L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 4 agosto 2021

L'inflazione esiste ma non influenza più la politica delle banche centrali è stato NECESSARIO ignorarla. La Cina per non soccombere alla prossima certa ed inevitabile bolla ha cominciato a bruciare miliardi di capitalizzazione fotografato dalla discesa dell'indice tech cinese. L'influenza covid continua ad essere usata per coprire la sistematica incapacità del sistema economico di uscire fuori da una crisi strutturale nata negli anni '70 e che si è trascinata stancamente fino ad oggi dove si è impantanata, elargire lenticchie di benessere ai popoli non è più possibile si ha il terrore delle rivolte sociali e allora la paura è diventata metodo di governo

SPY FINANZA/ La triste verità dietro rimbalzi del Pil e I record delle Borse

Pubblicazione: 03.08.2021 - Mauro Bottarelli

I mercati viaggiano ormai sconnessi da ogni realtà certi del Qe perenne. Intanto le economie, nonostante i rimbalzi del Pil, non vivono una situazione rosea

Lapresse

Il mese di agosto che si è appena aperto, storicamente coincide con bassi volumi di trading e sonnacchiose attese delle mosse per l’autunno. Questo fino a quando le Banche centrali non hanno completamente monopolizzato la scena, rendendo di fatto superfluo qualsiasi indicatore macro. Nella fattispecie odierna, ad esempio, l’inflazione. Ormai, il target obiettivo del 2% è qualcosa di superato. Un mantra, nulla più. Esiste, ma nessuno vi fa più riferimento a livello di politiche attive di ciclo. O perché si cambia a orologeria la guidance, come ha appena fatto la Bce, sperando così di creare i prodromi del Pepp perenne, o perché lo si fa scendere giocoforza dal trono, incoronando come unico proxy di ripresa il dato occupazionale, come inteso dalla Fed.

Difficile orientarsi in uno scenario simile. Un possibile indizio, però, arriva dal contesto di mercato che – paradossalmente – nell’ultimo periodo ha operato maggiormente in modalità di semi-taper e sgonfiamento controllato delle bolle: la Cina. Per alcune settimane, l’azionario del Dragone – soprattutto il comparto tech – ha patito cali drastici, quasi un principio decisamente spinto di correzione strutturale. Dal picco del 27 febbraio scorso, l’indice tech cinese ha perso qualcosa come 1 triliardo di dollari di capitalizzazione. Un bagno di sangue. Ma di cui nessuno, salvo gli addetti ai lavori, si è accorto.

Eppure, qualcuno è rimasto sepolto sotto quelle macerie. E non solo in Cina, perché l’indice Golden Dragon del Nasdaq, quello che traccia appunto il comparto tecnologico di Pechino, ha fatto piangere non pochi investitori a stelle e strisce. Nel frattempo, guerra. La Cina ha ampliato la propria offensiva di stringente regolazione e controllo dei comparti strategici, arrivando a un divieto di IPO estere che è stato il chiodo nella bara per molti titoli sopravvalutati. Poi è stata la volta delle aziende di tutoring tecnologico on-line, escluse dalla pubblica istruzione se non rinunciavano al loro profilo profit, inclusi collocamenti e aumenti di capitale. Insomma, stavolta Pechino sembrava voler fare sul serio. In ossequio al mantra di Xi Jinping, la bolla creditizia doveva essere sgonfiata. A qualsiasi costo. O quasi.

Questi due grafici mostrano l’altra faccia della medaglia. Anzi, mostrano la mano visibile dello Stato su economia e finanza. Quando i tonfi di Borsa cominciavano per magnitudo a minacciare il contagio ad altri comparti più sensibili, come bonds e valuta, Pechino ha deciso di rimettere nel cassetto il bastone e sfoderare la carota. Ed ecco che, la scorsa settimana, entrava in azione il National Team, ossia le banche a controllo più o meno statale: acquisti con il badile.



E, come mostra la prima immagine, il corrispettivo della strage di San Valentino per chi era esposto short sul comparto tecnologico e sulla sua continua emorragia di market cap. Ma il dato fondamentale è rappresentato dal secondo grafico: Pechino è intervenuta all’ultimo, quasi stesse giocando al chicken game con il mercato. In questo caso, quello decisamente sensibile dei tassi interbancari. Arrivati, come diretta conseguenza della correzione in atto e della continua mancanza di intervento della Pboc, alla soglia del congelamento sul rischio di controparte. Et voilà, una bella iniezione mirata e chirurgica di liquidità a breve termine da parte della Banca centrale. E passa la paura. Fin qui, nulla che stupisca. Quello della Cina è notoriamente un mercato a diretta influenza statale, quindi il fatto che sia la Pboc a muovere i fili non genera turbamento.

Il problema, però, è dato dalla messa in prospettiva globale di questo approccio. Cosa stanno facendo, infatti, Fed, Bce e Bank of Japan da almeno un anno a questa parte, come risposta alla pandemia? La stessa cosa. E il risultato è sintetizzato alla perfezione da questo altro grafico, il quale mostra plasticamente il livello raggiunto la scorsa settimana dal cosiddetto Buffett Indicator, l’indicatore di stress del mercato dell’oracolo di Omaha che compara il market cap al Pil: oggi siamo al 235% di ratio. Sideralmente più in alto non solo del livello raggiunto nel 2008 ma anche dell’ultima, grande bolla del mercato, quella dot-com del 1999-2000.


Ma non basta, perché a inquietare è la linea nera: ovvero, la linea di trend del mercato, la quale viene ritenuta in fair value al 120% di rapporto. Oggi siamo a un +89% rispetto a quella media – più o meno ponderata – di rischio. Tradotto, stiamo camminando sul filo del trapezista senza rete di sicurezza. E con gli occhi bendati, sicuri che le Banche centrali non lasceranno accadere nulla di inatteso.

C’è un problema: la Cina, in quanto regime autoritario, può permettersi interventi draconiani sia sul sistema che sul tessuto sociale, al fine di tamponare situazioni divenute estreme e che rischino di sfuggire dal controllo. Ma l’Occidente democratico o il Giappone, cosa farebbero, in caso davvero qualcosa andasse storto?

Ora, unite questo panorama di fondo davanti cui si staglia la nostra quotidianità economica e finanziaria alla risorgenza a orologeria del regime di emergenza permanente che stiamo vivendo per la variante Delta: non trovate che vi sia qualcosa di straordinariamente pre-ordinato alla base? E il tempismo, poi, non vi pare sospetto? Il 31 luglio negli Usa è terminato il divieto di sfratto e il 6 settembre andranno a scadenza tutti i programmi di sostegno a reddito e disoccupazione: casualmente, il Covid torna emergenza. Addirittura, la Florida che non ha mai conosciuto lockdown, né mascherine, oggi segna il record di 24.000 contagi in un giorno. E il Massachusetts, Stato fra i più avanzati a livello di immunizzazione, segna un altro primato negativo: oltre il 65% dei nuovi contagiati è vaccinato. Con doppia dose. Allarme, insomma. Tanto da spingere Joe Biden a non poter escludere nuove restrizioni. Solo a fine maggio, la Casa Bianca ancora millantava un Freedom Day da immunità di gregge per il 4 luglio.

E l’Europa, presa a festeggiare rimbalzi del gatto morto del Pil, ma terrorizzata dalla prospettiva del voto tedesco del 26 settembre, soprattutto dopo il no palese e pubblico di Jens Weidmann alla nuova guidance sui tassi della Bce? Il fatto che il secondo trimestre abbia visto trionfare i tassi di crescita di Italia, Spagna e Grecia e invece zoppicare sotto le attese quelli di Germania e Francia, non vi dice nulla rispetto alle prospettive di crisi industriale da collo di bottiglia sulla supply chain per il secondo semestre dell’anno? Pensate che le sparate di Confindustria sul green pass obbligatorio sui posti di lavoro e i passi indietro di Maurizio Landini al riguardo non siano figli della paura e della consapevolezza per quanto ci attende in autunno? Pensate che si continui a rimandare dopo Ferragosto gli eventuali passaggi in zona gialla di alcune regioni solo per cautela e non per disperazione da ottimizzazione massima degli introiti turistici?

Ripensateci, è meglio. E il pessimo dato del nostro PMI manifatturiero di luglio pubblicato solo ieri, lo conferma. Altro che titoli demenziali sul miracoloso Pil del secondo trimestre.

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