L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 26 agosto 2021

Fuga dall'Afghanistan e le televisioni in prima linea a mistificare e a fare propaganda filo statunitense. Già pronti ad incolpare i talebani per gli attentati ai civili che faranno i mercenari tagliagola dell'Isiss trasportati dagli Stati Uniti da qualche anno in Afghanistan

Realtà e falsificazione mediatica sull’Afghanistan




I talebani dovettero abbandonare Kabul verso la fine del 2001, cacciati da un intervento militare della NATO attuato con massicci e indiscriminati bombardamenti aerei in supporto all’avanzata di terra dei miliziani della cosiddetta Alleanza del Nord.

La coalizione era composta da combattenti in maggioranza uzbeki e tagiki alle dipendenze di quei signori della guerra che avevano dominato il paese, dopo il ritiro dei russi e fino alla presa del potere dei talebani del 1996, spezzettandolo in una serie di potentati feudali. Gli americani divennero i veri padroni di quel paese ponendovi come presidente un quisling locale di nome Karzai.

Motivo ufficiale dell’intervento americano fu la punizione per avere ospite in territorio afgano quello che si supponeva fosse l’autore dell’attentato alle torri gemelle, il miliardario saudita Osama Bin Laden.

Indifferenti al fatto che Bin Laden si trovava in territorio afgano ben prima dell’arrivo al potere dei talebani, e all’evidenza che quest’ultimi con l’attentato alle torri gemelle nulla c’entravano.

Con l’Iraq di Saddam Hussein, aggredito con la motivazione, rivelatasi poi vergognosamente falsa, di custodire sul suo territorio non meglio precisate “armi di distruzione di massa”, la guerra all’Afghanistan è il “capolavoro” di quello che probabilmente è stato il peggior presidente della storia statunitense: George W Bush junior.

Iraq e Afghanistan, due paesi aggrediti e martoriati dalle potenze occidentali, guidate dagli Stati Uniti, senza nei fatti nessuna giustificazione, non si dice morale, ma forse neppure materiale.

Grazie all’arroganza e alla crudeltà delle truppe statunitensi in Iraq, si pensi ad esempio a cosa è stato il carcere di Abu Ghraib, si è creata un’ondata di odio e di risentimento in gran parte responsabile della radicalizzazione delle masse sunnite nell’area e in ultima analisi nella nascita dell’Isis.

Ma la storia diffusa dai nostri media è piuttosto diversa.

In questi giorni di agosto, grazie (si fa per dire) ai fatti afgani, i nostri telegiornali hanno smesso di porre le litanie legate all’emergenza Covid in apertura, non ce le risparmiano ovviamente, ma arrivano dopo un po’; dopo che si è abbondantemente parlato di quello che sta succedendo in questi giorni a Kabul.

Dei fatti afgani non parlano, cela va sans dire, solo i telegiornali, ma sono anche il piatto principale dei titoli della carta stampata e di praticamente tutti i talk show televisivi.

Siamo come ci insegnò Marshall McLuhan gli abitanti di un villaggio globale, e quello che accade a migliaia di chilometri di distanza è come se accadesse nel cortile sotto casa. Tuttavia l’Afghanistan era e resta per la stragrande maggioranza delle persone un mondo lontano, di cui in molti fino ad oggi ignoravano l’esistenza.

Che idea si può fare l’uomo medio, quell’uomo che probabilmente anche oggi avrebbe qualche difficoltà ad individuare l’Afghanistan su una carta geografica, immergendosi in questa massa di informazione non stop su questi lontani avvenimenti?

Qual è il senso del messaggio veicolato in modo così battente e capillare dai nostri media? Che storia viene raccontata?

Proviamo a sintetizzare, il messaggio è più o meno questo: L’Afghanistan è uno sfortunato paese, situato da qualche parte nel subcontinente indiano, abitato da gente bellicosa e un po’ rozza, che dopo una storia di guerre e di ribellioni infinita, nell’ormai lontano 1996 è caduto nelle mani dei talebani.

Chi sono costoro? Qui la fantasia ha libero corso. Si va dai fanatici tagliagole, ai pur sempre fanatici impositori alle povere donne afgane di burqa, cioè di un orribile lenzuolone destinato a coprire dal capo fino ai piedi la malcapitata donna, dimenticando sempre di dire che il burqa non è una loro invenzione ma è un costume tradizionalmente portato dalle donne afgane. Li si assimila all’Isis, in perfetta malafede, benché con il califfato non abbiano nulla a che vedere, come ha spiegato su questo giornale con un bell’ articolo Ahmad Adani.

Qualcuno come il luminoso Roberto Saviano, santificato in vita per aver scritto un libro di successo sulla camorra, pontifica dal Corrierone della Sera e ci dice con il piglio di uno che non scherza, che i taliban, anche se non ci avevamo pensato prima, ma lui è qui per illuminarci, altro non sono che dei narcotrafficanti destinati a dominare il mercato dell’eroina. Et voilà.

Non è vero. La coltivazione dell’oppio è una coltivazione tradizionalmente praticata in Afghanistan e gli unici che riuscirono ad impedirne la produzione a prezzo di gravi sacrifici economici innanzitutto dei contadini afgani, furono i talebani. Ma tant’è.

Da Kabul e dal suo aeroporto continuano ad arrivarci immagini drammatiche, e purtroppo a volte anche raccapriccianti, di gente che in preda al terrore vorrebbe imbarcarsi su un aereo purché sia.

Il dato di fatto indiscutibile è che gli americani con i fedeli alleati della NATO, tra cui l’Italia, sono rimasti sul posto per vent’anni; hanno esercitato tutta la loro inaudita violenza bombardando dall’alto il territorio afgano; hanno braccato il nemico talebano ovunque supportati da una tecnologia che fino a qualche decennio fa avrebbe ben figurato in un film di fantascienza; hanno ucciso e mutilato civili afgani a centinaia di migliaia, esattamente come hanno fatto in Iraq, giustificando gli eccidi come effetti collaterali indesiderati della guerra.

Hanno deportato i loro prigionieri a Guantanamo, in un territorio e in un carcere extra giudiziale dove poterli torturare e umiliare a loro piacimento. Hanno creato un governo e un esercito fantoccio alle loro dipendenze affidandolo a un quisling di nome Karzai prima, Ghani dopo. E hanno perso.

Si ritirano ora lasciando dietro di sé un mare di inevitabili macerie; si ritirano perché non hanno alternative; troppo dispendioso lo sforzo di una guerra contro un nemico che si è opposto a loro eroicamente con la sola alternativa di vincere o morire; insostenibile il dover mantenere e corrompere milioni di afgani, giocando su divisioni etniche e tribali, inquadrandoli in un’amministrazione e in un esercito che come si è visto appena lasciato a se stesso si è liquefatto, e oggi la bandiera talebana sventola nuovamente sul palazzo presidenziale di Kabul.

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