L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 12 agosto 2021

e l'Islanda ritorna sui sui passi, conferma che solo il sistema immunitario può contrastare l'influenza covid, i vaccini sembrano acqua fresca, confermando così i dati e i ragionamenti del francese Laurent Mucchielli

Laurent Mucchielli (direttore CNRS): "I dati smentiscono il miracolo vaccinale dipinto dai media"

di Thomas Fazi
5 agosto 2021

Laurent Mucchielli - autorevole sociologo francese, direttore di ricerca del CNRS (Centre Méditerranéen de Sociologie, de Science Politique et d'Histoire) - ha recentemente pubblicato su "Mediapart" - organo di informazione indipendentemente legato alla sinistra francese, fondato nel 2008 dall'ex capo redattore di "Le Monde" - due interessantissimi articoli sulla campagna vaccinale mondiale, riguardanti rispettivamente l'efficacia dei vaccini e gli effetti avversi dei suddetti.

In questo post mi occuperò del primo articolo. In esso Mucchielli fa un'operazione molto semplice: analizza l'evoluzione dei contagi e dei decessi in quei paesi del mondo che, dall'inizio delle campagne di vaccinazione (da dicembre 2020 a febbraio 2021 a seconda del paese), hanno già vaccinato la stragrande maggioranza della loro popolazione. I paesi in questione sono Gibilterra, Malta, Emirati Arabi Uniti, Seychelles, Uruguay, Canada, Cile, Inghilterra, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Israele, Qatar, Bahrain e Mongolia.

In questi paesi, la dinamica che si osserva in seguito alla campagna vaccinale è più o meno la seguente: un'esplosione dei contagi che si accompagna a tassi di ospedalizzazione e di mortalità che variano molto da paese a paese (molto bassi nei paesi occidentali, relativamente alti in diversi paesi non occidentali).

Le conclusioni le affido direttamente a Mucchielli:

«Senza la necessità di effettuare lunghi e complicati calcoli, l'esame di questi pochi dati statistici di base (vaccinazioni, casi positivi, mortalità) è sufficiente per dimostrare che la realtà della dinamica delle epidemie causate dalle diverse varianti del SARS-CoV-2 è molto diversa dal discorso politico-mediatico che esalta il miracolo vaccinale. In realtà, la vaccinazione non sembra avere un impatto maggiore su questa dinamica rispetto alle misure di contenimento ("lockdown" et alia). In breve: non protegge dal contagio (e nella misura in cui lo fa, lo fa molto meno dell'immunità naturale acquisita dagli ex contagiati: vedasi il recente studio israeliano a proposito). Se è "la circolazione del virus" a preoccupare, allora l'unica risposta seria alla domanda trabocchetto del governo - "è meglio la vaccinazione di massa o un nuovo lockdown?" - non può che essere: ne l'una né l'altro. E il semplice fatto che la vaccinazione non protegga dalla contaminazione è sufficiente di per sé a dimostrare che il cosiddetto "pass sanitario" ("green pass" et alia), che discrimina i vaccinati dai non vaccinati nell'accesso a numerosi luoghi pubblici, non ha alcuna base epidemiologica. Questo è un fatto che dovrebbe essere noto a tutti i cittadini oltre che ovviamente agli eletti e ai magistrati chiamati a prendere decisioni importanti nelle settimane e nei mesi a venire.

Rimane la seconda questione, quella della possibile riduzione delle forme gravi di COVID nelle popolazioni più vaccinate. Tre sono infatti le ipotesi per spiegare il fatto che, in quasi tutti i paesi occidentali, la nuova variante nota come delta sta provocando una ripresa dell'epidemia mentre la mortalità non aumenta. La prima ipotesi è che questo sia un effetto della vaccinazione*. Tuttavia, il tasso di vaccinazione varia dal 40 al 100% della popolazione, a seconda del paese, con risultati alla fine abbastanza simili, il che lascia spazio a dubbi. La seconda è la minore pericolosità di questa variante (c'è chi, proprio per questo motivo, vorrebbe permetterle di circolare il più possibile e aiutare così a sviluppare un'immunità collettiva naturale più efficace della vaccinazione), almeno in estate. La terza (probabilmente la più importante) è la stagionalità delle malattie infettive, che vede sempre la mortalità in questione precipitare durante l'estate.

Per quanto riguarda i paesi extraeuropei, i casi di Qatar, Bahrain, Uruguay, Cile, Emirati Arabi Uniti, Seychelles e Mongolia indicano che le intense campagne di vaccinazione non hanno impedito l'insorgere di nuove epidemie che, a differenza dell'Europa, sono state talvolta più letali delle precedenti. Alcuni genetisti (vedi la nostra intervista a Christian Vélot) avvertono inoltre del rischio che la vaccinazione generale (con vaccini genetici a RNA o DNA) contribuisca essa stessa allo sviluppo di varianti che potrebbero sfuggire all'immunità acquisita durante la prima epidemia [in Italia questo concetto è stato recentemente ribadito anche da Roberto Burioni].

In questa fase, dunque, non è possibile separare le diverse possibili spiegazioni per gli attuali sviluppi nelle epidemie di coronavirus. D'altra parte, è chiaro che i tipi di cicli epidemici che vediamo in tutto il mondo (e che danno origine alle ormai note curve a campana) sembrano farsi beffa degli interventi umani. L'ipotesi che ci sembra la più ragionevole, perché basata anche sugli insegnamenti dell'anno 2020, è che i principali fattori della dinamica epidemica siano da ricercare dal lato della storia naturale dei virus, dei fattori climatici (la stagionalità delle malattie infettive) e delle strutture demografiche e sanitarie delle popolazioni (la chiave è la quota di persone a rischio per vecchiaia, malattie cardiovascolari pregresse, obesità ecc.), e non dal lato delle decisioni politiche, ivi inclusa la scelta di vaccinare più o meno rapidamente o più o meno fortemente la popolazione generale».

Aggiungo solo che non si può non notare come in Francia vi sia un'ampia area politico-culturale legata alla sinistra socialista e sindacale che si oppone duramente alla natura di classe della gestione pandemica (tanto per fare qualche esempio: a presentare ricorso alla Corte costituzionale contro il green pass è stato Jean-Luc Mélenchon, mentre diversi sindacati francesi hanno chiamato allo sciopero generale contro il green pass in quanto strumento di discriminazione di classe (i ricchi saranno liberi di pagarsi tutti i tamponi che vogliono, i poveri no) e di ulteriore disciplinamento dei lavoratori ecc.), mentre in Italia sinistra e sindacati sono tra i maggiori sostenitori dei provvedimenti governativi, permettendo così alle reazioni spontanee di ampi settori della popolazione di essere egemonizzate da scappati di casa di varia natura. La confusione è grande ma la situazione è tutt'altro che eccellente.

*Ipotesi avallata anche dal sottoscritto in un recente post.

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