L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 12 agosto 2021

Il ritorno di Alceste il poeta

Calcoli sbagliati


Unreal City, 5 agosto 2021

Leggo in un vecchio libro sciupato: “Mi piace sfogliare i vecchi libri sciupati che si trovano a volte sulle bancarelle dei librai e che hanno contenuto la verità di un tempo. Ci si guadagna una sana filosofia, del tipo di quella che Jacques Bainville riassumeva in questa formula: ‘Tutto è sempre andato malissimo’. E, parola mia, vedendo nel corso del tempo le lagnanze dei contemporanei, la loro nostalgia del passato, i sogni che architettavano per l’avvenire, bisogna riconoscere che gli uomini mai furono contenti del presente”.
La frase è di Jacques Ploncard D’Assac; il libro, sciupato, Apologia della reazione (I libri del Borghese, 1970).
Vi si ritrova un angusto iter metaletterario: D’Assac scopre su un’anonima bancarella un libro di Jacques Bainville che contiene la bruciante verità d’una riga; il sottoscritto, per le medesime vie, la nota di D’Assac; voi, i più fortunati, entrambi i rinvenimenti. Questa coincidenza non è ovviamente tale: si chiama, invece, tradizione. Tradizione della sapienza. Bainville nota, en passant, come la storia dell’umanità sia la cronaca di una decadenza continua; D’Assac approva; io, nel 2021, consento a tale evidenza luttuosa.

L’uomo decade, da sempre. La sua parabola non consiste in un avvicinamento a Dio bensì al Demonio. Liberiamoci da pregresse convinzioni. L’uomo sorge dalla Polvere e dal Fango; la Polvere e il Fango, sotto le spoglie di Satana, ci richiamano infine a loro; durante tale catabasi verso la Dissoluzione, Dio, sotto le spoglie dell’Artista, del Santo e del Sapiente, ritarda l’inevitabile caduta. Ma ora l’Abisso, là-bas, ci reclama; l’occhio scruta il vuoto e ne è avvinto in un’ansia lutulenta in cui piacere e volontà di auto-annientamento si coavvincono come le spire del Primo Serpente. Tutto torna?

L’uomo moderno calcola. Ma i suoi calcoli sono sbagliati. Il feticcio maggiore cui s’è prostrato è quello del progresso. Credersi migliori dei predecessori, o delle epoche del passato, ridotte a un cumulo di crudeltà e perfidie, equivale alla dannazione ultima che lo perderà del tutto. Come dimostra, invece, l’intuizione di Bainville, si deve parlare qui di continua regressione e degradazione. Dirà il Citrullo: “Ma non è possibile! Siamo alla reazione, al dispotismo, all’oscurantismo! Non vedete voi, cari signori, un innalzarsi delle epoche? Un avanzare costante, a prezzo di sacrifici e sangue, verso una umanità migliore, più tollerante e pacifica, consapevole dei misteri di quella Natura che si piega docile sotto la nostra benevola signoria? Guardate il passato: carestie, malattie, privazioni, mostruosità, abiezioni! Non vorrete paragonare le buie viette d’una città europea lorda di escrementi e pustolosi in fin di vita con le autostrade a quattro corsie ove sfilano le silenziose automobili del futuro? E chi cambierebbe, di grazia, quell’orrore con l’attuale presente? Fate un sondaggio e vedrete cosa ne esce!”.

A metà dell’Ottocento la popolazione mondiale assommava a un miliardo. Oggi a più di sette. Esemplare di questa Bengodi dell’evoluzione fu la figura del dottor Ignác Semmelweis che, con blandi e ovvi rimedi antisettici, sconfisse, di fatto, la mortalità infantile e la mortifera febbre puerperale. Il “Salvatore delle Madri” fu un tale Copernico che da un’epoca di vedovi si passò, mercé qualche guerra mondiale, a quello delle vedove. La nobile parabola umana di Semmelweis affascinò molti: a sinistra l’ebrea socialista Anna Kuliscioff, a destra l’antisemita burlone Céline che ne fece il protagonista della propria tesi di laurea in Medicina. E allora? Il mito del progresso, in effetti, abbacina tutti. Ma è un calcolo sbagliato. Occorre una dose criminale di cinismo, astruseria, cattiveria e forza di volontà per dichiarare questo. Eppure … cosa ne abbiamo tratto, noi, da tale appressamento alla felicità? Dai celesti doni di Semmelweis, o di Fleming e Jenner? Un’umanità pletorica, depauperata, debole. Gli Spagnoli che invasero il Sud America, butterati dal vaiolo e decimati dallo scorbuto, conquistarono un continente. Oggi la Spagna faticherebbe pure a invadere Gibilterra. Mi prende male, oggi, sono così! Gradirei un’obiezione, però, di fatto e non in punta di ideologia … la mia famiglia ha visto, in un secolo, come testimoniano alcune lapidi consunte, morti di tetano e di influenza, morti e dispersi in Russia e Africa, ma le foto dei sopravvissuti, accartocciate e crocchianti, ci parlano di donne e uomini dal volto piano e senza preoccupazioni, addirittura sereno: sereno di fronte a Sorella Morte. Il loro ruolo sociale e metafisico fu stabilito millenni prima - una profondità di cui essi non comprendevano né la distanza remota né la forza della scaturigine: a che pro? Si viveva così, gli affanni e il dolore si stemperavano nella consuetudine da scampati scambiata dagli Illuministi per fatalismo. Matrimoni, battesimi, comunioni e unzioni punteggiavano la vita. Il ruolo, già stabilito, faceva sì che l’individuo fosse sollevato da ogni decisione eliminando psicosi, ansie e schizofrenie. Chi era più libera? La donna sotto il presunto patriarcato o la donnina di oggi, che può decidere, liberamente, di farsi inculare da un cane? Attenzione, nella risposta potrebbero celarsi sbagli di calcolo.

Attraverso la zona di Boccea. Una Punto grigia è parcheggiata contromano. I posti del guidatore e del passeggero sono occupati da due asiatici, forse filippini. Bassi, olivastri, le teste tonde, i radi capelli neri; occhiali da sole; la pelle lustra di sudore. Si rassomigliano come due gemelli. Gli unici movimenti che ne tradiscono l’esistenza in vita son quelli mandibolari; ruminano qualcosa, roteando ritmicamente l’apparato buccale, in sincrono, come due scimmie caricate da un giocattolaio diabolico. Più avanti, sulle strisce pedonali, un’altra asiatica passa di corsa, blaterando in un cellulare a perpendicolo rispetto all’asse facciale. Brutta, bassa, storta: eppure vitale; non pare avere soverchi problemi: il suo ruolo nella società è ben definito, la nevrosi non ne lambisce il cuore; ella può guardare il futuro con sguardo limpido e privo di retropensieri. Come noi, qualche decennio addietro. Lungo il marciapiede, intanto, un africano spazza lentamente e metodicamente un tratto d’asfalto; qualche monetina in un sottovaso da giardino ne remunerano l’attività surrogatoria delle istituzioni, tolleranti verso un abusivismo così ecumenico e paziente. L’edicola è chiusa, la Valentina di Crepax sulla saracinesca irriconoscibile per le scrostature; il bar a mezzo servizio, la chiesa sbarrata, l’alimentari forse defunto. Nel deserto, con l’asfalto reso molle dalla calura, s’aggirano alcuni revenants: un mendicante, un trippone barbuto che reca un metro quadro di pizza unta, due anziani storti e dagli occhi cisposi e diffidenti, un andino dal volto totemico. L’Italia migliora, evidentemente: come facciamo a non accorgercene?

A largo Argentina mi accoglie un capanno del Nuovo Mondo. Qualche curioso vi si assiepa d’intorno mentre alcune telecamere ne frugano, occhiute, gli ospiti sotto le precarie frescure agostane: fra di loro riconosco l’Esuvia della Libertà Infinita: Emma Bonino. Liberi sino alla morte. Ella parla, senza empatia, meccanicamente; il consueto turbante, un pastrano raffazzonato, la voce sottile, ma ferma, arrogante senza esser sprezzante, di chi ha la sicumera del Potere. Solo la voce rileva, il Verbo. I giri parodici sulle libertà umane promanano con prosodie da carillon infernale; il naso lungo e livido pare l’unica consistenza materiale di questo corpo votato all’Utopia Definitiva e Suicidaria, sorta di esoscheletro insecchito impigliato fra i rami dell’albero di Giuda. Frattanto una celebrità del Nulla si approssima, timida, deferente: Toni Garrani, attore e doppiatore, già co-pilota di Michele Mirabella. La Mantide Omicida accoglie il discepolo con l’interesse con cui si resoconta un collo di melanzane ai Mercati Generali: per lei, che lo confonde col padre Ivo, è solo l’ennesimo chierichetto spendibile sul mercato. Nemmeno sa chi è, forse; d’altra parte solo l’Utopia conta. La Sacerdotessa non pone certo mente ai mattoni della Torre di Babele. Nel suo fanatismo estremo pare come risucchiata dal Vacuo tanto da esserne trasfigurata in immagine e somiglianza.

Draghi nel Colosseo. Ridacchia sugli esperti - lui! - epitome d'ogni esperto d'Italia, quello che tutto sa e nulla capisce. Ma il Colosseo dice qualcosa a Draghi? Questa la domanda. D'altra parte: Emma Bonino conosce Piero della Francesca o Zuan Bellini? Mai ho sentito, in cinquant'anni, la Chiromante Catatonica citare l'Italia o un grande Italiano, se non per motivi strumentali. In breve: chi sono queste persone? Come si sono sostituite agli umani? Perché non vengono riconosciute per quello che sono? Ecco un'ulteriore domanda. Senza risposta, se non quella, devastante, dei fatti.

Ma dove sono andati gli Italiani? Scomparsi.
E l’opposizione al Potere?
Si è trasferita sul digitale disperdendosi in mille rivoli polemici, goliardici, assolutamente insulsi.
Solo la carne può tentare il colpo di mano.
E invece qui ci si perde in statistiche, cruscotti, freddure, calembour.
Quando il Potere metteva ogni defunto nel conteggio Covid, i controinformatori sbraitavano sulle cifre gonfiate. Ora accade il contrario: ogni sincope, malore, infarto e incidente entrano a buon diritto nelle cifre del massacro vaccinista deprivando il caso di una possibile innocenza.
La puerile battaglia, che ha fatto perdere due anni, ha come risultante lo zero.
Ci vogliono sterminare?
Certo, ma come gli Alacaluf della Patagonia, gli Incas, i Canachi. A questo serve il vaccino, l’obbligo, la paura; alla perdita dell’indipendenza e della razionalità; al regresso economico.
Sono morti 15.000 italiani per gli effetti avversi? Lo concedo. Non sarei così timido, però. Secondo me potrebbero essere il doppio, il triplo o centomila: ciò non cambierebbe la mia posizione. Questa cimiteriale farsa serve non a uccidere direttamente bensì a rinchiudere nelle riserve. Lì creperanno a milioni, gradatamente, educatamente, col pallido capo riverso, gli occhi sbarrati nella certezza terribile dell’errore - probabilmente con uno spetezzo rivolto ai quei cieli che hanno contribuito a sgombrare.
Il massacro di tre miliardi di esseri umani? La vedo dura, come spiegai, per il fatto, incontrovertibile, che liberarsi di mille cadaveri è già impresa durissima. Tale obiezione, che può trovare conferma presso qualsiasi operatore mortuario, venne rivolta, a suo tempo, pure contro i fautori dell’Olocausto dei Sei Milioni. Vi accennai anche in un post, ma nessuno colse la mia follia. Un corpo pasciuto, come quello di Cola di Rienzo, brucia bene; i corpi smagriti no. In entrambi i casi è difficile liberarsene. Anche Cola di Rienzo, la populista palla di lardo, fu difficile da ridurre in cenere: per avere ragione dei resti di quel vitellone che volle sfidare i Signori di Roma, gli Ebrei del Ghetto si costrinsero ad affastellare cascine, paglia, sterpi, affaccendandosi nel rogo, “afforosi”, con lo zelo che li contraddistingue nell’odio.

I suicidi superano gli omicidi.
L’umanità si avvia verso il rimbecillimento generale. La vita, il soffio che traverso il calamo spinge il fiore, si è lentamente spenta. La tecnica dei dominatori è rodata, banale. La quasi totalità di noi, peraltro, condivide tale genocidio indotto.
Ci si vergogna a dire la verità, ad affermare l’evidenza, persino a pisciare negli angoli. Snervati, elettroscioccati, ebefrenici. La morte assume strane sfumature. Non credevo che morte tanti ne avesse disfatti. Alcuni ventenni son già morti, altri vagano su questa terra avvolti nel sudario. Conosco gente che passa la notte sui videogiochi. E ci si preoccupa degli infarti? I suicidi più spettacolari che ricordo ancora respirano regolarmente. Sono milioni? Miliardi.

Invertire, invertire, invertire.
Il cubicolo, la pornografia, l’alcool, lo sport, la fine dei rapporti sociali, la decadenza dell’attrazione sessuale, la negazione pervicace della bellezza, la perdita del ruolo sociale. Il barbone del Ventunesimo Secolo affonderà sempre più nella poltrona sino a liquefarsi. Da otto miliardi gli accidiosi si ridurranno naturalmente a sette, poi a sei. Il boccone più ghiotto è, ovviamente, l’Europa Bianca. E così sarà. Moriremo fra le chiacchiere, altro che infarti; soli, inermi, ignoranti. Ridotti dal Potere a ridicoli Tamagotchi da sfamare in cambio di un’obbedienza cieca. Anche qui: calcoli sbagliati.

La Bellezza e la Ragione. Nella Vergine della Tenerezza di Safronov, benché d’impianto moderno, ritrovo entrambi i corni del dilemma. La liturgia, il simbolo, la fede e lo studio dei materiali si fondono in una indissolubile verità. Qui si può pregare o sperare o vincere. Anche la sconfitta, però, sarebbe una gloria ambita.

Le posate. Forchette, coltelli, cucchiai. Anche in campagna ve n’erano di molto belle: larghe e pesanti, di materiale vile o addirittura d’argento. Istoriate in rilievo con frutta, animali, edere. Un piccolo marchio nella parte celata; i denti della forchetta, a volte tre, a volte quattro, inflessibili come giudici popolari; la concavità del cucchiaio, a raccogliere diligentemente i lacerti di minestre di verdure o i legumi stillanti olio, si conformavano con discrezione alle voracità dell’apparato buccale; i coltelli, arrotondati e pesi il giusto, per affondare la lama nelle carni, anche le più stoppose. Coltelli per il pane, i salumi, i caci: anonimi, ma sempre con un guizzo particolare; un manico in legno borchiato d’argento, oppure ravvivato da incisioni sottili e beneauguranti. Oggi nessuno presta più attenzione a queste cose. Il funzionalismo ha preso piede, inarrestabile. Una forchetta è una forchetta, serve per infilzare qualcosa, va bene anche di plastica, si getta via, oppure di legno bio, a salvaguardare i panda residui del pianeta. Ma anche qui si tratta di un calcolo sbagliato. L’ornamento, il “di più”, in altre parole, parole oggi inesplicabili per i funzionalisti geneticamente modificati di massa, la bellezza - quel senso di inutilità che avvolge la bellezza … a che pro la bellezza, cos’è la bellezza … la bellezza non ha funzione, si dice … a che pro, signori, direbbe uno yahoo qualsiasi, decorare con l’encausto, una tecnica impervia, le prue delle navi da guerra? Cos’è questo spreco? A ciò rispondo: è uno spreco che risulta da un vostro calcolo sbagliato, signori. La bellezza serve, protegge, ci indica la via giusta, vince il Nemico. Il ponte Morandi, brutto e insidiato dalla bruttezza, non poteva che cadere, così come rovineranno tutte le città postmoderne, accozzaglia di brutture psicopatiche. Inevitabile che sia così. Il bello, inteso come forma distillata dall’esperienza e trasmessa gelosamente dalle confraternite artigianali - lei mai potrà morire. Quel “di più” che si crede merce inessenziale poiché non traducibile in oro, rappresenta, invece, la scintilla nascosta che ci ha sempre preservati dall’autodistruzione. I fiori, la frutta, gli animali giocosi, lepri e cani, che si trovano sbalzati sulle antiche posate, sono un balsamo per l’animo poiché unica ragione di vita dell'animo.

Corviale, il comprensorio Bastogi, il Bronx di Torrevecchia, Tor Bella Monaca. Tali architetture, costruite con protervia dai funzionalisti che vollero liberarsi, grazie a colpi di mano basati su calcoli sbagliati, dal quid “di troppo”, rovinano senza possibilità di redenzione. Abbiamo risparmiato sui costi! Regalando ai bisognosi migliaia di alloggi! Ma non è così. Così come le città sottomarine di Lovecraft rivelano le menti aliene e inumane dei Costruttori, così è per tali borgate nichiliste. Tralasciare quella particola segreta, il quid di troppo, a cosa ha recato? Dopo qualche mese, ancora odorosi di vernice, tali capricciosi e psicopatici accumuli di cemento cominciarono a stritolare gli incolpevoli uomini lì imprigionati: misteriosi crolli, infiltrazioni, sfarinamenti, malfunzionamenti; uno spirito di decadimento, il kipple, misto di spazzatura entropica e disfatta, cominciò a nutrirsi delle anime conducendole, come Azathoth, all’abbrutimento e al crimine. Persino il panorama, la vista della precaria sagoma di quelle suburre postmoderne, infiacchiva lo sguardo. Ciò che apparentemente s’era guadagnato, secondo calcoli da ragionieri d’accatto, veniva, invece, puntualmente reclamato ad interessi altissimi, con libbre di carne sempre più sanguinose.

Tale calcolo sbagliato, inavvertito e ominoso, fu ribattezzato da Ezra Pound come Usura. Solo un Matematico Celeste può computare davvero il “di più”. A ciò, e non a una pedestre teoria economica, si riferisce l’Americano Pazzo quando compone il suo canto più celebre:

Pietro Lombardo 
non si fe’ con usura
Duccio non si fe’ con usura
nè Piero della Francesca o Zuan Bellini
nè fu ‘La Calunnia’ dipinta con usura.
L’Angelico non si fe’ con usura, nè Ambrogio de Praedis,
nessuna chiesa di pietra viva firmata : ‘Adamo me fecit’.
Con usura non sorsero
Saint Trophine e Saint Hilaire,
usura arrugginisce il cesello
arrugginisce arte ed artigiano
tarla la tela nel telaio, nessuno
apprende l‘arte d’intessere oro nell’ordito …

Ragioniamo. Calcoliamo giusto.
Un palazzo di vetrocemento, dopo qualche decennio, rimangia i volgari risparmi con una manutenzione esosa e degna di miglior causa. Un rudere irrecuperabile, deprimente, di cui si fatica a comprendere persino l’unica qualità che ne era alla base: la funzionalità. Per questo gli Americani, questa branca degenerata dell’Inglese postscespiriano degenerato, preferiscono radere al suolo ogni cosa e ricominciare da capo, quali tossicodipendenti dell’orrido. E lo stesso vale per l’orientale degenerato. I resti d’un monastero medioevale, invece, pur recando le cicatrici materiali del tempo, conservano una bellezza austera e, a volte, ancor più solenne; ciò vale anche per le sculture, e gli affreschi: il colore scialbato, le cadute dell’intonaco aggiungono una patina misteriosa (di cui si fatica a calcolare la potenza lustrale, altrimenti nota come bellezza) - una qualità che si accresce vertiginosamente nella stoica considerazione sul tempo perduto e irredimibile.
Possiamo calcolare, quindi.
La bellezza è sinolo di forma tradizionale (che ha già calcolato tutto, da sempre, per il meglio della comunità) e materia nobile. Essa vince l’Usura, mette da parte un pegno inestimabile per le future generazioni, sprigiona nei secoli una serenità interiore che guarisce e dona un posto all'uomo nella vicenda tragica dell’universo. Per suo mezzo siamo fatti eterni, invincibili.

A che serve la filosofia, il latino, il greco … A un “di più”. I calcoli sbagliati dei praticoni della scuola, tutti tecnica e ciarpame da computisteria, intesa nel senso deteriore, son lì a celebrare il funerale della scuola stessa. DAD, sei politico, trentasei politico, centodiecielode politico, tesine da trenta pagine. Servono scienziati, ingegneri, biologi! Certo, servono, ma chi lo sarà più? All’università le barzellette più feroci eran proprio sugli ingegneri che parevan ghermiti da un’avitaminosi spirituale. Ingegneri, però, ancora formati dalle scuole di Gadda e Olivetti. E ora? Saputelli da twitter, aridi, arroganti: perfetta carne da albino, buona per i cubicoli di tutti gli inferni che stanno apparecchiando sulla Terra.

Come spesso accade mi lascio coinvolgere. Stavolta mi tocca dipingere un muro di contenimento presso un comprensorio della periferia più devastata. Preti e monache mi arruolano: ci devi aiutare! Non faccio in tempo a elaborare il diniego: la comunicazione, con tempismo cinico, è tolta. L’indomani, quindi, è giornata di pennellesse e stucchi. Sudo come Cola di Rienzo trascinato per le vie di Roma. Una ventina di bambini e ragazzetti Rom (napoletani, abruzzesi) danno manforte, inscenando un ininterrotto schiamazzo anarchico. Tutti, però, sgobbano; sulla scala si arrampica pure un frugoletto che sa appena camminare: al quarto piolo sembra cadere, mi vedo già a Rebibbia, ma il moccioso, con un pennello enorme nella mano minuscola, eccolo - non si sa come - riprendersi in tempo e cominciare a bruttare a casaccio la parete, serioso e determinato. Il padre, da lontano, al fresco, sghignazza pacifico, le gambe divaricate, a trasmettere d’intorno l’orgoglio per un così promettente prodotto della propria coglia. I maschi più cresciuti vantano una dura cupezza introversa, a reprimere una rabbia di cui non riconoscono la fonte; i più piccoli, invece, sono vivaci ed educati. Alcune femmine s’atteggiano oblique e insinuanti; parte già graziose, e dotate d’una malizia naturale e incomprimibile. Storpiano i nomi, deridono il borghese, gli fanno ritrovare il cappello lordato dal grigio del quarzo. A una, la bocca piccola, rotonda e carnosa, domando: “Quella è tua sorella? Vi assomigliate molto”. Lei si mette a ridere, aperta, con un singulto arrochito e sensuale. Apprenderò poi che ce ne sono tre, di sorelle: di un’unica madre e tre padri diversi. Fra loro si chiamano per nome, come amiche; vivono in un camper che, d’inverno, l’origine dei loro giorni terreni reca verso il centro di Roma per essere meno lontane dalla scuola. Non che la scuola interessi molto: lo fanno per non perdere la potestà genitoriale; o quel che s’intende oggi con tale vaporoso concetto. A dodici anni Bocca di Rosa non sa granché scrivere, e le sorelle del pari.
Un bimbetto intanto mi chiede cosa fare di un piccolo crocefisso di metallo trovato per terra; lo ripulisco e, poi, provvedutolo d’un sottile spago, ne faccio un ciondoletto che gli giro attorno al collo: di questo atto elementare è strabiliato e felice.

Quando ero ragazzo ero solito far girare sul piatto l’ellepì di Claudio Lolli Ho visto anche degli zingari felici, ispirato dal film jugoslavo Ho incontrato anche zingari felici di Aleksandar Petrović (Skupljaci perja, 1967. Il caso volle che il disco venisse pubblicato il 7 aprile 1976, lo stesso giorno in cui Mario Salvi fu giustiziato, nell’ambito della pantomima omicida inscenata fra Stato e dissenzienti di varia estrazione - quasi tutti sotto controllo del SISMI e di Gladio, però).
Dopo che il viceconte Massimo D’Alema acconsentì a bombardare i Balcani, nel 1999, ventitré anni dopo il disco di Lolli, la parola “jugoslavo” e “Jugoslavia” la facevo girare spesso sulla lingua a sbeffeggiare gli ex compagni titini, ora bombaroli. L’apostasia, però, non cominciò certo lì. I comunisti, così come i fascisti e i democristiani, erano già spariti dall’Italia nei primi anni Ottanta. Ne sopravvivevano le parodie, a confondere gli allocchi e gli stupidi che, senza le locuzioni da sciarpa di Linus (comunista! … fascista! … i cattocomunisti ...), inciampano nei più elementari ragionamenti. Cattolici, fascisti e comunisti son arrivati sino a noi, ma solo quali esuvie ideologiche di un tempo pieno e felice, poiché ancora dotato di un senso. Oggi sono morti, zombificati; non conoscono l’Italiano, odiano l’evidenza e la logica, pur lasca; si limitano a caracollare trascinandosi dietro stracci cenciosi al vento di anacoluti e frasi fatte; brandelli sfatti di carne e senso.

Solo una cosa rimproveravo a Lolli: il titolo. “Ma dico, compagni … poteva fare uno sforzo … noi comunisti parliamo parliamo, ma siamo degli sciatti coglioni … un dodecasillabo … e poi quel ‘degli’ … non vedete che sforza … come la quarta in salita … bastava scrivere ‘Ho visto anche gli zingari felici’ ed ecco l’endecasillabo … seppur non soddisfacente … sarebbe stato meglio ‘Ho visto - sai - anche zingari felici’ con accento su sesta e decima … riconosco che quel ‘sai’ è un po’ faticoso e non mi sconfinfera, ma suona meglio di prima … “. Il capo già mi guardava di traverso, e così i futuri centrosocialisti; per conto mio, poiché di natura ottocentesca, già ricambiavo segretamente il mio odio verso di loro, i traditori più ottusi. Si viveva da separati in casa; solo i calcoli sbagliati ci tenevano assieme.

Terminato il lavoro di pittura, i ragazzini sciamano attorno a una fontanella. Subito si forma una farandola folleggiante, di grida e dispetti. Le madri, ingrugnate o serafiche come idoli Apache, le gambe scoperte rigate da tatuaggi, lasciano fare; i compagni son già via, chissà dove, annoiati da tanta volontà riposta a buon fine. Schizzi, palloni pieni d’acqua, richiami divertiti o di finto rimprovero riempiono l’aria come le strida delle rondini a sera. Pieter Bruegel il Vecchio, con l’anima sua di colto miniaturista e raffinato popolano, contemplò al numero trentasei - di ottanta - tali scherzi puerili, nel suo olio del 1560.
Mi allontano per meglio dominare la scena; cala la luce, e la materia s’intride d’azzurro; per qualche minuto mi sorprendo a non pensare. La scena è una delicata tavola atemporale. Una farandola di fanciulli, eguale a quella di mille altre, nel tempo. Ognuno d’essi si lava della malizia, riacquistando un volto senza rughe, di perfetta innocenza. Non avere pensieri, scivolare via – senza pensieri. Ma l’innocenza non si riguadagna, una volta perduta. Sebbene senta come un supplizio il distacco dalle mie antiche radici, è doveroso riaccollarsi al più presto la dannazione.
Mi riallaccio le scarpe e me ne vado.
Da lontano qualcuno alza la mano, e la agita verso di me.

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