L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 8 agosto 2021

Tutti possono, se vogliono chiudere gli occhi, sulle contraddizioni che nascono e vivono in questo periodo e ognuno si può fare il proprio film. Non evidenziare che si è puntato sulle vaccinazioni sperimentali non volendo tenere in considerazioni quelle tradizionali come lo Sputnik V boicottando tutti i tentativi di puntare sulle cure, creare protocolli per obbligare a fare tamponi farlocchi e conteggiare i positivi come contagiati sono solo bazzecole. Le giravolte non finiscono mai di stupire

L’emergenza sanitaria e gli emuli di don Ferrante

di Eros Barone
5 agosto 2021


L’esperienza della guerra, come l’esperienza di qualsiasi crisi nella storia, come qualsiasi grande disastro o qualsiasi svolta nella vita d’una persona, mentre istupidisce e abbatte gli uni, educa e tempra gli altri […] A volte si è riflettuto poco sul fatto che gli stessi avvenimenti che istupidiscono e abbattono certe correnti politiche ne educano e temprano altre.

Lenin, Il fallimento della Seconda Internazionale.

Le distorsioni cognitive di una critica reazionaria della razionalità scientifica

Quasi 130.000 persone in Italia, oltre 4 milioni nel mondo – molte ma molte di più in numeri reali, ovunque superiori a quelli registrati – si sarebbero vaccinate volentieri se solo ne avessero avuto la possibilità. Sono morte anche perché non l’hanno avuta. È bene partire da questo dato drammatico nell’affrontare la polemica sulla vaccinazione, sull’obbligo della stessa, sul cosiddetto green pass. È il principio di realtà che le manifestazioni in corso contro la “dittatura sanitaria” rimuovono con disinvoltura, spesso con cinismo. Ma cosa c’entra tutto questo con il rifiuto dell’obbligo vaccinale nella sanità e nella scuola? Se il governo lo usa come schermo per nascondere la propria politica sarà una ragione in più per denunciare il governo, non per contrastare la vaccinazione. Tanto più in due settori che per ragioni diverse sono strategici al fine di combattere la pandemia, e dove la vaccinazione è strumento di protezione innanzitutto per chi ci lavora, come mostra la tragica moria di personale sanitario mandato allo sbaraglio sul fronte Covid nell’esperienza di un anno fa.

Nell’ultimo anno e mezzo negli ospedali italiani si è accumulato un enorme ritardo in fatto di diagnosi e trattamenti oncologici. Complessivamente diverse centinaia di migliaia di persone sono state private del diritto di cura; molte tra loro sono state condannate, di fatto, a morire. Tamponare il contagio per Covid con lo strumento della vaccinazione significa dunque contrastare un’emergenza sanitaria molto più grande della pandemia. Un'emergenza che ha certo radici lontane, prodotte dai tagli alla sanità, ma che il Covid e la gestione borghese della pandemia hanno tragicamente aggravato.

Il fatto che oggi la massima contagiosità della variante Delta si combini con un tasso contenuto di ricoveri e terapie intensive, molto più basso che nelle prime ondate della pandemia, è la misura incontestabile dell'efficacia del vaccino. Si può non vederlo? È una ragione decisiva per completare la vaccinazione. Eppure, obbiettano i negazionisti: “Il vaccino non impedisce il contagio, neppure con la doppia dose. A che serve dunque?”. Seguono gli immancabili dati che dimostrano l’aumento percentuale dei vaccinati tra i contagiati. Questo argomento non regge la prova della logica. La vaccinazione non è totalmente sterilizzante; chi la presenta come tale, o così l’ha capita, è uno sprovveduto. Semplicemente la vaccinazione abbatte, senza annullarla, la possibilità di contagiarsi. È evidente che se si estende la vaccinazione di massa diminuisce il numero dei contagiati (di conseguenza dei ricoveri e dei decessi), ma aumenta parallelamente tra i contagiati la percentuale dei vaccinati. E viceversa: meno sono i vaccinati, più aumenta il numero dei contagiati, dei ricoverati, dei morti, mentre cala la percentuale dei vaccinati. Chi brandisce come prova di scandalo finalmente svelata il contagio di qualche vaccinato dimostra solamente di essere accecato dal pregiudizio, nel momento stesso in cui il pregiudizio è smontato non solo dai fatti ma dalla logica.

La ‘querelle’ sull’origine del SARS-CoV-2

A tratti, benché con sempre minore convinzione, viene riaffacciata, in funzione complottista, la tesi circa l’origine artificiale del virus. Ma è proprio una tesi che non sta in piedi, giacché si tratta, come ampiamente dimostrato, di un’origine zoonosica. Infatti i coronavirus sono veicolati dai pipistrelli, il che è stato fra l’altro accertato proprio da ricercatori cinesi. Così, a partire da un’origine naturale del virus, il ruolo predominante è stato quello dei fattori antropici e culturali, legato all’interazione, particolarmente sviluppata in Cina, tra le persone e gli animali selvatici come i pipistrelli e tanti altri tipi di animali.

Sennonché occorre distinguere con cura tra la corresponsabilità umana e culturale, per quanto grave, e la produzione del virus in un laboratorio e la sua diffusione intenzionale. Fra le possibili ipotesi relative a un’origine umana del virus occorre ancora distinguere diversi piani interpretativi: quello relativo all’origine del virus, secondo cui sarebbe stato creato in laboratorio, e quello relativo alla diffusione, piano che si sdoppia in due ulteriori possibilità: quella secondo cui il virus sarebbe, per così dire, scappato di mano ai suoi creatori e quella secondo cui sarebbe stato propagato intenzionalmente da questa o da quella potenza. Orbene, rispetto all’idea di un virus ‘assemblato’ in un laboratorio sembra molto più plausibile l’idea contraria, ossia quella per cui il virus è naturale e l’origine della sua diffusione è dovuta alla coesistenza e conseguente interazione di diversi animali selvatici, tra cui i pipistrelli, coesistenza e interazione che sono state descritte come la caratteristica del mercato di Wuhan. Se invece si assume che il virus sia stato assemblato, va detto che questa ipotesi ‘intenzionalista’ viene esclusa dalla maggioranza degli scienziati che lavorano nei laboratori, i quali non hanno rilevato nei loro esami della struttura del virus segni di assemblaggio. L’idea invece del virus semplicemente scappato di mano, che dal laboratorio si diffonde in giro per il mondo, non ha molto senso, poiché i laboratori in cui si studiano questi virus sono superprotetti, dato che i primi a rimetterci la pelle in caso di incidente sono quelli che ci lavorano, e questo non risulta che sia successo.

In una prospettiva complottistica resta infine da esaminare l’idea di un piano, nei confronti della quale la prima obiezione che va avanzata è che resta molto difficile accettare che ci sia qualche soggetto così malefico da cercare di diffondere un virus che potrà fare milioni e milioni di morti. D’accordo, la storia con i campi di concentramento e le bombe atomiche ci dimostra il contrario; però bisognerebbe chiarire quale sarebbe esattamente, in questo caso, l’obiettivo dei presunti cospiratori e quali la tattica e la strategia per conseguirlo. Ridurre la popolazione umana non può essere un obiettivo plausibile sia perché questo accadrebbe solo se un virus causasse almeno un miliardo di morti, il che non rientra nel potenziale che questo virus è in grado di generare; in secondo luogo, chiunque abbia potuto concepire un piano del genere evidentemente ignora che le attuali tendenze demografiche mostrano che la popolazione della Terra tende a ridursi da sola a causa della transizione demografica da un regime di decrescente mortalità e alta natalità ad un regime di bassa natalità e crescente mortalità. Ma l’ipotesi in questione, oltre che malefica, sarebbe folle, perché un virus, una volta diffuso, non fa distinzioni tra le sue vittime.

Riguardo infine alle tesi complottiste finora esposte, è sufficiente osservare che si elidono l’una con l’altra, poiché non sono sostenute da argomenti probanti e sono tra di loro inconciliabili. Basti pensare che in un primo tempo si era detto che responsabili della diffusione del virus erano stati i militari statunitensi in visita a Wuhan alla vigilia del capodanno cinese, per colpire la Cina, nuovo grande avversario degli USA. Un mese dopo, essendo stata apparentemente domata l’epidemia in Cina, ecco che le teorie complottiste si rovesciano: “Il virus è stato propagato dai cinesi ai quali non importa niente della vita umana, e in cambio di qualche migliaio di morti tra i loro connazionali fanno crollare le grandi economie mondiali, comprando le grandi aziende per quattro soldi e diventando i padroni del mondo!”. Sennonché ora, con l’epidemia che sta tornando in Cina vi è bisogno di una terza teoria complottista… Si vede bene che, assecondando questa deriva di carattere interpretativo, si finisce, avvitandosi in una spirale di ‘escamotage’ retorico-propagandistici, con l’oscurare completamente la realtà, la quale è invece molto semplice: la natura è più potente dell’uomo e, per dirla con Marx, “lo spirito della produzione capitalistica è antitetico alle generazioni che si succedono”: a Wuhan come a Fort Detrick. Ciò che va posto al centro dell’analisi è dunque il rapporto tra la natura e la cultura, tra la natura e la società.

La “miseria della filosofia”: Agamben e Cacciari

Ma è proprio la tematizzazione di questo cruciale rapporto che è assente nel ‘manifesto’ sottoscritto da Giorgio Agamben e Massimo Cacciari. Ivi questi due Dioscuri del negazionismo (e, prima ancora, del “pensiero negativo”), anziché interpretare i fatti, semplicemente li negano. Secondo Agamben, ad esempio, ogni tipo di Stato, dittatura o democrazia liberale, è onnipotente, crea la realtà sociale. Il che permette al filosofo di negarla, la realtà (in questo caso la pandemia), riducendola a pretesto che permette allo Stato di intensificare e moltiplicare “eccezionalmente” i controlli sulla vita dei cittadini. Laddove sono da riscontrare due ‘qui pro quo’: da un lato, si scambiano gli stati di necessità fattuale o naturale (la pandemia uccide) con gli stati di eccezione legali. D’altro lato, si immagina che contro lo Stato, sempre liberticida (e scritto da Agamben sempre con l’iniziale minuscola), insorga una società di cittadini perfettamente liberi, disposti a morire pur di vivere, non certo in libertà, ma semplicemente come prima, come se niente fosse né accadesse né fosse accaduto. Questo succede quando le teorie, che vengono formulate per interpretare più logicamente i fatti, li negano.

Uno degli ultimi scritti di Agamben reca il seguente titolo: Quando la casa brucia. Ma siamo davvero sicuri che a bruciare sia la casa, e non la testa di qualcuno che delira? La protesta che sta infiammando le piazze è un esempio della mobilitazione reazionaria di massa innescata (non dalla emergenza sanitaria ma) dalla crisi economica e sociale. Essa è figlia del qualunquismo, del menefreghismo e dell’ignoranza, portati al massimo livello e santificati come valori. Stando a quel che è dato vedere, si tratta di persone che discutono e protestano per poter andare a spendere denaro in pizzeria senza green pass. Altro che ribellione al regime terapeutico: qui l’unica dittatura d cui è questione è la dittatura dell’egoismo e dell’ignoranza, che si batte avendo come parola d’ordine: pizzeria o morte! Questi ceti medi irriflessivi non capiscono e non pensano che, se non sviluppiamo piani concreti per bloccare il virus, non esisterà un futuro per i nostri figli e tanto meno per noi. Sennonché questa massa di ultraindividualisti ritiene anche che certe conquiste siano realtà acquisite e che non serva far nulla per mantenerle, mentre la realtà è che per mantenere i diritti, quelli veri, quindi cibo, salute e istruzione, è necessario un impegno costante ispirato alla consapevolezza di princìpi civili, come quello secondo cui la salute è un diritto di tutti. In buona sostanza, non si riconosce la società, non si riconoscono “gli altri”: questa è la radice filosofica, antropologica e sociologica della crisi della democrazia liberale borghese e della sua metamorfosi in una forma di nuovo fascismo. Questa massa di esaltati, borghesi sino al midollo, ritengono che per loro il principio di libertà è quello in base al quale il figlio debba poter andare a festeggiare il compleanno a Mykonos e circolare liberamente da un paese all’altro, non solo infischiandosene dei tassi di contagio da SARS-CoV-2 (e relative varianti), ma altresì caricando, in caso di positività, i costi delle cure sul sistema sanitario pubblico. Basti pensare che costoro possono essere persino così cinici da non considerare un guaio i decessi oltre una certa età, anche se poi si è visto che ugualmente i giovani, se non ospedalizzati adeguatamente, rischiano grosso. Orbene, è chiaro che chi ridimensiona la gravità dei fatti si comporta come Don Ferrante nei Promessi Sposi e rischia di fare presto la sua stessa fine.

È una degenerazione antropologica che arriva da lontano e della quale il berlusconismo è stato il simbolo e il campione negli ultimi trent’anni. Ma è anche il frutto dell’ideologia capitalistica nella sua forma più degenerata, quella che si esprime nel principio della sovranità del consumatore, secondo il quale tutto è merce, compresa la libertà: più hai possibilità economiche e più libertà puoi acquistare, se necessario sulla testa e a danno degli altri. È una faccia di quel poliedro che si chiama fascistizzazione. Infine, è impossibile non provare un senso di pena per coloro che, partendo dalla riscoperta di Nietzsche e di Heidegger e arrivando a sostenere le stesse posizioni di Salvini e della Meloni, sono diventati i portavoce filosofici di una mobilitazione reazionaria di cittadini di prima classe fatti passare per “cittadini di seconda classe”.

Razionalità collettiva e spirito scientifico contro misticismo oracolare e mentalità medievale

Fra i ‘meriti’ del green pass va senz’altro annoverato quello di aver posto in risalto la mentalità superstiziosa e medievale che alligna in vasti settori del paese, ancorché ammantata, quando più quando meno, da richiami esoterici a medicine non convenzionali e a pseudo-teorie prive della benché minima base scientifica. Ma il ‘merito’ principale è quello di aver messo a nudo un problema veramente cruciale, che getta una cruda luce su società, come quelle occidentali, che stanno vivendo una crisi profonda e probabilmente irreversibile della democrazia liberale borghese: un nodo dal cui scioglimento in un senso o nell’altro dipenderà il prossimo futuro. La pandemia ha reso infatti evidente la radice di questo problema a partire dalla volgare ossessione complottista, passando dall’opposizione alle varie limitazioni governative che si sono rese indispensabili al fine di contrastare la diffusione del virus, per giungere alla bieca negazione oscurantista della scienza. Così, quantunque l’esperienza di oltre un secolo di vaccinazioni e il parere quasi unanime degli scienziati dovrebbero insegnare che l’unica terapia in grado di sconfiggere il Covid-19 è il vaccino, i contrari non cambiano le proprie posizioni e, anzi, il loro numero sembra perfino aumentare all’avvicinarsi della vaccinazione.

Ora, è evidente che l’opposizione ai vaccini, priva come è di basi razionali e sintomatica di un atteggiamento superstizioso più o meno mascherato, è solo l’ultimo anello di una catena di resistenze che sono cominciate prima della pandemia, ma che sono diventate palesi e socialmente pericolose dopo la diffusione del virus. D’altra parte, il rifiuto del vaccino, delle mascherine e del distanziamento sociale, insieme con il rifiuto opposto, nel momento più critico, alla chiusura di esercizi pubblici quali i bar, i ristoranti, le palestre, i cinema, i teatri e le discoteche, così come ai vari divieti che è stato necessario introdurre per tutelare la salute di tutti, costituiscono un’opposizione alle limitazioni in quanto tali e presuppongono: a) una concezione della libertà come libertà assoluta (in altri termini come assenza di limiti); b) una concezione dell’individuo come monade autosufficiente che trova un unico limite: quello determinato dalla propria volontà e capacità di agire.

Pertanto, se i presupposti sono questi (= ideologia dell’ultraindividualismo anarchico/libertario), ne deriva che niente può limitare la libertà assoluta: questo sarebbe infatti inaccettabile, poiché in tal caso l’individuo si troverebbe a dover fare i conti con le scelte prese da altri (o anche solo assieme ad altri). Questa tendenza, che Lenin a suo tempo definì come “anarchismo da gran signore”, non è nuova, poiché era presente ancor prima della pandemia. Sennonché a causa della pandemia una simile idea di libertà ha dovuto misurarsi con i fatti oggettivi, che ne hanno imposto un drastico ridimensionamento per la tutela di un interesse collettivo: la salute pubblica, la “salute di tutti”. E invero decenni di ideologia libertaria (cfr. il reaganismo, il berlusconismo e il grillismo) hanno determinato, particolarmente in una “democrazia senza cittadini” come la nostra, una pressoché totale incapacità di comprendere ed elaborare la realtà, talché l’unica risposta, di fronte a questa incapacità, è stata, ed è, la negazione stessa della realtà e la correlativa produzione di interpretazioni fantasiose di dati scientifici e di teorie più o meno immaginarie: insomma, si fa di tutto pur di non riconoscere una realtà che obbliga a limitare la libertà di ciascuno per il bene di tutti.

Si vede assai bene che, assecondando questa deriva di carattere isterico e paranoico, si finisce con l’oscurare completamente la realtà, la quale è invece molto semplice: la natura è più potente dell’uomo e, per dirla con Marx, “lo spirito della produzione capitalistica è antitetico alle generazioni che si succedono”. Ciò che va posto al centro dell’analisi è dunque il rapporto tra la natura e la cultura, tra la natura e la società, giacché in buona sostanza non si riconosce la società, non si riconoscono “gli altri”: questa è la radice filosofica, antropologica e sociologica della crisi della democrazia liberale borghese.

Si tratta di un tipo di pensiero che è il frutto dei passati decenni ed è ormai in progressivo declino; la pandemia, infatti, gli sta dando il colpo di grazia. Certo, ci vorrà ancora tempo perché la crisi della visione libertaria ed antiautoritaria arrivi al suo termine e si torni ad una visione più equilibrata. Bisognerà allora riconoscere che la libertà senza limiti si trasforma nel suo contrario, bisognerà riconoscere gli altri e riconoscerci in quanto collettività. La pandemia ci ha ricordato che esiste un limite ad una realtà senza limiti, e che la società, “gli altri”, non è un ostacolo alla mia libertà (come nella concezione liberale e borghese), un limite da sopprimere o da ignorare, ma una condizione essenziale per la sua realizzazione. La mia libertà non finisce, ma comincia dove comincia la tua libertà.

Gli insegnamenti che vanno tratti dall’esperienza della pandemia

Dal canto suo, Lenin ha delineato, in base al punto di vista del materialismo storico-dialettico, una gerarchia axiologica discendente fra gli interessi del genere umano, gli interessi della singola nazione, gli interessi della classe e gli interessi del partito, affermando, in congiunture analoghe a quella che stiamo vivendo (carestie, epidemie, catastrofi naturali ecc.), le relative priorità e ricavando da esse la necessità, transitoria e circoscritta, che il movimento di classe dia il suo contributo alla lotta contro un pericolo grave, quando questo rappresenta una minaccia per la vita dell’intera convivenza sociale.

Non è accettabile, però, che “il poter che, ascoso, a comun danno impera” (così Leopardi nel canto “A se stesso”) sia identificato unicamente con il contesto biologico-naturale, assolvendo dalle loro pesanti responsabilità nella genesi e nella dinamica dell’evento catastrofico il contesto tecnico-scientifico e, segnatamente, il contesto socio-politico che dirige il nostro paese. Quali sono allora gli insegnamenti che si possono ricavare dalla pandemia in corso? Il primo insegnamento è di carattere ideologico e riguarda la funzione determinante dello Stato, sia in negativo sia in positivo, nel fronteggiare l’emergenza sanitaria. Dopo decenni di enfasi sulla centralità dell’impresa e dell’iniziativa privata, abbiamo la prova provata della centralità del potere pubblico grazie a due esempi: la nazionalizzazione di Alitalia e l’organizzazione degli interventi di profilassi e cura della popolazione nei confronti del Covid-19.

Nel contempo, occorre denunciare con forza il fatto che in Italia dai due ai tre milioni di persone sopra i 60 anni di età non sono ancora stati vaccinati, pur avendone in non pochi casi fatto richiesta: per la scarsità di vaccini garantiti dalle aziende farmaceutiche, per i tempi lenti del servizio pubblico, per l'assenza del personale necessario, per la regionalizzazione del sistema sanitario, per le conseguenze, insomma, di una sanità pubblica destrutturata. Parimenti, occorre denunciare con altrettanta forza il fatto che lo stesso Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza, messo a punto dal governo Draghi, alla sanità dedica soltanto l’ultima voce di spesa, per di più indirizzandola a enti e soggetti privati, gli stessi ai quali la gestione della pandemia ha già garantito crescenti spazi di mercato e di profitto.

Il secondo insegnamento è di carattere sociale e investe la funzione della classe operaia, poiché dimostra con una chiarezza solare, in questa fase di emergenza frutto di due decenni di politiche economiche portate avanti da governi che esprimono solo gli interessi delle multinazionali, delle banche e dell’Unione Europea, che il lavoro salariato è fondamentale per la sussistenza del popolo italiano. Ma questo significa pure che se la classe operaia può continuare a lavorare in queste condizioni, allora può anche organizzare da se stessa e per se stessa il suo lavoro, prendendo nelle sue mani la direzione delle attività produttive del paese. Mai come in questo momento si è resa visibile la centralità economica della classe operaia in quanto risorsa strategica per la sopravvivenza del popolo e forza propulsiva di una società in cui a decidere cosa, quanto, quando e come produrre siano i lavoratori e non più i padroni asserragliati nelle loro ville e nelle loro case-fortezze pagate con il furto dei salari. In realtà, lo Stato borghese non ha provveduto a tempo debito al rinforzo della sanità pubblica. Ci si ritrova così in piena guerra, guerra contro la pandemia, con armi difettose che si inceppano e fanno cilecca.

C’è chi ha definito i negazionisti del virus, i sovranisti razzisti e i populisti trasformisti “macchiette e mattoidi” e si è chiesto se diventano mostri “solo in tempi mostruosi”. Sì, è vero. La pandemia sta accelerando tendenze già in atto: l’erosione degli equilibri tra le potenze, il conseguente aumento dei conflitti per procura (vedi il Vicino e Medio Oriente e l’Africa), le migrazioni, la peggior crisi dal 1945, l’aumento delle disuguaglianze sociali e delle paure per il futuro producono molti mostri. Sennonché quelli sopraccitati sono i meno pericolosi.

Lenin, qui citato in epigrafe, ha affermato quanto segue: «L’esperienza della guerra, come l’esperienza di qualsiasi crisi nella storia, come qualsiasi grande disastro [sottolineato dallo scrivente] o qualsiasi svolta nella vita d’una persona, mentre istupidisce e abbatte gli uni, educa e tempra gli altri […] A volte si è riflettuto poco sul fatto che gli stessi avvenimenti che istupidiscono e abbattono certe correnti politiche ne educano e temprano altre». 1 Contro le psicosi coniugate e organizzate con la cialtroneria non servono gli insulti, hanno una limitata efficacia le denunce moralistiche, può invece essere utile promuovere una prassi che confuta l’individualismo e promuove una solidarietà fattiva. Questa è la linea corretta che deve seguire il movimento di classe nella congiuntura attuale.

La lezione di Alessandro Manzoni e la carenza di una divulgazione scientifica rigorosa

Sempre Manzoni scrive, di don Ferrante, che disquisiva cervelloticamente sulla peste (oscillando tra posizioni ‘negazioniste’ e spiegazioni astrologiche) e che poi «su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle». Del resto, bisogna ammettere che sia difficile tenere un giusto mezzo tra scetticismo ‘sano’ e scetticismo ‘paranoico’ o ‘nichilista’ o ‘cervellotico’: tema appassionante e complesso. È anche importante non scadere nell’anti-intellettualismo. Sennonché Manzoni suggerisce che si può tentare di tracciare una linea tra quanto è un pensiero ben giustificato e proficuo e quanto non lo è.

In questo senso, è da biasimare il desiderio o, addirittura, la smania di riconoscimento personale che spinge parecchi scienziati a sgomitare per apparire sugli schermi televisivi. Alla maggior parte di questi si debbono, oltre a comparse televisive, dichiarazioni in tema di tuttologia, perentorie e saccenti, libriccini divulgativi, spesso banalizzanti, costruiti ‘ad hoc’ per il grande pubblico. Qualche approfondimento non risulta del tutto inutile, ma vi è motivo di restare scettici. Si ‘divulga’ qualcosa quando si giunge all’apice di un certo settore conoscitivo e si riesce a tradurre questa specializzazione in parole accessibili al grande pubblico. Il grande pubblico, però, non è abbastanza istruito, specie in Italia, e si lascia ‘catturare’ dalla notorietà del personaggio.

In questo senso, si deve al noto virologo Roberto Burioni un ‘identikit’ dell’asino internettiano (e di tutti i suoi consimili, sugli altri ‘media’), ovvero di quello che egli ha denominato “asino ragliante”: «un essere umano tanto babbeo da ritenersi tanto intelligente da riuscire a sapere e capire le cose senza averle studiate»; e che vive in branco con i suoi simili, con i quali raglia all’unisono. Come è ben chiaro, l’asino ragliante è qualcosa di radicalmente diverso dal medico cosiddetto alternativo, che in qualche modo convive con la medicina scientifica, della quale conosce i principi, anche se li trasgredisce in alcune pratiche. Dunque, l’asino ragliante è quanto mai pericoloso socialmente, tanto quanto i politici anch’essi raglianti al cui seguito ama accodarsi. Ma se i somari ragliano, come per loro è naturale, ciò che appare a Burioni (e certamente a tutte le persone dotate di senno) stupefacente e innaturale è la costatazione che anche persone per nulla sciocche si fanno convincere dalle loro esternazioni pseudologiche. E ciò costituisce un effettivo pericolo sociale, certamente maggiore di quello legato ai granuli omeopatici, che al più semplicemente non curano il singolo. È il caso dei vaccini, da anni bersaglio principale delle asinerie.
Note

1 V. I. Lenin, Il fallimento della Seconda Internazionale in Opere complete, vol. XXI, Editori Riuniti, Roma 1966, pp. 183-234.

Nessun commento:

Posta un commento