L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 8 settembre 2021

G20 straordinario sull'Afghanistan i timori degli Stati Uniti e la pazienza della Cina con Draghi, lo stregone maledetto, costretto a mediare e tanto se vuole portare qualche cosina a casa

L’ITALIA E LA LUNGA STRADA PER UN G20 SULL’AFGHANISTAN

L’Italia, presidente di turno del G20, cerca la sponda di Pechino per un vertice delle maggiori economie del mondo sull’Afghanistan. Draghi e Xi a colloquio, ma la strada è in salita.


Mentre dall’Afghanistan arriva la notizia della creazione del nuovo governo a guida talebana, a livello internazionale prosegue febbrile l’attività diplomatica. L’Italia, presidente di turno del G20, è in prima fila: da settimana sta cercando di organizzare un vertice politico che includa grandi potenze coinvolte nel Risiko afghano, Russia e Cina in primis. Ma se con Mosca il dialogo è partito rapidamente, con la Cina le cose si sono mostrate più complicate fin dall’inizio. Oggi il presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, ha avuto un colloquio telefonico con il presidente cinese Xi Jinping. Secondo l’Ansa, “la discussione si è concentrata sugli ultimi sviluppi della crisi afghana e sui possibili fori di cooperazione internazionale per farvi fronte. Il Presidente Draghi e il Presidente Xi hanno discusso anche della collaborazione tra i due paesi sia in vista del Summit di Roma sia sul piano bilaterale”. Ma dal comunicato della Presidenza del Consiglio non trapelano dettagli e non è chiaro se il premier sia riuscito a strappare al presidente cinese un sì alla proposta di un vertice straordinario dedicato alla crisi in Afghanistan. Dopo l’apertura – condizionata – del presidente della Russia Vladimir Putin, l’Italia cerca ora la sponda di Pechino per creare un consenso multilaterale sull’Afghanistan. L'incontro, più ampio di quello già tenutosi a Londra sotto gli auspici del G7 e presieduto dal Regno Unito, potrebbe dare un segnale importante ai Talebani, mostrando la comunità internazionale compatta per il dialogo che, volenti o nolenti, bisognerà impostare con i nuovi vertici dell’Afghanistan.

L’attendismo della Cina?

Pechino è apparsa da subito fredda all’idea di un vertice del G20 sull’Afghanistan, muovendo per settimane la stessa obiezione: non può essere il G20, ovvero un forum dedicato a questioni prettamente economiche, il luogo di risoluzione di un dilemma politico e diplomatico. In tal senso l’obiezione mossa sottolinea una svolta rispetto al passato di cui l’Italia si sta facendo portatrice: da formato essenzialmente economico nelle intenzioni dell’Italia il G20 straordinario si trasformerebbe in un vertice politico, una sorta di G7 allargato. Ma questo non basta a spiegare perché tra la richiesta di Roma e la risposta di Pechino siano passate ben due settimane: la Cina sta prendendo tempo per capire come evolverà la crisi in corso a Kabul e che tipo di pressioni potrà operare sul governo dei Talebani. Al contempo, Pechino osserva le reazioni dei paesi partner nell'asia centrale, a vario modo coinvolti nel caos afghano. Il problema è che senza la presenza cinese nella partita, per l’Europa e la Comunità internazionale negoziare con i Talebani diventa complicato. Dopo il ritiro degli Stati Uniti, Pechino è un attore ineludibile per cercare di gestire i contraccolpi che deriveranno dal nuovo Emirato islamico e se decidesse di partecipare inviando a Roma il suo primo ministro Li Keqiang, anziché Xi, potrebbe affossare le ambizioni legate al G20 straordinario.

Le remore di Biden?

Nel confronto tra poli opposti che si va delineando sullo scenario internazionale, l’Italia si trova a dover gestire dall’altra parte dell’Atlantico lo scetticismo dell’alleato americano, che teme, accettando di sedersi al tavolo di un G20 straordinario sull’Afghanistan, di riconoscere a Pechino uno ‘status’ internazionale nella partita afghana. “Se Biden si definisce ‘aperto’ riguardo all'incontro – osserva il Guardian – le sue remore sembrano essere condivise da diversi democratici, secondo cui il vertice potrebbe sottolineare la portata del ritiro politico e militare degli Stati Uniti e lasciar intendere che Washington ha bisogno del sostegno dei suoi avversari per prevenire la rinascita di una rete terroristica in Afghanistan”. Da un punto di vista diplomatico il momento resta delicato anche perché, finora, le grandi potenze mondiali e regionali si sono mosse in ordine sparso. Il Pakistan gioca, ad esempio, un ruolo importante nelle vicende afghane ma associarlo all'esercizio del G20 straordinario potrebbe creare irritazione a Nuova Delhi. Così come l'Arabia saudita non gradirebbe sedersi allo stesso tavolo dei rappresentanti del Governo di Teheran.

Ma l’Italia resta ferma sulla sua idea: per evitare una crisi umanitaria in Afghanistan e per far fronte al possibile rischio di un’escalation ci sarà bisogno di tutti, dagli Usa alla Cina e dalla Turchia ai paesi dell’Asia Centrale.



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