattasse, purtroppo, di una situazione molto seria.


Due colpi di Stato in meno di 12 mesi, agosto 2020 e maggio 2021, entrambi guidati dal colonnello Goita, con il sostegno (va ricordato) di larghe fette della popolazione civile, raccontano più di qualsiasi analisi la carenza dell’amministrazione locale, le debolezze di governi incapaci di unire il Paese e le sue etnie, la corruzione, il tentativo di negoziare con i jihadisti sottobanco.

Negoziati che cozzano contro gli accordi e le aspettative degli alleati e dell’Onu, presente in Mali con ben 13.000 caschi blu dell’operazione Minusma in aggiunta alle missioni di formazione militare, sicurezza interna e giustizia della Ue, ai francesi dell’operazione Barkhane e dal 2020 ai contingenti di vari Paesi europei, fra cui l’Italia dell’operazione Takuba.

Debolezze strutturali

La domanda lecita da porsi sarebbe come sia possibile che una tale concentrazione di forze, di finanziamenti e di sforzi non riesca a stimolare il governo maliano ad una gestione amministrativa più trasparente, efficace, unitaria ad una maggiore presenza e offerta di servizi di base a supporto di popolazioni deluse e stremate nei territori più lontani, periferici. La carenza di servizi, di lavoro per le fasce più giovani della popolazione, i soprusi e la corruzione costituiscono terreno sempre più fertile per l’offerta e la penetrazione jihadista.


Il governo maliano ha richiesto addirittura maggiore sostegno ai russi, ben felici di incrementare le presenze di consiglieri militari e forniture connesse.

All’origine della decisione francese di sospendere la cooperazione militare, pur senza rimuovere gli assetti militari presenti in Mali, vi è anche l’attivismo russo peraltro sollecitato sia dal Mali che dalla Repubblica Centroafricana, dove è in atto una campagna mediatica antifrancese, con lo zampino dei russi probabilmente, che è riuscita con oculata disinformazione a mobilitare una buona parte della popolazione.

L’attivismo russo dalla Libia al Corno d’Africa ma soprattutto in forte espansione in Africa Occidentale (Mali e Repubblica Centroafricana i casi più eclatanti), ha provocato forte irritazione e risentimento francese. Vacilla l’influenza transalpina anche nelle aree considerate strategiche economicamente e militarmente, feudo della francofonia.

Già da anni impegnata a contrastare la penetrazione del gigante cinese, la crescente influenza americana, a frenare velleità di altri alleati occidentali, con cui tuttavia qualche accordo si trova, la Francia difficilmente potrà assorbire un ulteriore fronte di contrasto dal forte ascendente su alcuni governi locali.


Al di là delle questioni elettorali in Francia, da almeno tre anni il Presidente Macron sembra cerchi una via d’uscita onorevole da una politica africana le cui contraddizioni risultano sempre meno sopportabili economicamente e militarmente. Si tratta principalmente di costi, di un rapporto oneri/ benefici sempre più difficile da sostenere. Mantenere influenze, una politica di presenza bilaterale costante, di “grandeur”, pur ridimensionata dai tempi, nelle ex colonie e in Libia, in competizione con l’Italia, non ha prodotto i risultati desiderati.

Al contrario in alcuni casi ha generato risultati opposti, forse non adeguatamente preventivati, quali l’ascesa nelle aree africane d’interesse di due potenze non proprio amiche di Parigi come Russia e Turchia. Un ridimensionamento nei fatti che ha portato la Francia a richiedere un maggior coinvolgimento europeo sia a livello Ue che dei singoli Stati nella lotta al terrorismo (legasi interessi francesi) ed un maggiore sostegno sul campo agli stati saheliani del gruppo G5.

La Coalizione per il Sahel, ideata e proposta da Parigi, risponde alle improcrastinabili esigenze della lotta al terrorismo e richiede una divisione dei costi per assicurare stabilità ai governi saheliani esposti più che mai agli attacchi jihadisti ed alle influenze anti occidentali.

Assisteremo probabilmente ad un’accelerazione degli impegni dei partner europei anche sul piano della cooperazione civile oltre a quella militare a seguito delle recenti dichiarazioni del mese di giugno del Presidente francese relative alla sospensione dell’operazione Barkhane, preavviso di un sostanziale ridimensionamento delle 5100 unità francesi schierate nei Paesi saheliani.


D’altronde pur criticata, non senza qualche ragione, la presenza francese in Africa Occidentale ha garantito oltre alla salvaguardia dei propri interessi economici e strategici, una certa stabilità e, pur sotto tutela, una difesa degli interessi degli stessi Stati africani francofoni. Non sono state preparate e formate adeguatamente le nuove classi dirigenti africane che avrebbero dovuto sostituire nel segno della trasparenza, della modernità, della lotta alle disuguaglianze, alla corruzione, le vecchie consorterie del potere dell’interesse personale, etnico, dei clan, delle tribù di appartenenza, anteponendo tali interessi allo Stato, allo sviluppo e al benessere delle popolazioni.

Ora in un periodo di crisi, instabilità, attacchi senza precedenti da parte di un fanatismo islamico d’importazione i nodi vengono al pettine in modo tanto repentino quanto imprevisto.

Malgrado i gravi errori di valutazione commessi negli anni, il Presidente Macron ha forse centrato il problema principale nel giustificare la sospensione dell’operazione Barkhane. Perché continuare un’assistenza tanto impegnativa quanto costosa se poi diversi Stati africani non mostrano una chiara volontà di dare seguito agli impegni presi, assumendosi responsabilità incombenti politiche e militari privilegiando piuttosto i benefici senza limiti temporali delle assistenze esterne?

La questione non sembra campata in aria, pur riconoscendo i gravi errori commessi dalla Francia, dagli interlocutori occidentali, dalle organizzazioni internazionali.


Inoltre il fallimento delle costosissime operazioni internazionali “multidimensionali” di stabilità a guida Onu si è accentuato in tempi recenti pur con la presenza di decine di migliaia di caschi blu e agenzie di sviluppo. Tali operazioni, in teoria sicuramente condivisibili, hanno prodotto più instabilità e scandali che apprezzamenti, al punto da generare proteste popolari (in Congo e Mali ad esempio) da parte delle stesse popolazioni che avrebbero dovute essere protette, senza peraltro risolvere i problemi atavici delle amministrazioni locali, della sicurezza, della formazione delle nuove classi dirigenti, di uno sviluppo visibile, sostenibile, vicino alle fasce più deboli delle popolazioni.

In un precedente articolo su Analisi Difesa ne abbiamo scritto più diffusamente segnalando anche i parziali fallimenti delle operazioni Ue e delle Ong.

Paradossi e azioni concrete

Un primo paradosso sarà la necessità di stringere alleanze concrete con i rivali di ieri che prevedano anche implicazioni in azioni coperte, non convenzionali in risposta alle azioni altrui, pur di giungere agli obiettivi della tutela degli interessi nazionali, delle frontiere minacciate, del riequilibrio dei ruoli nel Mediterraneo.


Per l’Italia, pienamente coinvolta nel Sahel e nel Mediterraneo un paradosso pregnante e una lezione appresa dagli smacchi ricevuti quasi senza reazioni dalla Turchia in Libia e Somalia. Una delle prime azioni pragmatiche e concrete fatte dal nuovo Presidente del Consiglio, Mario Draghi, è stata l’avocazione a sé della questione libica commissariando in pratica un debole ministro degli esteri non così autorevole, a livello internazionale, da tutelare le posizioni e gli interessi italiani in modo adeguato e determinato.

Il risultato è stato il riavvicinamento in Libia fra ENI e Total, intese per frenare l’aggressività turca, azioni comuni con il rivale competitore, la Francia, che fino a ieri ha tramato contro di noi. Le posizioni anti italiane francesi in Libia e nel Sahel sono note ma nel contesto attuale risulta producente e pragmatico stringere alleanze sul campo, non lasciare solo, come forse avrebbe meritato, il rivale alleato transalpino sostenendone le richieste di aiuto nel Sahel.


Con la recente messa a punto di una visione italiana finalmente strategica sulle aree di interesse in Africa (auspicata per molti anni da chi scrive e da Analisi Difesa), partecipiamo all’operazione Takuba (nessuna logica abbiamo lasciato la Libia in mano alla Turchia per andare nel Sahel, avevamo l'opportunità di spostare dall'Afghanistan i nostri soldati, con qualche mese di anticipo e portarli a Misurata prima dell'intervento turco a Tripoli ma i nostri strateghi militari e politici hanno ignorato quello che era scritto), base in Mali, accanto a contingenti francesi e di altri stati Ue, con un importante contributo di uomini e mezzi da prima linea.

In sintesi appare giustificato e dettato dagli eventi il sostegno dei paesi alleati alla Francia in Africa Occidentale. Un interesse comune (?!?!), un aiuto da far comunque riconoscere ai nostri cugini per la reciprocità di sostegno a nostro favore quando verrà il momento.

Altro paradosso di una situazione degenerata sarà garantire maggiormente la stabilità dei Paesi saheliani sotto attacco dei jihadisti e dei loro finanziatori, alleati indiretti, occulti o noti come il Qatar, influenti come la Turchia. Pur se diverse ragioni lo giustificherebbero non è il momento di lasciare ulteriori margini di manovra alle forze ostili jihadiste.

In caso di instabilità del Ciad andrebbe ulteriormente rafforzato l’impegno occidentale in Niger, ad esempio, tutelando il nuovo presidente Mohamed Bazoum, uomo forte e rispettato di altra pasta rispetto ai deboli governanti maliani da anni in balia dei ricatti jihadisti e delle questioni etniche e tribali mai risolte con spirito unitario. Il Niger appare sempre più cruciale nello scacchiere saheliano.


Ad integrazione dell’assistenza militare andrebbe perlomeno iniziato con azioni preliminari un vero piano di sostegni alla cooperazione civile nel Sahel.

Il Piano Marshall saheliano per essere efficace soprattutto visibile e benefico per le fasce deboli delle popolazioni, raggiungere villaggi e periferie dovrebbe comportare una particolare attenzione alla sicurezza dei civili prevedendo nuove modalità di esecuzione di progetti e programmi attraverso task force civili-militari unite nelle realizzazioni.

Minore burocrazia e impatti concreti su disoccupazione giovanile, strutture sanitarie periferiche, scuole, infrastrutture, strade rurali, acqua, agricoltura. Una tale prospettiva sarebbe la via per indebolire, fino a ridurre al minimo le influenze jihadiste e affiliati vari.

Risposte militari

Constatate le spese folli e i fallimenti delle missioni Onu e in subordine Ue, una revisione delle procedure delle modalità di esecuzione e delle risorse umane messe in campo risulta più che necessaria. Come si è ormai appurato che la cooperazione militare non è sufficiente per sconfiggere il terrorismo così bisognerebbe assumere che risulta molto più efficace un’assistenza militare da parte di contingenti occidentali, europei, canadesi o statunitensi ad esempio, piuttosto che impiego in Africa di truppe del Bangladesh, del Pakistan o delle Isole Figi….


Questo tipo di contingenti distanti dalle realtà africane accettano le missioni principalmente per le diarie non per raggiungere gli obiettivi di protezione e tutela delle popolazioni assumendosene quotidianamente i rischi di eventuali combattimenti contro fanatici agguerriti. Allo stesso tempo è poco opportuno utilizzare truppe africane in contesti continentali in cui ragioni etniche rendono difficile instaurare un buon rapporto con la popolazione.

Una svolta negli aiuti dovrebbe anche comportare sia a livello Ue che bilaterale degli Impegni formali, stringenti e verificabili da far assumere ai Paesi saheliani riguardo i rimpatri di migranti economici e illegali nonché installazione di hub e campi decorosi di accoglienza temporanea per i respinti, vittime dei trafficanti.

Sul fronte dei migranti illegali l’Italia dovrà molto probabilmente prendere coscienza pragmaticamente del disinteresse Ue e degli Stati membri e attrezzarsi a fare da sola o al massimo condividere le stesse misure, sarebbe già un gran passo avanti, adottate da tempo da Spagna e Grecia per frenare sbarchi e forzature illegali delle rispettive frontiere terrestri e marittime.


Su richiesta forte, interessata e accorta della Germania, si finanzierà ancora per 3,5 miliardi di euro la Turchia affinché mantenga i suoi campi di rifugiati, a spese nostre, e freni i flussi illegali lungo la rotta balcanica.

Altri miliardi di euro verranno mobilitati non prima di ottobre prossimo per nuovi accordi con Libia, e altri paesi per frenare le partenze, accettare rimpatri e ricollocamenti veloci e allestire in teoria hot spot locali. Per questa estate pandemia, pericoli e rischi d’importazione terroristica saranno ancora a carico esclusivo di Italia, Spagna, Grecia. Ognuno per sé a dispetto di retoriche dichiarazioni, promesse mai mantenute, fallimenti ripetuti della burocrazia e della Commissione Ue.

Sembra giunto veramente il momento che un Presidente del Consiglio esperto ed autorevole come Draghi, in assenza di azioni condivise da parte Ue, “passi all’incasso” come da lui stesso dichiarato tempo addietro, con azioni pragmatiche non eclatanti ma efficaci e chiare per tutti a difesa degli interessi nazionali, dei confini e anche dei rischi pandemici d’importazione.

Una ripresa del ruolo italiano nel Mediterraneo passa anche per la credibilità del Paese nella difesa dei propri interessi prioritari e nella capacità di reazione a provocazioni ad eventuali atti ostili quando richiesto dalle circostanze.

Foto: Operation Barkhane (Ministero delle Forze Armate Francese)

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