L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 24 settembre 2021

31 ottobre - 12 novembre 2021 entra ufficialmente in pista il CROLLO CLIMATICO. L'emissione di CO2 influisce del 15% e il metano dell'8%. La CO2 la si combatte con foreste e foreste di alberi e non con la deforestazione in atto da decenni e decenni fatta per i profitti delle MULTINAZIONALI GLOBALI TOTALIZZANTE che sono anche i responsabili primi degli allevamenti e coltivazioni intensive che producono metano 8% e che insieme rompono l'equilibrio dell'atmosfera creando l'effetto serra responsabile degli aumenti della temperatura.VOI MULTINAZIONALI SEMPRE A CACCIA DI SOLDI diteci dove ci volete portare?

COP26: che succede con il clima?
23.09.21 - Los Angeles, USA - Robert Hunziker

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Aumento di un’ondata di calore nella valle dell'Ohio e negli Stati Uniti orientali. (Foto di Wikimedia Commons)

Il Regno Unito (in collaborazione con l’Italia) ospiterà a Glasgow la 26° Conferenza delle parti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, COP26, dal 31 ottobre al 12 novembre 2021.

La COP26 sarà uno degli incontri più significativi della storia umana moderna, paragonabile all’incontro dei Tre Grandi alla Conferenza di Teheran del 28 novembre 1943, quando fu concordata l’invasione della Normandia, nome in codice Operazione Overlord, iniziata nel giugno 1944. Da allora, fu fermata la tirannia, una minaccia mondiale facilmente identificabile simboleggiata da un paio di baffi a spazzolino. La tirannia di oggi non ha volto, ma si spinge pericolosamente oltre la portata di quell’epoca, perché è già ovunque allo stesso momento! Ed è dieci volte più potente di tutte le munizioni della seconda guerra mondiale.

Cos’è a rischio alla COP26?

Chatham House, il Royal Institute of International Affairs, risponde a questa importantissima domanda in un rapporto riassuntivo destinato ai capi di governo, dal titolo “Valutazione del rischio dei cambiamenti climatici 2021”.

Il rapporto introduce l’argomento con tre affermazioni chiave:

1) Il mondo è pericolosamente lontano dal raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

2) I rischi si stanno aggravando.

3) Senza un’azione immediata, gli effetti nei prossimi decenni saranno devastanti.

Il rapporto evidenzia lo stato attuale delle emissioni, con i conseguenti andamenti della temperatura. Attualmente, i contributi determinati a livello nazionale (NDC) indicano una riduzione dell’1% delle emissioni entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010. A tal fine, e in modo un po’ inaspettato, se le emissioni non verranno drasticamente ridotte entro il 2030, il rapporto descrive in dettaglio una serie di gravi effetti sull’umanità, fissati entro il 2040-50, quando si manifesterà il punto 3, secondo il quale “gli effetti saranno devastanti.”

Ma udite un po’: i governi della COP26 avranno l’opportunità di accelerare la riduzione delle emissioni con “ambiziose modifiche dei loro NDC.” Se invece le emissioni seguono gli attuali NDC, la possibilità di mantenere le temperature al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali (il limite massimo imposto da Parigi 2015) è inferiore al 5%.

Non solo, ma qualsiasi ricaduta o stasi nelle politiche di riduzione delle emissioni potrebbe portare a uno scenario peggiore di 7°C, che il documento considera attualmente probabile al 10%.

Il documento critica aspramente l’attuale tendenza degli “obiettivi impatto zero”, che “mancano di dettagli normativi e meccanismi di attuazione.” Nel frattempo, lo squilibrio tra gli obiettivi NDC e il bilancio di carbonio aumenta di anno in anno. In sostanza, obiettivi inconsistenti non servono a ridurlo, punto!

La mancata riduzione delle emissioni entro il 2030 avrà diversi effetti negativi entro il 2040:
3,9 miliardi di persone saranno colpite da grandi ondate di caldo a vari intervalli di tempo.
400 milioni di persone saranno esposte a temperature che superano la “soglia di lavorabilità.” Troppo caldo per lavorare!
La preoccupazione più immediata ed estremamente sconvolgente suggerita dal documento è che, se non ci saranno riduzioni drastiche entro il 2030, “il numero di persone del pianeta esposte a stress da calore che supereranno la soglia di sopravvivenza potrebbe oltrepassare i dieci milioni all’anno.” Questo può riferirsi solo alla famigerata temperatura del bulbo umido, il che significa che una soglia viene raggiunta a cui la temperatura atmosferica supera i 35 gradi Celsius (95 gradi Fahrenheit) e l’umidità è superiore al 90 percento. Il corpo umano ha dei limiti. Se la somma di “temperatura più umidità” è abbastanza alta, ossia +95/90, anche una persona sana seduta all’ombra con acqua da bere in abbondanza potrebbe soffrire gravemente o addirittura morire. Solo pochi anni fa, i modelli climatici prevedevano che le soglie diffuse del bulbo umido sarebbero state raggiunte verso la fine di questo secolo; tuttavia, il riscaldamento globale non aspetterà così a lungo. Infatti, il conteggio dei decessi causati dalla temperatura del bulbo umido di dieci milioni all’anno si avvicina quasi a quello dei 75 milioni di morti della seconda guerra mondiale, sia militari sia civili, nell’arco di sei anni, o dei 12,5 milioni all’anno.
Le richieste della popolazione richiederanno il 50% in più di cibo entro il 2050 ma, senza riduzioni significative delle emissioni a partire da ora, entro il 2040 i raccolti diminuiranno, poiché le terre coltivate colpite da grave siccità aumenteranno del 32% all’anno. Con il cinquanta per cento in più della richiesta alimentare a fronte di un aumento del 32% degli effetti della siccità, i conti non tornano.
Grano e riso costituiscono il 37% dell’apporto calorico ma, senza riduzioni drastiche, oltre il 35% delle terre coltivate globali per queste colture critiche sarà colpito da ondate di caldo dannose.
Senza grandi tagli alle emissioni, entro il 2040 circa 700 milioni di persone all’anno saranno esposte a siccità della durata di almeno sei mesi alla volta. “Nessuna zona verrà risparmiata.”

Di conseguenza, “molti degli effetti descritti rischiano di essere raggiunti entro il 2040 e diventeranno così gravi da superare i limiti di adattamento di molti paesi… I rischi del cambiamento climatico aumentano nel tempo e quello che, a breve termine, potrebbe essere un piccolo rischio, potrà avere effetti devastanti a medio e lungo termine.” (Pag. 5)

Il capitolo 4 del documento riguarda i rischi sistemici a cascata, facendo aprire gli occhi a riguardo. I rischi sistemici si materializzano come una catena, o cascata, i cui effetti riguardano un intero sistema, che include persone, infrastrutture, economia, sistemi sociali ed ecosistemi. Settanta esperti hanno analizzato i rischi a cascata, concludendo quanto segue: “I rischi a cascata per i quali gli esperti partecipanti hanno espresso maggiore preoccupazione sono le interconnessioni tra il cambiamento dei modelli climatici, con le conseguenti modifiche degli ecosistemi, e l’aumento di parassiti e malattie che, combinati con le ondate di calore e siccità, porteranno probabilmente a una perdita dei raccolti senza precedenti, all’insicurezza alimentare e alla migrazione delle persone. Successivamente, questi effetti comporteranno probabilmente un aumento delle malattie infettive (maggiore prevalenza delle attuali malattie infettive, nonché delle nuove varianti) e un ciclo di feedback negativo che causerà e amplificherà ciascuno di questi effetti.” (Pag. 38)

“Il cambiamento climatico contribuisce all’insorgenza di condizioni più favorevoli agli incendi, causati principalmente da condizioni climatiche più calde e secche. Tra il 2015 e il 2018, rispetto al 2001-2014, il 77% dei paesi ha visto un aumento dell’esposizione giornaliera della popolazione agli incendi, con 21 milioni di esposizioni per l’India e 12 milioni per la Cina. Tra il 1972 e il 2018, la California ha registrato un aumento quintuplo delle aree incendiate. Lì, le temperature medie diurne nella stagione calda sono aumentate di circa 1,4°C dall’inizio degli anni ’70, favorendo le condizioni per gli incendi e in linea con le tendenze simulate dai modelli climatici.” (Pag. 39)

E la statistica più impressionante di tutte riguarda la regione ad alto rischio codice rosso del pianeta, che è matura per massicce emissioni di metano: “In Siberia, un’ondata di caldo prolungata nella prima metà del 2020 ha causato incendi su vasta scala, perdita di permafrost e un’invasione di parassiti. Si stima che il cambiamento climatico abbia già aumentato di più di 600 volte la probabilità di tali eventi in questa zona.” (Pag. 40)

“600 volte più probabile“ nella zona di permafrost più ricca di metano del pianeta è una ragione sufficiente per ridurre al massimo le emissioni di CO2, senza fare domande.

“Diverse questioni relative ai cambiamenti climatici si riflettono pericolosamente sulla fragilità del sistema alimentare e su una marcata mancanza di misure di adattamento, nonché su sistemi naturali ed ecosistemi “al limite della capacità.” Si riscontra ovunque la mancanza di sicurezza sociale e di coesione sociale, tutte cose che possono emergere a causa di un sistema climatico inclemente, eccessivamente stressato e indebolito.

Probabilmente, le cascate porteranno al collasso dei sistemi amministrativi, viste le limitate scorte di cibo e la mancanza di reddito, che causeranno la nascita di gruppi estremisti sempre più violenti, gli interventi paramilitari, la violenza organizzata e i conflitti tra persone e Stati, tutte cose che hanno già avuto inizio.

Le pressioni migratorie sono già una tendenza nel collasso della società legato al clima. Ogni anno, tra il 2008 e il 2020, una media di 21,8 milioni di persone è stata sfollata a causa di calamità legate al clima di caldo estremo, inondazioni, tempeste e incendi. Nell’ultimo anno, 30 milioni di persone in 143 paesi di tutto il mondo sono state sfollate a causa di queste catastrofi climatiche.

Senza dubbio, gli occhi di tutto il mondo saranno puntati sulla COP26 per valutare l’impegno dei governi.

Non c’è più tempo per il fallimento, perché il fallimento genera un fallimento ancora peggiore.

Traduzione dall’inglese di Simona Trapani. Revisione di Thomas Schmid.

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