L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 settembre 2021

E' duro il mestierante di servo quando si devono trovare argomentazioni più o meno valide per giustificare il proprio padrone

Vi spiego il gioco delle tre carte nel Pnrr


27 settembre 2021

Che cosa (non) va nel Pnrr. L’analisi di Giuseppe Liturri

L’editoriale pubblicato sabato sul quotidiano “Domani” a firma di Stefano Feltri (“La priorità del PNRR è il debito invece che la crescita”), ci offre l’occasione per tornare su temi che abbiamo più volte analizzato in dettaglio su questo sito, concludendo che quegli investimenti avremmo potuto benissimo finanziarli emettendo debito nazionale, considerata l’attuale situazione dei tassi e l’ombrello fornito dalla BCE e, soprattutto, avremmo potuto decidere noi le direttrici di investimento.

Ma Feltri coglie il punto solo in parte e manca del tutto il bersaglio più importante.

Infatti è vero che, come lui afferma, le spese finanziate con il PNRR sono spese che avremmo in ogni caso sostenuto e i fondi europei sono un rimborso eseguito con cadenza semestrale, che riducono solo il costo del debito ma poco impattano sulla crescita. Ma ci sono tre fondamentali distinguo da fare:
  1. Gli oltre 100 miliardi stanziati con la legge di bilancio 2021, per gli anni 2021, 2022, 2023, coprono solo formalmente tutti gli investimenti del PNRR ma solo perché a dicembre 2020, il Next Generation UE non esisteva ancora formalmente (il regolamento 241 che disciplina il RRF, dispositivo per la ripresa e la resilienza, è stato approvato solo a febbraio 2021) e c’era la necessità di dare copertura a spese che sarebbero partite da subito (come il credito di imposta per industria 4.0). C’è da dubitare che, se il RRF non fosse stato in fase di avanzata gestazione, il governo si sarebbe lanciato in un piano di investimenti da oltre 100 miliardi, confidando solo sull’accesso al mercato per l’emissione di titoli. Quindi se la tesi di Feltri basa solo su questo aspetto formale, ci appare poco fondata.
  2. Analizzando le cifre, emerge invece che gli investimenti aggiuntivi “veri”, quindi non precedentemente programmati sono 124 miliardi su 191 (vedi tabella, elaborata dal decreto ministeriale del 6 agosto). La differenza, pari a 67 miliardi, riguarda 52 miliardi di investimenti già stanziati, per i quali cambia effettivamente solo il finanziatore, ma il cui impatto sulla crescita era già nei tendenziali, e altri 15 miliardi prelevati dal Fondo di Coesione che è comunque un fondo finanziato regolarmente da anni e quindi, anche in questo caso, si tratta di investimenti già finanziati, per i quali cambia solo la fonte di finanziamento. Quindi Feltri coglie nel segno solo parzialmente: per 2/3 gli investimenti sono effettivamente aggiuntivi e quindi portano crescita, per 1/3 sono sostitutivi e già nei tendenziali e quindi ha ragione nel dire che “paghiamo spese arretrate”.
  3. Dove Feltri sfonda una porta aperta – già sfondata dalle numerose analisi che abbiamo pubblicato su Startmagazine negli ultimi mesi – ma evita di trarre le necessarie conseguenze è sul tema della natura degli investimenti che eseguiremo nei prossimi anni. Egli sostiene che i fondi europei “dovrebbero essere usati per coprire i costi della transizione verso un nuovo assetto. Per evolverci, anziché pagare spese arretrate”. Le spese che servirebbero al Paese, secondo lui, sono quelle per creare un “cuscinetto” per affrontare la riforma fiscale o pensionistica. Ma qui spiace fargli notare che ha sbagliato indirizzo per le sue critiche. Chi ha deciso cosa serve al Paese per crescere non è a Roma, ma a Bruxelles. E là hanno deciso, per tutti i 27 Stati membri che gli investimenti da finanziare sono quelli per il digitale, per la transizione ambientale e altre “loro” priorità. A Roma è arrivato il pacchetto: prendere o lasciare. Una rigidissima camicia di forza che prescinde totalmente dalle reali necessità di ciascun Paese beneficiario, che ci ha costretto a plasmare i progetti aderendo alle sue forme, a pena di perdere i finanziamenti. Questa è la realtà che Feltri omette di considerare ed è anche la risposta alle sue fondate perplessità. Ma in questo caso gli appetiti dei partiti a cui lui si riferisce c’entrano poco, sono i “Mandarini” di Bruxelles che hanno deciso tutto.
In conclusione, se Feltri ritiene che quegli investimenti non portano crescita ma solo (modesta) riduzione del costo del debito, coglie nel segno ma deve ricordare che la sua critica riguarda solo 1/3 degli investimenti del PNRR e che dove spendere gli altri 2/3 lo ha deciso la Commissione.

Provi a citofonare a Bruxelles e chieda perché.

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