L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 9 agosto 2021

Voi continuate ad esaltare Draghi ed Euroimbecilandia che ci regaleranno lacrime e sangue e poi non dite che nessuno l'aveva previsto

Perché (purtroppo) la politica economica Ue resterà asfittica


8 agosto 2021

L’analisi dell’economista Gustavo Piga

La Commissione europea ha pubblicato la scorsa settimana la sua analisi sul posizionamento della politica fiscale europea nel contesto Covid, un documento economico importante. I dati sono senza dubbio “massaggiati” per far percepire un posizionamento a sostegno dell’economia Ue, che certamente vi è stato nel 2021 durante il secondo picco della pandemia ma che invece manca all’appello clamorosamente per gli anni successivi (il rapporto si ferma al 2022), quando più ve n’era bisogno per far ripartire un’economia tramortita, pessimista, timorosa. Ma i dati si possono massaggiare fino ad un certo punto e non vi è dubbio alcuno che le verità alla fine riescono a venire a galla, proprio grazie a quanto contenuto nel rapporto stesso.

Verità numero uno: la posizione fiscale europea è meno orientata alla crescita di quella statunitense. Il supporto fiscale cumulato nelle due aree federate è, secondo il Rapporto, maggiore di circa 3 punti percentuali di PIL negli Usa. Ma, si legge poi nel testo, i dati riportati per gli Usa “per il 2022 potrebbero aumentare ulteriormente se dovessero essere adottati l’“American Jobs Plan” e l’“American Families Act” proposti dall’Amministrazione Biden, visto che non sono inclusi nei calcoli”. Ed essendo la probabilità di adozione di questi piani americani ulteriormente espansivi molto alta, il divario tra l’attenzione europea all’occupazione ed alla produzione rispetto a quella degli alleati d’oltre Atlantico raggiungerà un livello inspiegabilmente preoccupante. Se Biden vuole con quest’attenzione alla sofferenza della gente cancellare il rischio di un ritorno di tendenze antidemocratiche e divisive, non si vede perché l’Europa non debba fare analogamente per cancellare lo spettro sempre presente dell’antieuropeismo.

Seconda verità: la posizione fiscale europea per il 2022 non sarà espansiva. Ovviamente la Commissione cerca di mettere in risalto comunque come il posizionamento fiscale degli Stati membri sia a sostegno dell’economia. Ma anche qui i dati e alcune frasi significative dimostrano altrimenti. Il grafico sottostante, oltre a confermare l’effettivo aiuto alle economie europee nel 2020 e 2021 afferma anche come nel 2022 vi sarà un’analoga “espansione fiscale”. Il lettore curioso si chiederà il significato di tale commento, alla luce dell’istogramma per quell’anno in area negativa. Il mistero è risolto quando si legge che la Commissione europea intende l’espansione rispetto agli anni precedenti quella che non tiene conto degli aiuti durante la pandemia: quindi sì, siamo (pochissimo) più espansivi nel 2022 rispetto alla posizione (non molto espansiva) pre-pandemia del 2019; ma rispetto al 2021, andando a comprendere gli aiuti per combattere Covid, assistiamo in realtà ad una restrizione fiscale di proporzioni significative.

E ciò viene confermato dal passaggio nel testo in cui si legge come “nel 2022 i deficit pubblici sono destinati a diminuire fortemente, mentre la ripresa si rafforza e le misure temporanee messe in opera durante la pandemia vengono ritirate”. Il grafico mostra con i puntini la posizione dei deficit-Pil dei singoli Paesi nel 2021 e con i rettangoli il deficit su PIL (a seconda del tipo di indicatore di deficit prescelto) nel 2022, chiaramente e significativamente minore. Ovvero, si ritiene che il malato europeo del 2021 nel 2022 sarà completamente ristabilito e capace di cavarsela come nel 2019: quanta miopia di fronte al più grande shock aggregato dal dopoguerra!


Terza verità: la posizione fiscale italiana per il 2022 sarà la più restrittiva di tutte in termini di impatto sulla crescita.

Non si può terminare non chiedendosi cosa dica il Rapporto sul nostro Paese. E qui le cose si fanno ancora più drammatiche. Questo grafico illustra senza pietà le condizioni in cui uscirà l’Italia nel 2022 dalla pandemia: ultima tra tutti gli Stati membri dell’Ue in quanto a performance economica, addirittura ancora in declino.

Ci si deve chiedere come sia possibile che ancora una volta l’Italia si mostri perdente, avvolta in una ulteriore crisi economica che nemmeno il Recovery riesce a cancellare. Sarà utile iniziare dissolvendo altre tendenziose ipotesi: è evidente come questo clamoroso ritardo abbia poco a che vedere con le c.d. (mancate) riforme strutturali, che sono fenomeno di medio periodo, e che la risposta vada trovata nel consueto (mancato) sostegno all’economia dato dalla domanda pubblica. Ed in effetti, in un altro grafico la Commissione europea mostra come l’Italia nel 2022 avrà – assieme alla Grecia – la maggiore riduzione di deficit pubblico su Pil di tutta l’area, una riduzione che il nostro Documento di Economia e Finanza prevede essere addirittura pari a 6 punti percentuali: quasi 120 miliardi di maggiori entrate e minori spese. Parte di questa riduzione poteva essere evitata, facendo transitare (e non cancellare) parte delle spese per l’emergenza del 2021 in maggiori investimenti pubblici a sostegno dell’economia o minore tassazione generale.

La prova è evidente, nuovamente dal rapporto della Commissione europea. Spicca infatti il caso della Spagna, colpita nel 2021 come noi dalla pandemia, che ridurrà della metà dell’Italia il suo deficit, ottenendo di conseguenza 2 punti percentuali in più di crescita economica. Crescita che metterà in sicurezza il loro rapporto Debito-Pil e soprattutto la stabilità politica del Paese, al contrario del nostro. La sintesi di tutto ciò è quella consueta: ancora una volta l’Italia perde un’incredibile occasione per cambiare l’Europa e l’Europa un’occasione per cambiare l’Italia; in meglio s’intende.

Articolo pubblicato su gustavopiga.eu

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