L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 agosto 2021

Per vent'anni un silenzio di tomba sulle ricchezze minerarie dell'Afghanistan, ora i giornalisti scemi le scoprono e tentano di fare il pelo e contropelo alle Nazioni che vogliono ricostruire questo paese e rendere definitiva la saldatura tra il Medio Oriente e la restante Asia. I somari salgono in cattedra

Quel tesoro sotto l’Afghanistan che fa gola a Russia e Cina

GIULIA ALFIERI 20 AGOSTO 2021


La transizione energetica richiede molte materie prime e già nel 2010 l’Afghanistan veniva definito da un rapporto interno del Pentagono “l’Arabia Saudita del litio”. Ora è tutto nelle mani del regime talebano (e di chi ci tratta)

Sono trascorsi cinque giorni da quando l’Afghanistan è caduto di nuovo nelle mani dei Talebani che adesso si trovano a gestire una delle maggiori riserve al mondo di materie prime. Litio, ferro, rame, cobalto, oro: nel 2010, un rapporto interno del Pentagono, redatto da militari e geologi e portato alla luce dal New York Times definiva l’Afghanistan “l’Arabia Saudita del litio”.

QUANTO VALE IL TESORO AFGHANO

Un rapporto congiunto ONU-UE del 2013 ha stimato che il potenziale di tutte le risorse sotterranee dell’Afghanistan è di mille miliardi di dollari. Passando a dati più recenti, secondo quanto riportato dal Sole24Ore, gli Stati Uniti nel 2017 riferivano che nel Paese erano presenti risorse minerarie per oltre 3mila miliardi di dollari e si ritiene che oggi la cifra sia quasi certamente più elevata.

Passando a notizie ancora più recenti, nell’ultimo rapporto annuale sulle risorse minerarie del Paese pubblicato a gennaio 2021 dall’US Geological Survey viene confermato ancora una volta che “l’Afghanistan ha depositi di bauxite, rame, ferro, litio e terre rare” – oltre alle già note riserve di pietre preziose.


IL LITIO E LA TRANSIZIONE ENERGETICA

Non dimentichiamo che il litio, ma anche altre terre rare, sono essenziali sia per la riduzione di emissioni di gas serra che per la transizione energetica, basti pensare alle batterie, agli impianti fotovoltaici ed eolici. Come ha reso noto l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), si prevede che la domanda globale di litio aumenterà di 40 volte entro il 2040.

L’Afghanistan “è seduto su un’enorme riserva di litio, finora non sfruttata”, scrive Euronews riportando le parole di Guillaume Pitron, autore del libro La guerre des métaux rares (La guerra dei metalli rari), pubblicato nel 2018.

CHI VUOLE METTERCI LE MANI

La Cina, che secondo i dati dell’AIE già produce il 40% del rame mondiale, quasi il 60% del litio e più dell’80% delle terre rare (ed è anche il più grande produttore mondiale di veicoli elettrici), secondo diversi analisti, è il Paese che può guadagnare di più nella battaglia per le risorse dell’Afghanistan.

Pitron afferma inoltre che la Cina aveva “sostenuto un certo numero di fazioni talebane per dare loro accesso ad alcuni depositi particolarmente promettenti” – fin da prima del ritorno dei Talebani. Anche il Sole24Ore scrive che il Dragone ha già in mano importanti licenze di estrazione che a causa dell’instabilità del Paese non ha ancora potuto sfruttare.


La Cina, inoltre, vede anche il ritiro delle forze americane come un’opportunità per rafforzare il suo grande progetto di infrastrutture: la Nuova via della seta, a cui l’Afghanistan ha aderito nel 2016.

Alla Cina si aggiunge anche la Russia che sta comunque lasciando la porta aperta al dialogo con i Talebani.

NIENTE È COSÌ CERTO

L’Afghanistan non è però una terra facile, e per quanto “i cinesi non subordinino i loro contratti commerciali a principi democratici”, come dice Pitron, problemi quali instabilità politica, corruzione, insicurezza e la mancanza di infrastrutture di trasporto e di energia elettrica sono reali e anche Pechino dovrà farci i conti.

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