L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 8 settembre 2021

Carenze di microchip, colli di bottiglia nella catena d'approvvigionamento e costi energetici alle stelle

Energia alle stelle e microchip introvabili: per questo Speranza evoca le «chiusure»?

7 Settembre 2021 - 07:45

I futures sul gas Ue volano al record di 53,25 euro per megawatt/ora, mentre il ceo di Volkswagen ammette che la crisi potrebbe esondare al 2023. Roma prepara il terreno al ridimensionamento del Pil?


Dopo l’allarmante scelta di Mario Draghi di connotare i pochi istanti dedicati al tema economico nell’ultima conferenza stampa con il termine rimbalzo riferito al Pil, ecco che un altro paio di indizi sembra far propendere per una narrativa del Pil al 6% destinata a sgonfiarsi come un soufflé prima che le foglie ingialliscano del tutto e cadano al suolo.

In primis, la proposta avanzata dal ministro per lo Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, per sbloccare l’impasse di politica industriale, in pieno bailamme da green pass sui luoghi di lavoro: più incentivi a quelle imprese che si impegnano a risolvere i tavoli di crisi aziendali. Insomma, se eviti di alzare barricate nel confronto con ministero e parti sociali, lo Stato ne terrà conto. E saprà ricompensarti. Per qualcuno può essere lucido pragmatismo. A occhio e croce, soprattutto conoscendo l’esponente leghista e la sua serietà di approccio a certe dinamiche, piuttosto un misto di debolezza e rassegnazione.

Comunque sia, non esattamente il mood che ci si aspetterebbe da un esecutivo che può contare su 209 miliardi di fondi europei, uno spread sotto controllo grazie alla Bce e prospettive di Pil degne della Cina. E sono i numeri a parlare chiaro. Sul tavolo della vice-ministro Alessandra Todde giacciono infatti 87 pratiche, di cui 57 riferite a crisi aziendali già aperte e 30 sotto monitoraggio ministeriale. Dalle lavatrici alla componentistica per le auto, continuando con metallurgia e siderurgia per arrivare all’aerospazio. Insomma, meglio mettere sul piatto qualche incentivo. E farlo in fretta.

Perché se il tonfo dell’indice IFO relativo alla fiducia delle imprese tedesche nel mese di agosto non fosse stato sufficiente come segnale di sveglia, ecco che a riportare tutti con i piedi ulteriormente zavorrati per terra ci ha pensato il CeO di Volkswagen, Herbert Diess. Il quale - intervistato da Bloomberg TV - ha dichiarato che il comparto rimarrà a corto di microchip ancora per mesi, forse per anni, vista l’enorme domanda. L’aumento conseguente della capacity richiede tempo e ciò che potremmo dover affrontare è un collo di bottiglia che durerà più del previsto. Concetto condiviso dai suoi corrispettivi in casa Daimler e Bmw, Ola Kallenius e Oliver Zipse.

Addirittura, a detta del primo la carenza di semiconduttori è tale da far preventivare una possibile esondazione del problema fino alla prima parte del 2023, mentre il secondo ritiene che la fase più acuta della crisi richiederà da un minimo di 6 a un massimo di 12 mesi per essere risolta. E sia Volkswagen che Mercedes stanno già pagando ora i costi della contingenza in atto, alla luce delle chiusure per Covid delle fabbriche di produzione e testing di circuiti integrati in Malaysia che hanno aggravato la dinamica delle forniture. Il tutto senza contare il blocco del porto di Ningbo e le tariffe per i noli dei containers ai massimi storici.

E alla luce di questo, giova ricordare che se Stellantis vanta un’operatività ridotta nel nostro Paese a livello industriale, il comparto della fornitura e subfornitura di componentistica e macchinari per l’industria tedesca è assolutamente esiziale per le economie di Lombardia, Veneto e Piemonte. E come se questo non bastasse, un altro trend si è sviluppato in contemporanea: i futures front-month del gas naturale europeo (Dutch) hanno toccato la quota record di 53,25 euro per megawatt/ora, un +3,4%. La ragione? Duplice, da un lato i flussi di gas russo verso l’hub tedesco di Mallnow hanno toccato il livello minimo da due settimane, il tutto con gli stockpiles europei al di sotto del 20% del loro livello medio per il periodo. A poche settimane dall’accensione dei riscaldamenti. E questo grafico

Comparazione fra prezzo del gas naturale e petrolio Brent Fonte: Bloomberg

mette la questione in prospettiva: l’attuale prezzo del gas naturale europeo equivale a un barile di petrolio con valutazione superiore ai 100 dollari.

Un potenziale shock alle porte, insomma. Tanto che a detta di Julien Hoarau, capo dell’azienda di consulting parigina Engie EnergyScan, siamo solo all’inizio. Un inverno particolarmente rigido potrebbe esacerbare la situazione e portare i prezzi a di sopra dei 100 euro per megawatt/ora. Secondo, come mostra questa immagine,

Aumento dei prezzi di gas naturale, carbone e bolletta energetica in Germania Fonte: Bloomberg

se il gas naturale ha visto il suo prezzo aumentare del 370% su base annua e la Germania sta già oggi pagando un prezzo molto alto a questo trend ormai incorporato in bollette da record (per il 2022 si prevede la cifra senza precedenti di 91,45 euro per megawatt/ora), il quasi raggiungimento del tetto massimo per i permessi di utilizzo del carbone in base alle norme europee sulle emissioni ha spinto a un aumento record anche le valutazioni del combustibile fossile (linea azzurra), creando ulteriore domanda per la sua alternativa green: il gas naturale, appunto.

Un combinato devastante: carenze di microchip, colli di bottiglia sulla supply chain e costi energetici alle stelle. Oltretutto con questi ultimi già oggi responsabili principali per gli aumenti dei trend inflazionistici. E se questo grafico

Controvalore (miliardi di dollari) di emissioni in green bond Fonte: Bloomberg

mostra come la sostenibilità ESG paghi a livello finanziario, stante il record di emissioni per controvalore che si potrebbe sfondare già il prossimo anno, al netto del greenwashing già scoperto in casa Deutsche Bank occorre porsi una seria domanda sulla sostenibilità del draconiano impatto di queste norme. Soprattutto su un quadro industriale in transizione e già fiaccato da Covid e crisi strutturali.

Insomma, rischiamo di pagare un frullatore 500 euro ma, in compenso, di poter bere il nostro milk-shake sotto un cielo limpidissimo e con aria tersa. Ironia a parte e alla luce dell’uno-due di allarme messo in campo da Mario Draghi prima e Giancarlo Giorgetti poi, una domanda sorge spontanea: il Monsieur Malaussène del governo, al secolo il ministro Roberto Speranza, ha forse evocato il termine chiusure più come omen a livello economico che in veste epidemiologica di controllore della salute pubblica? Attenzione alle brutte sorprese autunnali, perché con queste premesse il 6% di Pil appare visibile soltanto con il binocolo.

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